Scritto per noi da
Attilio De Castris
Il sole del Mediterraneo, che si
specchia nei palazzi bianchi con le imposte azzurre, abbaglierà
il vostro arrivo ad Algeri, che i francesi chiamavano la blanche,
la bianca. Poche altre città, come la capitale dell'Algeria,
racchiudono in sé tutto il mare nostrum che c'è:
Barcellona e Beirut, Napoli e Alessandria d'Egitto, Genova e
Marsiglia. Un po' di tutto e allo stesso tempo unica.

Questa iconografia mediterranea è
però l'unica concessione al pregiudizio che si concede
el-Djezair, come la chiamano gli arabi, perché per il resto vi
stupirà. A cominciare dalla fama sinistra che l'Algeria si
trascina dietro da quindici anni, eredità di una guerra civile
senza esclusione di colpi. La storia è nota: all'inizio degli
anni Novanta, dopo la vittoria elettorale degli islamisti nelle prime
elezioni libere della storia del Paese, i militari presero il potere
con un colpo di Stato. Centocinquantamila algerini persero la vita,
in maggioranza civili, a causa dei massacri contrapposti tra soldati
e miliziani integralisti. Oggi la tensione resta e gli attentati
dell'11 aprile dello scorso anno lo dimostrano. Ma la situazione è
completamente mutata; solo la massiccia presenza di polizia, spesso
interessata a controllare le foto dei viaggiatori solitari se
scattate in prossimità di edifici pubblici o militari, fa
trattenere il respiro. Basta evitare gli spostamenti notturni nelle
strade più isolate, per essere al sicuro. E le bombe? Beh, in
questo tempo pazzo che viviamo, Algeri o Londra non fa molta
differenza. Simbolo dei pregiudizi che circondano Algeri, più
ancora della guerra, è la Casbah, un dedalo inestricabile di
viuzze abitato da case, imbiancate a calce, che si elevano fino a
toccarsi, impedendo a tratti il passaggio della luce. La Casbah non è
più quel territorio fuori da ogni legge che offriva riparo a
Jean Gabin, in fuga dalla polizia, nel film del 1936
Il bandito
della Casbah. E non è più il rifugio sicuro dei
partigiani indipendentisti della
Battaglia di Algeri,
capolavoro di Gillo Pontecorvo, inespugnabile per i parà
francesi. E' solo un luogo bellissimo, dove muoversi con la cautela
necessaria in tanti quartieri di tante città del mondo dove
c'è la fame. Un luogo che pulsa di vita, di moschee e di
mercati, di caffè e di negozietti.

La Casbah s'inerpica su per le colline
che circondano Algeri, incastonandola nella baia che per secoli ha
rappresentato un rifugio sicuro per i pirati. Sono passati i Romani,
i Bizantini, gli Ottomani e i Francesi, ma Algeri è ancora
qui. Subito sotto la Casbah si apre Piazza dei Martiri, crogiolo di
persone e di affari, non sempre limpidi. Proprio qui sorge la moschea
Ketchaou, il cui nome significa 'altopiano delle capre', ricordando
un tempo lontano, quando la zona era aperta campagna. Nessuno sa
stabilire con certezza la data di costruzione della moschea, che
divenne una cattedrale cattolica dopo l'occupazione francese del
1830, come ricorda una targa posta sul minareto, e che presenta una
forma strana per un luogo di culto islamico, decorata con stupende
mattonelle e i minareti a tre piani. Sempre in piazza dei Martiri
troverete la moschea el-Djedid, o Moschea Nuova, costruita nel 1660.
L'edificio è in stile turco, ma il minareto ricalca i modelli
dell'Andalusia spagnola. Il tutto in una pianta a croce, che la
legenda vuole opera di un architetto cristiano che pagò con la
vita il suo affronto. La Moschea Nuova, nella sua storia e nel
sincretismo degli stili, sembra un monumento a tutto il Mediterraneo
e alla sua storia infinita di scambi di popoli e religioni. Come la
moschea el-Kebir, la cosiddetta Moschea Grande, che nell'ordine è
stata un luogo di culto per fenici e romani, poi basilica cristiana e
infine musulmana.
Ma non di solo Islam vive Algeri (altro
pregiudizio da spazzar via). Al limite della città, su un
altura che domina la baia, troneggia Notre Dame d'Afrique ,
consacrata nel 1872 dal vescovo Lavigerie, fondatore dell'ordine dei
Padri bianchi. La chiesa ha le pareti ricoperte di ex-voto, memoria
della presenza francese, simbolo dell'attaccamento che i
colonizzatori ebbero per questa terra, amata come nessuna altra
colonia, nonostante il milione di algerini uccisi durante la Guerra
d'Indipendenza, dal 1954 al 1962. Cristiani ne sono rimasti pochi, ma
nello spiazzo che circonda la chiesa ciondolano coppiette e anziani
che leggono il giornale, legati a quel luogo al di là della
fede che professano.

Gli anni bui della guerra, per anni,
hanno cancellato la vita culturale di Algeri, che invece vanta una
nobile tradizione nelle arti, nelle lettere e nella musica. Piano
piano la città riprende a vivere, a cominciare dal Teatro
Nazionale, in piazza Port Said, che ogni anno propone un cartellone
più vivace, in uno splendido contrasto con i caffè e i
cambiavalute della piazza sempre in fibrillazione.
Anche i musei non mancano, tanti e
interessanti. A partire dal complesso, in cima allo splendido
giardino francese Parc della Liberté, nel quale sorgono il
Museo Nazionale delle Antichità e della Civiltà
islamica, che conservano pezzi stupendi. Come il Museo del Bardo,
vecchia residenza di un principe tunisino in esilio, con un giardino
lussureggiante, che conserva reperti della civiltà nata nel
deserto del Sahara e come il Museo delle Arti e delle Tradizioni
popolari, nel pieno cuore della Casbah. Restando alla storia più
recente, è imperdibile una visita al Museo nazionale dei
Moudjahid, dedicate alle vittime del colonialismo francese. Ha molto
da insegnare alla civilissima Europa. Accanto al museo c'è il
Makam Echaid, non bellissimo monumento all'indipendenza, che domina
Algeri dall'alto. Sempre nei pressi, c'è il Jardin d'Essai,
luogo ideale per tirare il fiato dal caos e dallo smog del traffico
impazzito della città. Non di solo passato però si
alimenta la voglia di cultura e di rinascimento di Algeri, ed è
imperdibile il Museo di Arte contemporanea, in un'antica residenza
nobile nei pressi di piazza Abdel Kader.

Anche se siete allergici a luoghi di
culto o di cultura, Algeri non vi annoierà. In fondo sarà
bellissimo anche solo passeggiare per la
Corniche, l'infinito
lungomare, oppure godere del passeggio e dei caffé della
piazza della Grande Poste, vero cuore pulsante della città.
Migliaia di ragazzi e ragazze, mogli e mariti, giovani e vecchi si
godono le centinaia di dolci differenti, oppure l'immancabile thé
alla menta. Il mito degli
hittises,
i cosiddetti 'reggitori di muri', resiste. Sono quei ragazzi che non
hanno lavoro e bighellonano tutto il giorno, fischiando alle ragazze,
lontanissime dal pregiudizio della donna araba reclusa. E' vero, dopo
il tramonto è difficile vedere ragazze per strada, se non
accompagnate nei nei locali per famiglie, ma sono tante le giovani
che portano il velo come un vezzo, che incastona quasi sempre volti
truccati e corpi vestiti all'ultima moda. Tanti infine, sempre in
tema di pregiudizi, i locali dove si servono alcolici e magari si
ascolta dell'ottima musica dal vivo. In tema di cibo, poi, Algeri non
è seconda a nessuno. A parte i tipici locali dove si
arrostisce carne senza soluzione di continuità, ci sono
tantissimi ristoranti, anche ricercati. In particolare sono molto
affascinanti quelli vicini al porto, dove si può scegliere il
pesce che verrà servito.

Questo elenco non
può che essere incompleto, ma vuole rendere l'idea di una
città (e di una società) in movimento. Algeri è
differente dal resto del Paese, è vero, ma è qui che
tutto nasce e, con il tempo, s'irradia. La ricchezza piovuta
sull'Algeria, garantita dalle immense risorse naturali e dai prezzi
del mercato delle fonti d'energia, hanno prodotto un boom economico
che ha permesso all'Algeria di saldare il suo debito estero. Adesso
il Paese, che cura ancora le ferite della guerra civile, deve
riuscire a differenziare la sua economia, troppo legata al petrolio,
e a investire nei suoi giovani, spesso disillusi e votati
all'emigrazione, per completare il cammino verso una nuova età
dell'oro che in questa splendida città è già
cominciato. Il turismo, per forza di cose, avrà una parte
importante in questo sviluppo, si spera con esiti meno alienanti di
quelli che ha avuto nel vicino Marocco. Per cominciare sarebbe
opportuno che le compagnie aeree investissero in voli low cost, per
rendere più appetibile una meta ideale per un fine settimana
particolare. Una vacanza nella quale divertirsi e, allo stesso tempo,
vincere i tanti troppi stereotipi che hanno sempre più
allontanato le due sponde del Mediterraneo. Sarebbe una bella
sorpresa gustare le cose che ci sono in comune rispetto a quelle che
dividono. Un esempio lo si può trovare proprio nei pressi del
porto di Algeri, dove ancora si aggirano vecchi marinai con la tipica
divisa blu. Un blu particolare, che ad Algeri chiamano 'blu shangai',
identico alle divise die marinai di Marsiglia, che lo chiamano 'blu
Cina'. Una piccola differenza, nell'unicità del Mediterraneo.