
In questi giorni in cui la “falce e
martello” scompare dal Parlamento italiano mi sembra giusto
scrivervi di un compositore che in quel simbolo ci ha creduto tanto.
Talmente tanto che, quando nel 1948 fu espulso dagli Stati Uniti per
“attività antiamericane”, decise di stabilirsi nella
Germania dell’Est, dove morì nel 1962.
Si tratta di Hanns Eisler. Nativo di
Lipsia (1898), allievo di Webern e Schoenberg a Vienna, la sua
completa adesione al marxismo lo allontana decisamente dalla
dodecafonia e dal modo schoenberghiano di intendere la modernità.
Eisler crede in una musica del popolo, dei lavoratori; scritta
unicamente per elevare e glorificare le masse del proletariato e per
perorare a gran voce la causa del socialismo.
La rovina della Repubblica di Weimar lo
travolge, comincia una lunga diaspora che lo porterà, proprio
durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, negli Stati Uniti e
addirittura nel luogo che sembrerebbe il più lontano dai suoi
ideali: Hoolywood. Nel frattempo aveva stretto un’intensa amicizia
con Bertold Brecht, che sarà il perfetto autore dei testi per
la sua musica. Eisler non è certo l’unico artista europeo
che negli anni del conflitto viene accolto dall’industria americana
della celluloide, l’ambiente è assai fertile. Insegna alla
Southern California University, collabora con Chaplin e mette a
frutto le conoscenze sulla musica da film acquisite nelle anni
europei in cui si metteva al servizio della propaganda socialista.

Però il nostro Hanns è
piuttosto coerente: non si lascia abbagliare dai lustrini del luogo,
non scrive musica per i film di cassetta. Resta in disparte e scrive
uno dei suoi capolavori, il ciclo di brani intitolato The Hollywood
Songbook per voce e pianoforte. Il titolo vuole proprio sottolineare
lo stridore tra il luogo che conosciamo e il contenuto dei brani;
brevi, facilmente riconducibili alla tradizione dei Lieder europei,
Schubert in particolare. Estremamente intimi, spesso tragici, quasi
sempre intrisi di disillusione. L’evocazione di un’anima
affranta, stanca di sognare, ma mai incline al lamento. La maggior
parte dei testi sono di Brecht e la simbiosi tra i due è
notevole; ogni parola sembra nata per quella musica così
asciutta.
L’Eisler che veniva chiamato “il
primo compositore della classe operaia” sembra ripiegare verso
l’interno l’enfasi che lo aveva contraddistinto. Ritrova invece
il contatto con la purezza del Lied tedesco, espressione di un
istante, di un paesaggio fugace. Ma in più ora c’è la
guerra, che stravolge le vite e che mette l’uomo di fronte a sé
stesso.
L’emblema di tutta la raccolta può
essere “An den kleinen Radioapparat” .La melodia è
bellissima, semplice, e l’accompagnamento pianistico le crea
un’atmosfera rarefatta, espressiva e commovente. La radio di cui si
parla tiene il contatto tra il protagonista e il mondo esterno, gli
comunica le vittorie del nemico e la sua fuga necessaria. Eppure,
nonostante sia foriera di dolore, quella radio è fondamentale:
ultimo anello che lo lega alla vita. Il brano dura un minuto, ma ci
dice più cose sulla guerra di un lungo libro.
I sogni di Eisler sono infranti più
volte: l’eclissi del giovane comunismo che sognava, l’America che
lo accoglie e gli mostra la faccia più lontana dai suoi
ideali, infine l’approdo in una Germania dell’Est che presto gli
mostrerà il volto di un comunismo in cui non si riconosce,
lontano anni luce da quello che aveva provato a costruire.
Nemmeno dopo la morte Eisler avrà
la il successo che meritava; l’eccessivo entusiasmo e l’ingenuità
della musica “per le classi operaie” degli anni ’20 e’30 gli
rimangono appiccicati addosso e non riesce più ad avere
l’autorità per entrare nella storia della musica più
altisonante. Ed è un peccato, perché brani come quelli
contenuti in Hollywood Songbook sono esempi di bellezza, di impegno
sociale e di introspezione come solo un grande musicista può
averne scritti.
Consiglio caldamente il cd “The
Hollywood Songbook”. Edizioni Decca.
Matthias Goderne – baritono
Eric Schneider – pianoforte