22/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Indonesia, ad Aceh le condizioni restano difficili. Le testimonianze di Msf e di un missionario
AcehNel terzo giorno dell’Eid al Adha, festa musulmana in cui si celebra il sacrificio di Abramo, il presidente Susilo Bambang Yudhoyono ha promesso di ricostruire l’Aceh, la provincia settentrionale a maggiore concentrazione di musulmani completamente distrutta dallo tsunami. Nel capoluogo Banda Aceh sono arrivati anche gli echi di una guerra che non conosce tregua, nonostante le continue promesse di cessate il fuoco della guerriglia e dell’esercito. Nelle ultime due settimane – riporta l’agenzia di stampa indonesiana Antara – i militari governativi hanno ucciso 120 ribelli del movimento separatista Gam e una delle battaglie si sarebbe consumata vicino a un campo di sfollati sopravvissuti al maremoto. Di nuovo lacrime e terrore sui loro volti.
 
Il racconto di Msf. “Non abbiamo notizie di scontri”, dice Sergio Cecchini di Medici senza frontiere (Msf) a Sigli, sulla costa nordorientale dell’Aceh. “Finora le misure di sicurezza sono rimaste le stesse. Non ci hanno imposto scorte armate o restrizioni di movimento. Ci spostiamo soprattutto in elicottero. La costa nordovest non ha più alcuna strada percorribile”. Si lotta contro il tempo per impedire la diffusione di epidemie. “Da lunedì a giovedì scorsi – racconta Cecchini - abbiamo condotto una campagna contro il morbillo. Abbiamo vaccinato più di 5mila bambini di età dai sei mesi ai 15 anni in sessanta campi profughi. Si è trattato di una misura di prevenzione. Non sono stati registrati casi di morbillo, ma visto che la malattia ha un’alta probabilità di trasmissione, abbiamo cercato di evitare una propagazione in condizioni di sovraffollamento. Il morbillo può essere letale soprattutto per i più piccoli”
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distribuzione aiuti, AcehPeriodo di alluvioni. Le condizioni nei campi sono rese più difficili dalle violente piogge monsoniche che trasformano in fango il terreno argilloso. Sergio Cecchini continua nel suo racconto: “Come riparo, molte persone hanno solo i teli di plastica distribuiti dal governo. Per questo stiamo costruendo stradine di ciottoli da una tenda all’altra. In questa stagione c’è di solito un incremento della malaria e delle malattie legate all’acqua non pulita, come la diarrea. I servizi igienici sono insufficienti. In un campo di Palai stiamo sistemando nuove latrine, ce n’erano solo due per 960 persone”.
 
Casi di tetano. Da ormai tre settimane i sopravvissuti dell’Aceh si aggirano tra le macerie a piedi scalzi o in ciabatte. Cercano i loro cari o fanno visita ai luoghi in cui sorgevano le loro case. “Ciò accresce il rischio di ferite e infezioni”, spiega l’operatore di Msf. “I casi di tetano sono in forte aumento. Dal 26 dicembre a oggi ce ne sono stati oltre 60. La campagna di vaccinazione non è iniziata perché è complessa. Richiede un richiamo oltre alla prima iniezione. Deve essere dunque pianificata con il ministero della Salute, affinché si garantisca che lo stesso paziente venga vaccinato due volte a distanza di 28 giorni”.
 
Aceh
Traumi psicologici. Anche qui, come in tutte le zone colpite dallo tsunami, si fatica a tornare a vivere per lo shock subito. Moltissime persone sono terrorizzate dal mare. “Nei villaggi di pescatori – continua Cecchini – stiamo costruendo mille barche da pesca. Per superare il trauma della tragedia, le vittime devono tornare al più presto alle loro attività. Per fortuna non manca il cibo perché l’Aceh è ricca di risorse agricole. L’acqua però è contaminata, servono distributori e bisogna scavare nuovi pozzi”. 
 
La reazione della capitale. Intanto a Jakarta, “il governo sta discutendo il piano di ricostruzione”, ci dice il missionario salesiano Carbonell. “Ci vorrà del tempo, perché devono trovare il modo di evitare la corruzione. Gli aiuti sono arrivati in Aceh, ma la popolazione continua a non avere i soldi per ricomprare e ricostruire ciò che ha perso. Qui la vita continua, ma non senza problemi. Da quattro giorni diluvia. I canali sono pieni e i poveri si rifugiano sotto i ponti e sotto i cavalcavia per fuggire all’acqua sporca. Succede ogni anno. Jakarta è sotto il livello del mare. Nel periodo dei monsoni i canali delle fognature si riempiono e inondano la città”.

Francesca Lancini

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