Leonardo Boff, filosofo brasiliano, spiega come aiutare Lula a vincere la sua scommessa
Leonardo Boff, teologo e filosofo brasiliano, protagonista della Teologia della liberazione, è amico fraterno di Lula, ma ultimamente non ha risparmiato severe critiche
al suo operato. Difficile convincerlo a fidarsi di noi: “Ultimamente la stampa
internazionale ha strumentalizzato le mie parole, usandole per attaccare il governo
Lula. Mi hanno chiamato in tanti da molti Paesi europei e non accetto di parlare
più con questo tipo di giornalisti”. Nonostante tutto, ha accettato di parlarci
a lungo e con serenità
Siamo al giro di boa del governo del presidente operaio. Che ne pensa?
Per capire l’attuale situazione del governo Lula bisogna utilizzare la categoria
transizione. Il Brasile sta vivendo un vero e proprio passaggio: da uno stato
neoliberistico, che ha finora attuato una politica di privatizzazione e che è
sempre stato orientato al mercato globale, a uno stato sociale, più repubblicano,
che abbia le politiche pubbliche come obbiettivo centrale.
Come ogni transizione, anche questa porta con sé elementi di continuazione e
ed elementi di novità. La continuazione è data dalla macroeconomia liberistica,
dipendente dal Fondo monetario internazionale, mentre la novità è il progetto
di
Fame Zero, che coinvolge molti altri programmi sociali e racchiude l’intento di fare le
riforme importanti ed eventualmente la riforma agraria. La questione da capire
è: mantenere la logica della macroeconomia neoliberistica fornisce o meno i mezzi
necessari, adeguati a realizzare le novità sociali? Questo è il punto da sciogliere.
Lula cosa pensa in proposito?
A mio parere Lula è convinto di aver intrapreso il giusto cammino, la giusta
via. Lula ha sempre insegnato, e noi lo abbiamo ripetuto con lui, che il capitalismo
è buono per i capitalisti non per gli operai, non per le politiche pubbliche.
Ecco! Adesso deve avere la forza di dimostrare quello che finora ha solo detto
e cioè che questo cammino capitalistico non è giusto per tutti.
E quando dovrà farlo?
Adesso. Secondo me il 2005 è l’anno decisivo. O Lula dimostrerà di essere il
rappresentante dei poveri, degli abbandonati, il leader dell’altro Brasile o si
rivelerà un altro politico, l’ennesimo, che punta a un governo di stabilità, che
non realizza la rottura necessaria, che non fa quelle riforme fondamentali che
ha sempre promesso. Questo dovrà essere l’anno della conversione di Lula: o andrà
verso destra o tornerà alle sue origini operaie. C’è bisogno di segni chiari,
inequivocabili, verso quella politica sociale che i suoi elettori, sostenitori,
compagni di sempre si attendono da lui. Per adesso sono del tutto mancati.
E lei, cosa pensa che succederà? Ha ancora fiducia in lui?
Ho fiducia in lui come leader. Ho fiducia nel suo carisma. È sopravvissuto alla
fame, alla miseria, ne ha passate così tante, che non credo che andrà mai a tradire
il suo Paese, i suoi ideali, le sue origini, tutto quello in cui ha sempre creduto
e per il quale ha lottato. Ma le forze del mercato e della politica sono variabili,
indeterminate, proprio come le persone.
E cosa fare dunque per aiutarlo a non tradire se stesso e il Brasile?
Dobbiamo fargli pressione. I movimenti sociali devono agire in maniera costruttiva
e premere affinché Lula riesca a scrollarsi di dosso il peso dei piani alti. La
politica monetaria è brutale, è crudele. I suoi giochi insostenibili. Senza pietà.
Bisogna avere carisma per resistere. E l’appoggio dei movimenti sociali. Adesso
sono chiamati, più di sempre, a stringersi intorno a lui, per sostenerlo nell’affrontare
tutte queste difficoltà. Per aiutarlo a resistere. Non va lasciato solo. Occorre
essere critici e costruttivi.
I movimenti sociali mancheranno a questo appuntamento?
I movimenti sociali sono intelligenti. Sanno distinguere. “Con Lula e contro
Palocci” è questo il loro slogan. Il che significa con il presidente operaio e
tutto quello che è stato e che rappresenta, e contro la politica macroeconomica
del ministro dell’industria. Lula non lo abbandonano! E poi, quali alternative
avremmo a lui? Chi altro potrebbe guidare il Paese verso la luce? Non lo lasceremo!
Non appoggiarlo vorrebbe dire aprire la strada all’estrema destra. O Lula o il
caos politico, economico e sociale.
L’estrema destra?
Sì. Se non diamo fiducia a Lula lasciamo il terreno fertile per le forze estremiste
di destra, l’agrobusiness, il latifondo. Critichiamo pure Lula, anzi, sarà costruttivo,
ma non abbiamo alternativa che votarlo, appoggiarlo.

Ultimamente a Lula sono piovute addosso le critiche negative anche di gran parte
della sinistra europea. Che ne pensa?
La sinistra europea dovrebbe criticare le multinazionali italiane, tedesche,
francesi, britanniche, non Lula. Sono loro che stanno pressando il presidente,
sono loro a non lasciarlo respirare. Sono loro i colpevoli della politica attuata
finora. Le intenzioni del presidente sono chiare da sempre: fare una politica
sociale. Ma il sistema economico egemonizzato dalle multinazionali non lo permette.
Cosa può fare? Se le grandi multinazionali statunitensi od europee - tanto sono
tutti invischiati assieme - non lo permettono, che può fare Lula? La sinistra
europea dovrebbe guardare a Lula come un alleato, non come un nemico. Dovrebbe
dare addosso alle multinazionali dei loro Paesi, non mirare a screditare lui e
il suo lavoro. E’ il sistema capitalistico globale da criticare. E’ così seduttore,
violento, pressante. E’ brutale. Non lascia spazio nemmeno alla pietà. Basta guardare
quel che è successo nel Sud-est asiatico. I Grandi non hanno annullato il debito
estero dei Paesi in ginocchio a causa dello tsunami, hanno semplicemente prorogato
i termini di pagamento di un anno. Ma come fanno a tirarsi su velocemente dopo
quello che è successo? Come possono ricostruire le basi dell’economia in dodici
mesi? Viviamo in un sistema economico inumano, senza cuore. Ed è proprio quel
sistema che sta cercando di distruggere il governo Lula.