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L’11 ottobre la Commissione sulle sparizioni in Nepal, formata tre mesi fa dal Ministero degli Interni, ha pubblicato il
terzo rapporto sui desaparecidos della guerra nepalese: le stime ufficiali parlano di 116 persone portate via
dalle forze di sicurezza del governo dopo l’agosto 2003, quando venne tolto il
cessate il fuoco. Una cifra ragguardevole che secondo le ong locali potrebbe essere
molto più alta. Ad oggi, inoltre, solo trentanove dei 116 sarebbero stati liberati.
Il regno himalayano ha registrato nell’ultimo anno il maggior numero di sparizioni
al mondo. Secondo Amnesty International, dal 1998 le persone scomparse sarebbero 622, la maggior parte negli ultimi
quattordici mesi, quando i guerriglieri maoisti e il governo hanno ripreso le
ostilità e intensificato gli scontri. Il conflitto tra guerriglieri del Partito
comunista nepalese (Ncp) ed Esercito dura dal ’96 e ha causato finora dieci mila
vittime.
Ogni giorno, dunque, in Nepal almeno una persona viene rapita e rinchiusa in
qualche prigione. Le storie si ripetono seguendo un triste rituale. Govinda Raj Rai, amministratore delegato della rivista Asia Star, stava dormendo quando cinque uo mini della sicurezza hanno fatto irruzione nella sua stanza. Dissero ai famigliari
che dovevano interrogarlo e che l’avrebbero rilasciato dopo un paio d’ore. Govinda
non è più tornato a casa. Ram Bahadur Parajuli, venditore di sigarette per le strade della capitale Kathmandu, è stato prelevato
di mattina, mentre stava lavorando, e costretto a salire su un furgone bianco.
Nessuno da allora l’ha più rivisto. Chandra Kanta Dhakal, contadino di trentotto anni, sarebbe finito nella prigione di Rana Shardul. Lo dicono i famigliari, ricordando che lì l’uomo era già stato detenuto quando
era in vigore lo stato d’emergenza, dal novembre 2001 all’agosto 2002. E così
a seguire…Gran parte dei prigionieri verrebbero portati in caserme dell’Esercito
trasformate in centri di detenzione e tortura.
La grave instabilità politica ha contribuito all’aggravarsi della situazione.
Nell’ottobre 2002 il re Gyanendra,
salito al potere dopo il misterioso sterminio della famiglia reale – di cui
sarebbe addirittura il mandante - ha sciolto il parlamento e assunto pieni poteri.
I principali partiti politici, però, hanno risposto con una campagna di protesta
culminata dall’8 aprile al 3 maggio scorso in una serie di manifestazioni con
migliaia di persone per le strade di Kathmandu. I dimostranti, che contravvenivano
al divieto del governo di radunarsi in luoghi pubblici, furono arrestati e picchiati
dalla polizia. Ma il dissenso non è stato soffocato nel nulla: a luglio il re
ha riaperto il parlamento e nominato a capo dell’Esecutivo l’ex premier Sher Bahadur
Deuba.
Il Paese rischia comunque il collasso. Da una parte i guerriglieri - che vogliono
rovesciare la monarchia per instaurare un regime comunista - controllano due terzi
del regno, dall’altra la proclamazione dello stato d’emergenza , la fine del cessate
il fuoco e l’offensiva dell’Esercito lanciata in varie zone del Paese hanno accresciuto
l’influenza dei militari nell’arena politica.
In questo contesto, dunque, sono stati fatti sparire contadini, maestri, studenti,
uomini d’affari, giornalisti, attivisti politici, operatori umanitari e membri
delle minoranze. Il rapporto della Commissione, inoltre, non parla dei rapimenti compiuti dai guerriglieri maoisti che, dall’inizio
del conflitto, hanno reclutato e condotto con la forza centinaia di persone nei
campi di addestramento e di ri-educazione maoista. Nelle zone rurali l’Ncp porta
via i bambini dalle scuole e i contadini per strappar loro le terre o perché si
sono rifiutati di pagare il pizzo. L’orrore è ovunque. I campi maoisti sono a
ore di mulattiera, le case delle torture dell’Esercito, invece, si troverebbero
intorno alla capitale e nei distretti centrali di Lalitpur, Dhading e Dhanusha.
L’istituzione della Commissione sulle sparizioni è già un traguardo in un Paese dove i reati commessi da polizia e militari restano
in gran parte impuniti perché il sistema giudiziario è controllato dalle forze
di sicurezza. Sette persone furono arrestate e torturate nell’autunno 2003. Dopo
sette mesi la Corte ordinò la loro liberazione, ma gli ex prigionieri dovettero
rifugiarsi nella sede di una ong locale per evitare di essere nuovamente portati
via. Gli uomini della sicurezza, infatti, non tardarono ad assediare l’edificio
per alcuni giorni, fino a quando lo scalpore generato da questo caso sui media
locali li costrinse a ritirarsi.
Finora sono state solo le proteste pacifiche dei civili a muovere le cose. Non
ci sarebbe stata una Commissione se le madri dei desaparecidos nepalesi non avessero marciato per le strade e chiesto uno sciopero generale
nei mesi scorsi. Grida di dolore che inevitabilmente ci ricordano quelle di altre
madri, in tempi e Paesi lontani, dall’altra parte del globo. In Argentina, Cile,
Indonesia...
Francesca Lancini