23/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La 'cecenizzazione' del Caucaso russo: scene di guerra in Inguscezia e Daghestan

La chiamano ‘cecenizzazione’ del Caucaso. Un brutto termine per esprimere un drammatico fenomeno: l’estensione del conflitto ceceno a tutte le repubbliche russe del Caucaso settentrionale, il dilagare in tutta la regione della guerra che da anni si combatte in Cecenia. Dal Daghestan all’Inguscezia, dal Cabardino-Balcaria all’Ossezia del Nord, quella che fino a pochi mesi fa era solo una fosca previsione, dopo Beslan sta diventando una realtà.

Shamil Bsayev Putin nella trappola di Basayev. L’ambiguo e sanguinario terrorista Shamil Basaev, che combatte una guerra santa contro la Russia non più allo scopo di rendere indipendente la Cecenia ma al fine di creare un emirato islamico del Caucaso del Nord, sta facendo proseliti in tutta la regione. Ovunque sono spuntati gruppi armati ‘wahabiti’ che, secondo il Cremlino, sono cellule di una rete diretta da Basayev e da lui intessuta in anni di spostamenti da una repubblica all’altra. Cellule che fino all’estate scorsa sembravano ‘dormienti’ e che poi si sono improvvisamente risvegliate. Prima in Inguscezia, a giugno, con i clamorosi attacchi alle caserme della polizia di Nazran che causarono un centinaio di morti. E poi, a settembre, nell’Ossezia del Nord, con il drammatico sequestro della scuola di Beslan conclusosi con la strage d’innocenti che tutti conoscono.
Provocazioni a cui il Cremlino ha reagito proprio come Basayev sperava, cioè lanciando in tutta la regione azioni militari ‘preventive’ e aprendo così, di fatto, nuovi fronti di guerra e ‘cecenizzando’ le repubbliche caucasiche.
 
L'operazione di Nazran Inguscezia, 8 gennaio. A Nazran, capitale della repubblica russa dell’Inguscezia, ai confini con la Cecenia, quel sabato era iniziato male. Intorno alle 8:30 una scossa di terremoto aveva fatto tremare le case. Poco dopo, alcuni blindati e cingolati dell’esercito e centocinquanta soldati delle truppe speciali armati di lanciagranate e lanciafiamme hanno circondato un sospetto covo di ribelli islamici. Dall’abitazione, almeno secondo la versione russa, sono partiti dei colpi d’arma a cui i soldati hanno risposto prendendo a cannonate la casa fino a ridurla a una rovina fumante. Sotto le macerie sono stati trovati i cadaveri di quattro guerriglieri.
Dopo la battaglia, la gente terrorizzata si è chiusa in casa. Per le strade della città solo soldati e mezzi dell’esercito.
Due giorni dopo, durante la notte tra il 10 e l’11 gennaio, è scattata la rappresaglia: una caserma dell’esercito è stata attaccata a colpi di granata. Quattro soldati sono rimasti gravemente feriti.
Il giorno dopo le forze armate hanno dato il via a una massiccia operazione ‘anti-terrorismo’ di rastrellamento che ha interessato tutto il territorio della repubblica, che ormai vive in un clima di guerra.

I resti della casa di Makhachkala Daghestan, 15 gennaio. Per gli strateghi militari del Cremlino, evidentemente, il sabato è giorno di operazioni antiterrorismo. Una settimana esatta dopo il blitz di Nazran, è toccato alla repubblica russa del Daghestan, anch’essa la confine con la Cecenia. Obiettivo: il gruppo armato islamico Jennet (‘Paradiso’ in arabo), guidato da Rasul Makasharipov, referente locale di Basayev, e ritenuto responsabile del rapimento e dell'uccisione di molti poliziotti daghestani.
Alle cinque del mattino, ora della prima preghiera islamica, le truppe speciali hanno assaltato la casa del cinquantenne leader integralista Magomedzagir Akayev a Kaspiisk, sul Mar Caspio: ne è scaturito un violento scontro a fuoco in cui sono morti lo stesso Akayev e tre soldati russi.
Due ore dopo, alla periferia della capitale Makhachkala, decine di soldati russi hanno circondato e attaccato alcune case in cui erano stati segnalati quattro ribelli del Jennet. E’ seguita una battaglia in cui ha perso la vita un militare e che è andata avanti fino a tarda sera, quando un carro armato è stato lanciato contro gli edifici, radendoli completamente al suolo e seppellendo i guerriglieri sotto le macerie: tra di loro ci sarebbe anche Rasul Makasharipov, leader del Jennet.

Enrico Piovesana

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