28/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a un portavoce dei coloni di Kiryat Arba, l'insediamento di Hebron, in Cisgiordania
a cura di Francesca Borri
 
David Wilder è un uomo di sole e fiducia. Vive incuneato nel suk arabo di Hebron, alla destra una Smith & Wesson, alla sinistra un telefonino che lo aggiorna insaziabile sugli ultimi proiettili, ma essere qui è per lui “insieme un obbligo e un privilegio”, le sue finestre dice, sono finestre “motivazionali”, respirano bellezza spirituale ma anche “tutto il lavoro ancora da fare”.
 
Coloni a Kiryat ArbaFuori, 160mila palestinesi. Cinquantaquattro anni, sette figli, è il portavoce di quelli che Ha’aretz ha definito ‘gli hooligans di Israele’. “Hebron è la prima città ebraica, qui Abramo comprò Ma’arat HaMachpela, una grotta per seppellire la moglie Sara, e qui abbiamo sempre vissuto, per millenni. Poi nel 1267 arrivarono gli arabi, e per sette secoli la Tomba dei Patriarchi fu inaccessibile, fino al 1967. Sostenevano che è una moschea, e che solo i musulmani possono pregare in una moschea. Dopo i massacri del 1929, non rimase più mezzo ebreo... Bisognava tornare. Un primo gruppo si insediò nel 1971, in semplici camere di albergo e poi rifiutando di andarsene - e così nacque Kiryat Arba, in collina. Ma bisognava tornare a Hebron, non creare dei sobborghi. Gli uomini sarebbero stati fermati immediatamente, per cui dieci donne e quaranta bambini entrarono di notte in un edificio, e per mesi fu una resistenza sotto assedio, la polizia impediva a chi usciva di rientrare, l’obiettivo era affamare e sfinire. Ma anche ai peggiori nemici si concedono cibo, acqua e medicine, e così fu anche per loro. L’anno successivo, dopo un attacco terroristico, il governo accettò gli uomini, e poi ristrutturò e ampliò l’edificio. Così fu fondata Beit Hadassah. Oggi Hebron ha quattro comunità ebraiche”.

Quali furono le reazioni, all’inizio?
Molti capirono l’importanza di Hebron, Ben Gurion scrisse una lettera di sostegno. Israele all’epoca non aveva ancora un progetto per governare i territori liberati, nessuno nel 1967 si aspettava una vittoria di quelle dimensioni. Ma alla fine abitavamo qui, non potevano sradicarci. E poi il fronte prioritario era la pace con l’Egitto, la questione del Sinai.

Intendevo le reazioni degli abitanti locali. Arrivavamo da una vittoria larga e netta. Eravamo forti e ci rispettavano. E’ sempre stato così. Gli arabi ci attaccano quando ci vedono deboli. Avevamo normali rapporti economici e personali. Quello che ha cambiato tutto è stata Oslo, la prima Intifada. Ci hanno visto deboli, e ci hanno attaccato con violenza crescente. Oggi la separazione è totale.

Per il diritto internazionale, gli insediamenti nei territori occupati sono illegali.
Il diritto internazionale non proibisce agli ebrei di vivere in terra ebraica. Questa non è un’occupazione, ma un ritorno. Un negoziato richiede la presenza di due parti. A chi mai dovremmo ‘restituire’ questa terra? Non esiste alcun titolo legale che dica che questa terra apparteneva a qualcuno. Secondo il diritto internazionale, questa era una res nullius. Sono territori occupati, sì... Ma dal nostro passato e dal nostro futuro.

Donna palestinese perquisita a Hebron Gli arabi, lei dice, devono accettare di essere nostri ospiti. Perché un palestinese la cui famiglia ha vissuto qui per duemila anni è un ospite, mentre un ebreo la cui famiglia ha vissuto per duemila anni in Yemen è un esule?
Nessuno dice che gli arabi devono andarsene, ma Hebron deve essere israeliana quanto Tel Aviv, la sovranità israeliana deve essere piena. Questa non è una guerra politica o economica, ma religiosa, e non sono possibili compromessi sulla religione. Quando nel 1948 abbiamo accettato il Piano di Partizione delle Nazioni Unite, la reazione è stata la guerra. Un arabo che vuole vivere a Jaffa non è la stessa cosa di un ebreo che vuole vivere a Hebron. La differenza tra chi vuole tornare qui dopo l’Olocausto e chi ha perso tutto dopo avere perso una guerra di aggressione è abissale. Hanno voluto la guerra, adesso sono affari loro. Devono rimanere fuori.

E se uno volesse essere non un ospite, ma un cittadino?
Esistono ventidue stati arabi nel Medio Oriente.

Sono soprattutto gli arabi-israeliani a sentirsi ospiti, qui. E dicono di sentirsi discriminati.
Gli arabi-israeliani attraversano una profonda crisi di identità. E certo, siamo preoccupati... Sono prevalentemente dalla parte dei cosiddetti palestinesi. E’ un problema che dobbiamo affrontare.

Ma uno stato può rimanere ebraico e dare a tutti gli stessi diritti?
La democrazia non è un fine, ma un mezzo. Il rapporto con le minoranze dipende dall’obiettivo ultimo. La democrazia può essere una cosa positiva, ma può essere anche la repubblica di Weimar o la vittoria di Hamas. Per cui non bisogna essere necessariamente democratici. Il mio obiettivo è uno stato ebraico, non uno stato democratico.

Quindi con una minoranza, non so, con una minoranza di italiani sarebbe uguale?
Le minoranze sono diverse l’una dall’altra. A Hebron combattiamo per tutti voi. L’obiettivo del terrorismo non è la fine di Israele, ma l’islamizzazione dell’intero mondo occidentale. Mohammed è già il nome più diffuso in Gran Bretagna.

Gli avamposti però sono illegali anche per il diritto israeliano.
In terra ebraica non è mai questione di illegalità, al massimo di assenza di autorizzazioni. Le comunità sulle colline sono guidate da giovani pionieri coraggiosi, il miglior esempio del sabra, il nuovo ebreo forgiato dal sionismo. Uno stato per cui i giovani non sono disposti a uccidere e essere uccisi è uno stato precario, non sostenibile nel lungo periodo.

Soldato israeliano alla tromba di Abramo. Foto di Simone ManzoEppure la società israeliana oggi appare frammentata. Per la prima volta gli emigrati sono più degli immigrati. E qualcuno comincia a parlare di post-sionismo.
Nel 1948 eravamo devastati da Auschwitz, ma siamo venuti qui a combattere e vincere, perché avevamo un obiettivo, lo Stato di Israele, eravamo motivati. Ma raggiunto l’obiettivo, ci siamo persi. Siamo diventati individualisti. La priorità è l’economia, nessuno pensa più che questa è la nostra terra perché è la terra che ci ha dato Dio. Non è solo questione di vivere fisicamente qui. Siamo qui per vivere in Israele come ebrei che vivono nella terra avuta da Dio, non come ebrei che accidentalmente vivono in un paese del Medio Oriente chiamato Israele, come fossero svizzeri o americani.

Martin Buber era un sionista, però voleva la convivenza di arabi e ebrei.
Essere ebreo e essere israeliano sono la stessa cosa.

Alcuni giovani vengono a Hebron e fondano comunità. Altri tornano da Hebron e fondano Breaking the Silence.
Non conosco i problemi psicologici di Yehuda Shaul. In un altro paese sarebbe già stato processato per alto tradimento.

Lei è scettico anche circa il ruolo degli internazionali presenti a Hebron. Dicono che li aggredite.
Sono solo degli antisemiti amici degli arabi che provocano e incitano all’odio. Tentiamo al meglio di ignorarli. Evitino di dimostrare, ed eviteranno anche di essere aggrediti. Interrompano le attività antiebraiche, lascino immediatamente Hebron e non interferiscano più negli affari interni israeliani. E non avranno problemi.

Palestinesi protestano a Hebron con le foto dei prigionieriCon la seconda guerra mondiale, noi europei abbiamo imparato che la sicurezza deriva non dagli eserciti e dai muri, ma dalla qualità delle relazioni con i vicini, che è una sicurezza interdipendente cioè, non mutualmente esclusiva. Israele è il paese più pericoloso al mondo per un ebreo. L’Undicesimo Comandamento dice: Non dimenticare. Auschwitz in realtà non è mai stata liberata, siamo ancora qui, dietro il filo spinato, come pecore verso le camere a gas, perché il mondo non ha mai riconosciuto il legittimo diritto divino del nostro popolo a questa terra. Nel 1929 siamo stati uccisi dagli arabi con cui vivevamo. Avevamo rifiutato le armi offerte dall’Haganah per non aumentare la tensione, e siamo stati squartati, davanti all’indifferenza degli inglesi. Non puoi fidarti degli arabi. Degli arabi e di nessuno, è solo questo quello che abbiamo imparato, dall’Olocausto, dal 1948, dal 1967, da Oslo, di chi non fidarci, da chi non dipendere, in chi non credere. Abbiamo dovuto bombardare da soli il reattore nucleare di Saddam Hussein. Auschwitz non è mai finita. Nessuno è cambiato. E neppure noi. Neppure noi abbiamo davvero imparato qualcosa. Abbiamo dato Gush Katif e ricevuto missili.

Nel 1948 avete accettato il Piano di Partizione proposto dalle Nazioni Unite. Ma la nostra storia non è cominciata alla fine dell’Ottocento con il sionismo. Il 1948 è stato solo l’inizio dello stato israeliano, solo il primo passo non il raggiungimento del fine ultimo. Le opzioni erano molte, potevamo decidere di fare di Israele uno stato qualsiasi, aperto a tutti - bisogna ancora fare di Israele uno stato religioso e esclusivamente ebraico.

Il 1967 è stato ‘un miracolo’. Ma poi, dice, l’errore, la formula land for peace invece che peace for land.
Con il 1967 è cominciato l’effetto domino, siamo ogni volta chiamati a concessioni per la pace. Ma si inizia con Gush Katif, e si finisce con Gerusalemme. Pensi l’Egitto quando gli abbiamo dato il Sinai, e d’accordo, adesso non temiamo più invasioni, ma non abbiamo ottenuto che una ‘pace fredda’ che ha consentito ai musulmani di coltivare Hamas. O pensi la Giordania, a cui abbiamo dato tutta la nostra acqua. E in cambio del Libano? Solo Hezbollah. Questa si chiama auto-distruzione. Avranno la pace quando non ruberanno più la nostra terra.

Chi è stato Arafat? E cosa è l’Autorità Palestinese?
Arafat ha trasformato il terrorismo in una nobile impresa, in uno strumento legittimo per raggiungere i propri obiettivi. E’ il padre spirituale di Hamas, Hezbollah, Al Qaeda... Non un uomo, ma un concetto. Arafat vive ancora, è l’ambizione araba a distruggere Israele, e dunque non importa chi sia il suo successore. Non importa cosa gli arabi decidono di fare o non fare, dire o non dire. Potrebbero essere anche il popolo più pacifico dell’universo - la terra di Israele appartiene al popolo ebraico. L’Autorità Palestinese è solo una organizzazione terroristica. E’ il Quarto Reich.

Alcuni sostengono che il terrorismo palestinese è una reazione alle politiche israeliane in Giudea e Samaria.
Perché allora, dopo che abbiamo abbandonato Gush Katif, lanciano missili su Sderot?

Cosa le viene in mente alla parola ‘palestinesi’? Che roba è, un test psicologico?

Voglio dire... Sono un popolo? O comunque, lo sono diventato?
Lei vuole farmi dire che sono tutti terroristi... Per cui la accontento - no, non sono tutti terroristi. Ma certo non sono un popolo. Sono... Non so cosa sono. Ma c’è questa entità araba nemica, qui.

Miliziani di Hamas a HebronDopo Oslo, e quello che lei definisce il peace plan, e ancora più dopo la Road Map e il cosiddetto ‘disimpegno’ da Gaza, i rabbini che hanno intimato ai soldati di disobbedire agli ordini sono stati bollati come ayatollah. Alcuni qui vedono una guerra non più tra arabi ed ebrei, ma tra moderati ed estremisti.
In Israele non abbiamo una costituzione, la Torah viene prima di tutto. E non vuole certo la nostra distruzione, quando la legge contraddice la religione è la religione a prevalere. Quando si estirpano le famiglie dalle loro case, come a Gush Katif, sopravvivere è la prima regola. ‘Disimpegnarsi’, nel mezzo di una guerra, è folle, offrire uno stato cosiddetto palestinese, rilasciare centinaia di prigionieri... E’ solo incentivare il terrorismo. Ci sono cose che una democrazia non può decidere. Io non vivo qui per me, ma per l’intero popolo ebraico, di ogni luogo e di ogni tempo, sono solo il custode delle chiavi. Stare qui, presidiare la sacralità di questa terra, è insieme un nostro diritto e un nostro dovere. Eretz Yisrael non appartiene a noi, ma alla volontà di Dio. Nessuna elezione, nessun referendum, nessun negoziato, Eretz Yisrael, sia detto e compreso una volta per tutte, non è in vendita, neppure al prezzo più alto. Nessun pezzo, né adesso né mai. Il destino di Hebron è stato deciso quattromila anni fa da Abramo. Obbediremo, ma agli ordini ricevuti sul Sinai.

Nel 1994 Baruch Goldstein ha ucciso ventinove fedeli mentre pregavano nella moschea. Si dice che la sua tomba, qui, sia meta di pellegrinaggio. Naturalmente, nessuna distorsione di Hebron sarebbe completa senza parlare di Baruch Goldstein... Ognuno di noi qui è armato, perché abbiamo il diritto di portare armi per autodifesa. Ci sparano contro ogni giorno e ogni notte, eppure non succede niente, in proporzione al numero di armi che circolano, nessuno prende una mitragliatrice e comincia a sparare dalla finestra. Ci volete perfetti, ma nessuno è perfetto. E comunque - meglio non essere perfetti a Hebron che altrove.

Dopo quarant’anni, siete ancora solo seicento. Beit Hadassah è quattro edifici e venticinque famiglie.
Siamo pochi solo perché non abbiamo abbastanza case. E comunque l’importante è che siamo sopravvissuti, che siamo qui. E’ chiaro che per ragioni politiche ci impediscono di costruire e di espanderci. Per costruire a Hebron - e cioè su terra vuota, di proprietà indiscutibilmente ebraica - le autorizzazioni devono scalare le vette del Ministero della Difesa. Se agli ebrei venisse impedito di costruire case nelle dodici Hebron sparse per gli Stati Uniti, titoli di giornali e azioni legali contro l’antisemitismo sarebbero immediati. Perché solo nella vera Hebron si proibisce agli ebrei di costruire case solo perché sono ebrei?

Per non coinvolgere civili arabi, dite, l’esercito israeliano sacrifica le vostre vite, trattenendosi dall’usare tutta la sua forza. Dite di sentirvi cittadini di serie B, come gli intoccabili indiani. Dite che il governo vi lascia soli. Abbiamo molti nemici, anche interni. Ma alla fine i governi cambiano, e noi rimaniamo.

Ma economicamente, qui, sigillati e blindati... Voglio dire, che fate? Come vi mantenete?
Siamo comunità piccole... Non che ci sia molto lavoro. Riceviamo dei fondi dallo Stato.

Hebron è essenzialmente la Tomba dei Patriarchi. Lo stesso sito ospita una moschea. Un po’ come Gerusalemme. Come gestire luoghi sacri a più religioni e aggrovigliati gli uni negli altri?
Per essere accessibili a tutti, come è giusto che sia, i luoghi sacri devono essere sicuri. Bisogna impedire agli arabi di impedirci di entrare. Se non vivessimo a Hebron, nessuno potrebbe più entrare nella Tomba dei Patriarchi. Comunque, secondo il giornalista arabo Joseph Farah, il Corano non dice niente di Gerusalemme. Cita la Mecca centinaia di volte, la Medina... Ma non dice niente di Gerusalemme. E per buone ragioni, perché non esiste alcuna prova che Maometto abbia mai visitato Gerusalemme. La connessione tra Islam e Gerusalemme è solo un mito. La struttura sopra Ma’arat HaMachpela è stata costruita da Erode seicento anni prima della nascita di Maometto. Certi luoghi vengono politicizzati dai nostri nemici nel tentativo di delegittimare le più basilari rivendicazioni di Israele alla sua terra.

Durante l’Hanukkah, celebrate il fallito tentativo di ellenizzazione del popolo ebraico. Ma esiste una ‘purezza ebraica’ da salvaguardare? Il prezzo non è il Muro, é quello che alcuni cominciano a chiamare apartheid?
Certo che questo è apartheid. Possiamo entrare solo nel tre percento dell’area municipale di Hebron, mentre migliaia di arabi continuano a vivere in terra ebraica. Il Muro mi priva della libertà di movimento, e non solo non ferma i terroristi, ma pretende di tracciare il confine di uno stato arabo, è pericoloso, riconosce una cosa che non esiste. Non siamo tornati in Israele per tornare nei ghetti. Mi cacciano da qui, e dicono che è un processo di pace, voglio cacciare gli arabi, dicono che sono un razzista - quale è la differenza? E’ il mio processo di pace.
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