05/05/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Colombia, un giornalista scomodo a Bogotà
Scritto per noi da
Marica Di Pierri*
  
Hollman Morris è un giornalista, una delle poche voci libere nel compromesso panorama dell’informazione colombiana.
E’ giovanissimo, 40 anni e non li dimostra, ma vanta già anni di ininterrotto impegno al servizio dell’informazione. La sua attività di inchiesta gli ha causato minacce ed intimidazioni ma anche numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali.
Nelle scorse settimane è stato in Italia, invitato dal Festival Internazionale di Giornalismo. A Roma, in occasione di un incontro sulla Liberà di Informazione, ha spiegato cosa significa essere giornalista in Colombia.
“A volte - racconta Morris - ci si dimentica che la Colombia è un paese in guerra da mezzo secolo, con quasi 4 milioni di sfollati e oltre 70.000 morti negli ultimi 20 anni. Un clima di violenza generalizzata che non risparmia certo il mondo dell’informazione. La Colombia continua ad essere il paese più pericoloso per i giornalisti dopo l’Iraq. Dal 1997 ne sono stati assassinati oltre 120. Il Governo ripete che negli ultimi anni è diminuito il numero dei giornalisti uccisi o spariti. È vero, ma la ragione è la scelta sempre più diffusa dei giornalisti di autocensurarsi per evitare problemi, non certo il miglioramento del livello di libertà o di democrazia in Colombia”.

Da 5 anni Hollman Morris dirige una trasmissione televisiva indipendente, Contravìa, che è divenuta rapidamente un punto di riferimento per i movimenti sociali, indigeni e contadini colombiani.
“Contravìa è praticamente l’unico programma di inchiesta e di denuncia dell’intero palinsesto colombiano. Va in onda da 5 anni, nonostante abbia dovuto subire alcune interruzioni per mancanza di fondi. Mentre il resto della programmazione è di intrattenimento e tende a nascondere, edulcorare una realtà quotidiana fatta di violenza e povertà, Contravia cerca di dare voce alle persone che non ne hanno: le vittime dimenticate di questo conflitto, gli indigeni, gli afrodiscendenti, gli abitanti delle zone rurali, per rafforzare la cultura dei diritti umani e difendere i valori della democrazia". 

Hai mai pensato di lasciare l’attività giornalistica?” risponde con un sorriso.
“Nel 2005 alcune inchieste portate avanti dalla trasmissione ci hanno causato diversi problemi, e non era la prima volta. Dopo la messa in onda di alcune puntate ho ricevuto minacce dirette, che mi sono giunte addirittura a casa, dove vivo con la mia famiglia. Già una volta sono stato costretto a lasciare il paese per un po’. Ma dopo le minacce del 2005 sono rimasto a Bogotà a fare il mio lavoro. Il governo non protegge i giornalisti minacciati se non a livello formale. In realtà utilizza la tecnica della segnalazione: insinua che un giornalista sia connivente con la guerriglia per togliergli credibilità professionale e esporlo agli attacchi dei gruppi armati.. Poi smentisce, ma mentre l’insinuazione infamante rimbalza su tutti gli organi di informazione, la smentita è espressa in due righe, su internet, e nessuno si preoccupa di diffonderla”.

Qual è l’attuale clima politico in Colombia?
“Su questo credo che basti una semplice considerazione: 29 parlamentari della maggioranza che sostiene Uribe sono attualmente in carcere per legami con i gruppi paramilitari e coinvolgimento in crimini che vanno dall’omicidio al traffico di stupefacenti. Altri 51 sono indagati per lo stesso genere di reati. Non c’è ragionamento che tenga: sono convinto si tratti della più grave crisi democratica mai attraversata dal nostro paese”.