Questo piccolo libro si legge tutto d'un fiato. Sessanta pagine, bevute in un sorso che ti lascia senza parole

“Lettera dall'inferno a mia madre e
ai miei figli”, Garzanti Editore, 2008. Questo piccolo libro si
legge tutto d'un fiato. Sessanta pagine, bevute in un sorso che ti
lascia senza parole. Le prime dodici pagine sono la trascrizione di
quanto Ingrid Betancourt, la franco-colombiana ex candidata alla
presidenza della repubblica, rapita dalle Forze armate rivoluzionarie
della Colombia il 22 febbraio 2002, ha affidato a un fitto
manoscritto datato 24 ottobre 2007. Una lettera che i suoi carcerieri
hanno preteso quale prova in vita da destinare ai familiari, assieme
a una foto, pubblicata in copertina, che sciocca.
Ed è a sua madre che la donna si
rivolge, con parole strazianti quanto lucide. Parole gravi e potenti,
amplificate dal buio e dalla solitudine di quell'inclemente selva in
cui ha trascorso gli ultimi 6 anni. “Mamita,
sono stanca, stanca di soffrire. Sono stata, ho cercato di essere
forte. Questi sei anni di prigionia mi hanno dimostrato che sono meno
coraggiosa, intelligente e forte di quel che pensavo. Ho combattuto
molte battaglie, ho cercato di scappare più di una volta, ho
cercato di conservare la speranza così come si tiene la testa
sopra il pelo dell'acqua. Ma oggi, mamita,
mi sento sconfitta”.
La
fondatrice del partito “Ossigeno”, l'accanita senatrice nemica
giurata della corruzione e dei corrotti, colei che denunciava le
manfrine dei potenti e sfidava le loro minacce di morte, colei che è
scampata ad agguati paramilitari orchestrati dalla stanza dei
bottoni, adesso è arrivata allo stremo. Nonostante cerchi di
appigliarsi a quanti la amano.
Con
gli ultimi sprazzi di una tenacia innata, Ingrid si rivolge ai
suoi figli, Melanie, Lorenzo e Sebastian (suo figlioccio del primo
matrimonio) definendoli “il mio ossigeno, la mia vita”. “E'
importante che io dedichi queste righe a quelli che mi tengono la
testa fuori dall'acqua, che non mi lasciano annegare nell'oblio, nel
nulla, nella disperazione”. Quindi lunghi ricordi, ripercorrendo i
più bei momenti passati insieme, e pagine su concreti consigli
di mamma. Poi parole d'amore per il suo ex marito e padre dei suoi
figli, Fabrice Delloye: “Grazie Fab mio, sei meraviglioso”,
riferendosi alla sua lotta incessante a fianco di Melanie e Lorenzo
al fine di ottenere al sua liberazione. Dolcezza per la sorella,
Astrid, tenerezze per il suo attuale marito: “A Janqui: “Dove
sei?” e a tutti i componenti della sua grande famiglia. Una dedica,
un saluto a quel mondo strappatole dalla guerriglia che ha visto in
lei la complice di uno Stato da combattere hasta la victoria.
Dopo le concitate
parole datate “Giungla colombiana, mercoledì 24 ottobre, ore
8 e 34, in un mattino piovoso come la mia anima”, e finite di
scrivere alle “15 e 34”, il libro propone la risposta dei due
adolescenti franco-colombiani, che non perdono la speranza di vedere
la loro madre tornare a casa sana e salva. E per questo lottano,
marciano, girano il mondo per sensibilizzare l'opinione pubblica sul
dramma dei sequestrati in Colombia (migliaia in mano ai vari gruppi
armati). A guidarli sempre la speranza: “Questa non è una
lettera d'addio. È una lettera di ritrovamento. A presto,
mamma”.