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La denuncia. “Ho saputo che un ragazzo rom di 20 anni è morto e che molti altri Rom sono
rimasti feriti”. Andrea, un volontario dell’associazione Ingegneria senza Frontiere,
nata tra i banchi di varie facoltà italiane. Lui era in Albania per un
progetto di utilizzo razionale delle ingenti risorse d’acqua del paese
delle aquile, quando ha saputo di questo atto di sgombero che, secondo
testimoni oculari, ha passato il segno della violenza consentita alle
forze dell’ordine. “Ho parlato con una signora che tutti al campo
chiamano Sylvia”, racconta Andrea, “che mi ha raccontato quello che è
successo. Io ho visitato il campo ed ero rimasto colpito dalle
condizioni precarie della popolazione Rom: la gente viveva in piccole
baracche fatte di lamiera, mancavano tutti i servizi essenziali e
l’assistenza sanitaria. Mi ha molto colpito la vista di tanti bambini
vestiti di stracci che giocavano tra i rifiuti. Sylvia è molto
attiva nel campo e s’impegna per migliorare le condizioni di vita
di queste persone che per lo stato albanese semplicemente non esistono.
Organizza attività di scolarizzazione, ha messo a disposizione delle
famiglie scacciate in malo modo dal campo un pezzetto di terreno di sua
proprietà nella zona, ma si tratta di una soluzione temporanea”.
La smentita. Non sono chiari i motivi dello sgombero forzato delle famiglie Rom, delle quali
comunque vengono raramente rispettati i diritti fondamentali, ma Andrea racconta
che “circolava la voce di un interesse edilizio su quel terreno e che il proprietario,
evidentemente influente, ha chiesto e ottenuto lo sgombero”. Il comune di Tirana
e la polizia albanese hanno immediatamente smentito qualunque collegamento tra
la morte del ragazzo Rom e l’operazione di sgombero, accreditando la tesi che
la morte del giovane sia da attribuire allo stato di ubriachezza dello stesso,
ma senza specificare l’eventuale dinamica. “Il telegiornale della sera”, spiega
Andrea, “ha dato la notizia, ma non specificando assolutamente il contesto e limitandosi
ai minimi dettagli. Per lo stato albanese, i Rom non esistono e non hanno diritti”.
La nuova Tirana. Sembra che al posto del campo nomadi sorgerà un giardino pubblico. Il lungo-Lana,
cioè la zona del centro della capitale albanese che si sviluppa attorno al fiume
che attraversa la città, è da tempo oggetto di un recupero urbanistico di alto
livello. L’eccentrico sindaco di Tirana, il pittore di fama internazionale Edi
Rama, ne ha fatto un fiore all’occhiello della riqualificazione da lui pensata
per Tirana. Tirando dritto per la sua strada a qualunque costo, anche quello di
scendere a patti con la malavita. Il lungo-Lana, fino a poco tempo fa, era celebre
per la moltitudine scomposta di baracchini che sorgevano tutto intorno alla zona.
Nei vicoli del labirintico agglomerato, fioriva ogni tipo di attività illecita:
prostituzione, gioco d’azzardo, contrabbando avevano il quartier generale delle
operazioni tra le fumanti casupole di legno
che servivano da copertura, con piccole attività di ristorazione e bar. Rama ha
cancellato tutto questo, dando al centro di Tirana un aspetto da capitale del
Nord Europa. Secondo i suoi detrattori lo ha fatto usando la forza con i pesci
piccoli e la diplomazia con i pesci grandi.
Christian Elia