
Un'ecatombe, con 22.464 morti accertati e 41.000 dispersi. Il bilancio del ciclone
Nargis, che quattro giorni fa ha spazzato le coste birmane e in particolare il
delta del fiume Irrawaddy, si aggrava di ora in ora. Le ultime cifre sono state
annunciato poco fa alla televisione di stato birmana.
Questa mattina, il ministro degli esteri Nyan Win aveva prima confermato la cifra
di vittime anticipata ieri dall'agenzia Xinhua: 15.000, di cui 10.000 nella sola
città di Bogalay, 90 km a sud-ovest dell'ex capitale Yangon. Inoltre, il ministro
degli esteri thailandese Noppadol Pattama aveva dichiarato, parlando dopo un incontro
con l'ambasciatore del Myanmar a Bangkok, che gli è stata comunicata la cifra
di 30.000 persone ancora disperse. Ma questo bilancio è durato solo poche ore,
per essere rimpiazzato da numeri ancora più drammatici.
Ancora più pesante il bilancio fornito dall'organizzazione ActionAid. "Secondo
fonti non ufficiali, ma presenti sul luogo del disastro, il numero delle vittime
del ciclone sta salendo vertiginosamente e ora si aggira sui 27.000 morti, 15.000
dei quali solo nella zona di Laaputa", ha riferito Shiab Uddin Ahamad, direttore
di ActionAid in Myanmar, che ora si trova a Yangon e che nelle prossime ore raggiungerà
i luoghi del disastro. ActionAid ha fatto partire in queste ore un primo programma
di emergenza insieme ad altre organizzazioni partner. Cinque squadre stanno lavorando
nelle aree colpite, raggiungendo 267 villaggi.
Le autorità militari hanno dichiarato lo stato di disastro nelle aree distrutte,
e hanno accettato gli aiuti umanitari internazionali, cosa che non avevano fatto
neanche dopo lo tsunami del 26 dicembre 2004.
La giunta ha spostato al 24 maggio il voto per il referendum costituzionale nelle
aree di Yangon e del delta dell'Irrawaddy, confermando però la data del 10 maggio
per il resto del Paese. Se approvato, il referendum introdurrebbe alcuni principi
democratici ma rinsalderebbe ancor più il potere nelle mani dei militari. L'opposizione
democratica aveva chiesto un rinvio della consultazione popolare, a causa del
disastro causato dal ciclone.