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La chiamano ‘cecenizzazione’ del Caucaso. Un brutto termine per
esprimere un drammatico fenomeno: l’estensione del conflitto ceceno a
tutte le repubbliche russe del Caucaso settentrionale, il dilagare in
tutta la regione della guerra che da anni si combatte in Cecenia. Dal Daghestan
all’Inguscezia, dal Cabardino-Balcaria
all’Ossezia del Nord, quella che fino a pochi mesi fa era solo una
fosca previsione, dopo Beslan sta diventando una realtà.
Putin nella trappola di Basayev. L’ambiguo e sanguinario terrorista
Shamil Basaev, che combatte una guerra santa contro la Russia non più
allo scopo di rendere indipendente la Cecenia ma al fine di creare un
emirato islamico del Caucaso del Nord, sta facendo proseliti in tutta
la regione. Ovunque sono spuntati gruppi armati ‘wahabiti’ che, secondo
il Cremlino, sono cellule di una rete diretta da Basayev e da lui
intessuta in anni di spostamenti da una repubblica all’altra. Cellule
che fino all’estate scorsa sembravano ‘dormienti’ e che poi si sono
improvvisamente risvegliate. Prima in Inguscezia, a giugno, con i
clamorosi attacchi alle caserme della polizia di Nazran che causarono
un centinaio di morti. E poi, a settembre, nell’Ossezia del Nord, con
il drammatico sequestro della scuola di Beslan conclusosi con la
strage d’innocenti che tutti conoscono.
Provocazioni a cui il Cremlino ha reagito proprio come Basayev sperava,
cioè lanciando in tutta la regione azioni militari ‘preventive’ e
aprendo così, di fatto, nuovi fronti di guerra e ‘cecenizzando’ le
repubbliche caucasiche.
Inguscezia, 8 gennaio. A Nazran, capitale della repubblica russa
dell’Inguscezia, ai confini con la Cecenia, quel sabato era iniziato
male. Intorno alle 8:30 una scossa di terremoto aveva fatto
tremare le case. Poco dopo, alcuni blindati e cingolati dell’esercito e
centocinquanta soldati delle truppe speciali armati di lanciagranate e
lanciafiamme hanno circondato un sospetto covo di ribelli islamici.
Dall’abitazione, almeno secondo la versione russa, sono partiti dei
colpi d’arma a cui i soldati hanno risposto prendendo a cannonate la
casa fino a ridurla a una rovina fumante. Sotto le macerie sono stati
trovati i cadaveri di quattro guerriglieri.
Dopo la battaglia, la gente terrorizzata si è chiusa in casa. Per le strade della
città solo soldati e mezzi dell’esercito.
Due giorni dopo, durante la notte tra il 10 e l’11 gennaio, è scattata
la rappresaglia: una caserma dell’esercito è stata attaccata a colpi di
granata. Quattro soldati sono rimasti gravemente feriti.
Il giorno dopo le forze armate hanno dato il via a una massiccia
operazione ‘anti-terrorismo’ di rastrellamento che ha interessato tutto
il territorio della repubblica, che ormai vive in un clima di guerra.
Daghestan, 15 gennaio. Per gli strateghi militari del Cremlino,
evidentemente, il sabato è giorno di operazioni antiterrorismo. Una
settimana esatta dopo il blitz di Nazran, è toccato alla repubblica
russa del Daghestan, anch’essa la confine con la Cecenia. Obiettivo: il
gruppo armato islamico Jennet (‘Paradiso’ in arabo), guidato da Rasul
Makasharipov, referente locale di Basayev, e ritenuto responsabile del rapimento
e
dell'uccisione di molti poliziotti daghestani.
Alle cinque del mattino, ora della prima preghiera islamica, le truppe
speciali hanno assaltato la casa del cinquantenne leader integralista
Magomedzagir Akayev a Kaspiisk, sul Mar Caspio: ne è scaturito un
violento scontro a fuoco in cui sono morti lo stesso Akayev e tre
soldati russi.
Due ore dopo, alla periferia della capitale Makhachkala, decine di
soldati russi hanno circondato e attaccato alcune case in cui erano
stati segnalati quattro ribelli del Jennet. E’ seguita una battaglia in
cui ha perso la vita un militare e che è andata avanti fino a tarda
sera, quando un carro armato è stato lanciato contro gli edifici,
radendoli completamente al suolo e seppellendo i guerriglieri sotto le
macerie: tra di loro ci sarebbe anche Rasul Makasharipov, leader del
Jennet.
Enrico Piovesana