23/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo scontro tra Obama e Hillary è diventato ormai una guerra di trincea, che sta logorando il Partito democratico
E poi dicono della sinistra italiana, che con le sue divisioni finisce sempre per favorire gli avversari. Negli Stati Uniti, lo scontro tra Barack Obama e Hillary Clinton è diventato ormai una guerra di trincea, che sta logorando il Partito democratico e ha riaperto una corsa, quella per la Casa Bianca il prossimo novembre, che fino a pochi mesi fa sembrava già chiusa. E che ora, mentre i due democratici continuano a scannarsi attaccandosi a vicenda, vede improvvisamente favorito il repubblicano John McCain.

Con un'economia avviata – se non c'è già – verso la recessione, una guerra in Iraq che in cinque anni è costata oltre 600 miliardi di dollari e 4.000 caduti, l'80 percento di cittadini che giudica il Paese “avviato sulla strada sbagliata”, mostrando una voglia di cambiamento sempre più tangibile, ci voleva un bello sforzo per far diventare favorito l'esponente del partito di Bush, che gode di una popolarità più bassa di quella di Nixon al culmine dello scandalo Watergate. Che nel caso di McCain è un senatore di 72 anni con problemi di salute, che ha già detto di voler servire un solo mandato, se verrà eletto. Nonché un sostenitore della guerra in Iraq dall'invasione a oggi, e un candidato per sua stessa ammissione debole in economia.

Quattro mesi fa, per i democratici sembrava tutto più facile. Hillary era davanti a tutti nei sondaggi e sembrava la candidata inevitabile. Obama era una ventata salutare a un Paese in crisi, ma una sua vittoria appariva un'utopia: alzi la mano chi non ha mai pensato “l'America non è pronta per uno come Obama”. Poi venne la vittoria nella prima sfida, in Iowa, e tutto cambiò. Dopo un ritorno temporaneo dell'ex first lady, da tre mesi Obama è davanti nel numero di voti ricevuti, di Stati dove ha vinto, di delegati attribuiti, di finanziamenti raccolti. Hillary viene costantemente data sull'orlo dell'abbandono: il suo staff ha subito perdite pesanti, i media si sono innamorati della storia-Obama, mezza America la odia e voterebbe chiunque al posto suo. Ma resiste, e ha una sua solida base elettorale nella classe media bianca, tra le donne, tra gli ispanici, tra i più toccati dalla crisi economica. E si è visto in Pennsylvania, uno degli Stati più adatti a lei in termini di composizione della popolazione.

Hillary non ha intenzione di mollare. Festeggiando la vittoria in Pennsylvania, ha usato ripetutamente la parola fight, lotta. Perché lotta è, con il marito Bill a raddoppiare la presenza del clan Clinton. Lotta con le unghie e con i colpi bassi. In comizi in cui i due candidati attaccano l'altro a distanza, in dibattiti televisivi in cui si accusano faccia a faccia, in cui sostengono entrambi di essere il più adatto a sfidare McCain. Perché più esperta e meno vulnerabile alle critiche, dice lei. Perché l'altra fa parte del vecchio sistema e gli americani vogliono una faccia nuova, ribatte lui. In questa lotta, ci perdono entrambi. La Clinton, che già agli occhi di molti era vista come una cinica calcolatrice, ora è accusata di consegnare la Casa Bianca ai repubblicani con il suo atteggiamento da “muoia Sansone e tutti i filistei”. Obama, fino a poco tempo fa un maestro di oratoria che ispirava fiducia nel futuro a chi lo ascoltava, diventa improvvisamente antipatico quando si trova a rintuzzare gli attacchi della rivale, e appare snob a molti simpatizzanti di Hillary.

Dall'altra parte, McCain può godersi lo spettacolo. Nove mesi fa era dato per bollito, ora gli altri gli stanno facendo il lavoro sporco senza che lui spenda un centesimo. E i sondaggi si sono ribaltati in due mesi. A febbraio, Obama stracciava McCain in un ipotetico confronto, mentre il vecchio senatore reggeva il confronto con la Clinton. Se si votasse domani, vincerebbe con entrambi. Ecco perché i Democratici ora tremano, e da più parti giungono i solleciti ai superdelegati, che saranno decisivi, affinché prendano posizione definitivamente. E alla Clinton, perché si tiri da parte. Ma come fai a chiederglielo ora, dopo una vittoria netta come quella di ieri? Nella guerra fratricida, Obama rimane il favorito. Ma in che condizioni arriverà il sopravvissuto alla sfida di novembre, non lo può dire ancora nessuno.
 

Alessandro Ursic

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