La Turchia riforma l'articolo 301, che limita la libertà di espressione. Ma solo a metà
Negli ultimi anni, l'articolo 301 del codice penale turco è stato uno dei maggiori
ostacoli nei rapporti tra Ankara e l'Unione europea. Nelle accuse alla “turchità”
punite dalla legge veniva fatto rientrare qualsiasi commento controverso sui diritti
dei curdi, il massacro degli armeni, i valori della repubblica fondata da Ataturk.
Migliaia di persone a giudizio, centinaia di condannati, decine di intellettuali
finiti in tribunale, come il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk. Sotto
le pressioni della Ue, ora il Parlamento turco ha ammorbidito l'articolo della
discordia, grazie a una modifica passata solo grazie alla volontà del partito
del premier Erdogan. Mentre l'opposizione laica e nazionalista tuona contro la
revisione, per i più critici in realtà cambia ben poco.
Il voto. In una seduta prolungatasi nella notte, i cambiamenti all'articolo 301 sono stati
approvati con 250 voti favorevoli e 65 contrari. Per il sì hanno votato solo deputati
del Partito di giustizia e sviluppo (Akp), che controlla il Parlamento con 340
seggi su 550. Grazie agli emendamenti, d'ora in poi sarà reato insultare la “nazione
turca”, e non la “turchità”; i procedimenti potranno essere aperti solo dal ministro
della giustizia, non da qualsiasi procuratore locale come ora; e la pena massima
sarà di due anni invece che tre, cosa che consentirebbe di evitare il carcere
a chi non ha precedenti penali. Per entrare in vigore, i cambiamenti all'articolo
301 dovranno essere controfirmati dal presidente Abdullah Gul, una bandiera dell'Akp.
Le proteste. L'opposizione voleva invece mantenere lo status quo, lamentandosi dell'interferenza
dell'Unione europea negli affari nazionali. “Faccio questa chiamata per l'ultima
volta: state per fare un errore, tornate indietro. Non spianate la strada agli
insulti ai valori turchi”, ha detto prima del voto Devlet Bahceli, leader del
partito nazionalista Mhp, che su alcuni temi vota insieme all'Akp ma che dell'articolo
301 è sempre stato il sostenitore più fervente. Bahceli ha anche chiesto di istituire
un referendum per far decidere ai cittadini “se vogliono o no che i valori e l'onorevole
storia della Turchia vengano insultati”. Pur riconoscendo che leggi simili esistono
anche in altri Paesi europei, l'Akp ha motivato l'esigenza di cambiare col fatto
che solo in Turchia un articolo come il 301 porta così tante persone in tribunale.
Anche Dink fu condannato. Alla sbarra sono finiti in 1.700. E se per molti casi eccellenti alla fine il
processo è stato annullato dai piani alti della magistratura, per l'imbarazzo
che stava portando alla Turchia, una delle centinaia di persone condannate fu
Hrant Dink, il giornalista turco-armeno ucciso nel gennaio 2007 da un giovane
nazionalista: fu giudicato in base all'articolo 301 perché aveva definito “genocidio”
il massacro degli armeni durante la Prima guerra mondiale, un argomento tabù in
Turchia. Le accuse contro Pamuk e la scrittrice Elif Þafak, invece, furono fatte
cadere a metà processo.
Riforma a metà. Cambierà qualcosa, ora? Secondo Fatma Kurtulan, una deputata del partito curdo
Dtp, è “illusorio” credere che gli emendamenti introdurranno una vera libertà
di espressione in Turchia, e tutta la riforma è solo un modo di tenersi buona
l'Unione europea senza in realtà cambiare granché. Nelle settimane scorse, il
presidente della Commissione Ue José Manuel Barroso aveva definito “un passo nella
giusta direzione” la modifica dell'articolo 301. Ma anche se l'Akp è considerato
da Bruxelles l'unico partito turco disposto a introdurre riforme sulla via dell'ingresso
nella Ue, Erdogan deve comunque fare i conti col drastico calo della popolarità
dell'Unione europea in Turchia, e con le reazioni di chiusura che le questioni
armene e curde provocano ancora nell'opinione pubblica. Il passo sarà anche quello
giusto, ma se porterà a una vera camminata lo si vedrà col tempo.