Scritto per noi da
Marica Di Pierri*

Hollman Morris è un giornalista, una delle poche voci libere nel compromesso
panorama dell’informazione colombiana.
E’ giovanissimo, 40 anni e non li dimostra, ma vanta già anni di ininterrotto
impegno al servizio dell’informazione. La sua attività di inchiesta gli ha causato
minacce ed intimidazioni ma anche numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali.
Nelle scorse settimane è stato in Italia, invitato dal Festival Internazionale
di Giornalismo. A Roma, in occasione di un incontro sulla Liberà di Informazione,
ha spiegato cosa significa essere giornalista in Colombia.
“A volte - racconta Morris - ci si dimentica che la Colombia è un paese in guerra
da mezzo secolo, con quasi 4 milioni di sfollati e oltre 70.000 morti negli ultimi
20 anni. Un clima di violenza generalizzata che non risparmia certo il mondo dell’informazione.
La Colombia continua ad essere il paese più pericoloso per i giornalisti dopo
l’Iraq. Dal 1997 ne sono stati assassinati oltre 120. Il Governo ripete che negli
ultimi anni è diminuito il numero dei giornalisti uccisi o spariti. È vero, ma
la ragione è la scelta sempre più diffusa dei giornalisti di autocensurarsi per
evitare problemi, non certo il miglioramento del livello di libertà o di democrazia
in Colombia”.
Da 5 anni Hollman Morris dirige una trasmissione televisiva indipendente, Contravìa,
che è divenuta rapidamente un punto di riferimento per i movimenti sociali, indigeni
e contadini colombiani.
“Contravìa è praticamente l’unico programma di inchiesta e di denuncia dell’intero
palinsesto colombiano. Va in onda da 5 anni, nonostante abbia dovuto subire alcune
interruzioni per mancanza di fondi. Mentre il resto della programmazione è di
intrattenimento e tende a nascondere, edulcorare una realtà quotidiana fatta di
violenza e povertà, Contravia cerca di dare voce alle persone che non ne hanno:
le vittime dimenticate di questo conflitto, gli indigeni, gli afrodiscendenti,
gli abitanti delle zone rurali, per rafforzare la cultura dei diritti umani e
difendere i valori della democrazia".
Hai mai pensato di lasciare l’attività giornalistica?” risponde con un sorriso.
“Nel 2005 alcune inchieste portate avanti dalla trasmissione ci hanno causato
diversi problemi, e non era la prima volta. Dopo la messa in onda di alcune puntate
ho ricevuto minacce dirette, che mi sono giunte addirittura a casa, dove vivo
con la mia famiglia. Già una volta sono stato costretto a lasciare il paese per
un po’. Ma dopo le minacce del 2005 sono rimasto a Bogotà a fare il mio lavoro.
Il governo non protegge i giornalisti minacciati se non a livello formale. In
realtà utilizza la tecnica della segnalazione: insinua che un giornalista sia
connivente con la guerriglia per togliergli credibilità professionale e esporlo
agli attacchi dei gruppi armati.. Poi smentisce, ma mentre l’insinuazione infamante
rimbalza su tutti gli organi di informazione, la smentita è espressa in due righe,
su internet, e nessuno si preoccupa di diffonderla”.
Qual è l’attuale clima politico in Colombia?
“Su questo credo che basti una semplice considerazione: 29 parlamentari della
maggioranza che sostiene Uribe sono attualmente in carcere per legami con i gruppi
paramilitari e coinvolgimento in crimini che vanno dall’omicidio al traffico di
stupefacenti. Altri 51 sono indagati per lo stesso genere di reati. Non c’è ragionamento
che tenga: sono convinto si tratti della più grave crisi democratica mai attraversata
dal nostro paese”.