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Con un'economia avviata – se non c'è già – verso la recessione, una guerra in
Iraq che in cinque anni è costata oltre 600 miliardi di dollari e 4.000 caduti,
l'80 percento di cittadini che giudica il Paese “avviato sulla strada sbagliata”,
mostrando una voglia di cambiamento sempre più tangibile, ci voleva un bello sforzo
per far diventare favorito l'esponente del partito di Bush, che gode di una popolarità
più bassa di quella di Nixon al culmine dello scandalo Watergate. Che nel caso
di McCain è un senatore di 72 anni con problemi di salute, che ha già detto di
voler servire un solo mandato, se verrà eletto. Nonché un sostenitore della guerra
in Iraq dall'invasione a oggi, e un candidato per sua stessa ammissione debole
in economia.
Quattro mesi fa, per i democratici sembrava tutto più facile. Hillary era davanti
a tutti nei sondaggi e sembrava la candidata inevitabile. Obama era una ventata
salutare a un Paese in crisi, ma una sua vittoria appariva un'utopia: alzi la
mano chi non ha mai pensato “l'America non è pronta per uno come Obama”. Poi venne
la vittoria nella prima sfida, in Iowa, e tutto cambiò. Dopo un ritorno temporaneo
dell'ex first lady, da tre mesi Obama è davanti nel numero di voti ricevuti, di
Stati dove ha vinto, di delegati attribuiti, di finanziamenti raccolti. Hillary
viene costantemente data sull'orlo dell'abbandono: il suo staff ha subito perdite
pesanti, i media si sono innamorati della storia-Obama, mezza America la odia
e voterebbe chiunque al posto suo. Ma resiste, e ha una sua solida base elettorale
nella classe media bianca, tra le donne, tra gli ispanici, tra i più toccati dalla
crisi economica. E si è visto in Pennsylvania, uno degli Stati più adatti a lei
in termini di composizione della popolazione.
Hillary non ha intenzione di mollare. Festeggiando la vittoria in Pennsylvania,
ha usato ripetutamente la parola fight, lotta. Perché lotta è, con il marito Bill a raddoppiare la presenza del clan
Clinton. Lotta con le unghie e con i colpi bassi. In comizi in cui i due candidati
attaccano l'altro a distanza, in dibattiti televisivi in cui si accusano faccia
a faccia, in cui sostengono entrambi di essere il più adatto a sfidare McCain.
Perché più esperta e meno vulnerabile alle critiche, dice lei. Perché l'altra
fa parte del vecchio sistema e gli americani vogliono una faccia nuova, ribatte
lui. In questa lotta, ci perdono entrambi. La Clinton, che già agli occhi di molti
era vista come una cinica calcolatrice, ora è accusata di consegnare la Casa Bianca
ai repubblicani con il suo atteggiamento da “muoia Sansone e tutti i filistei”.
Obama, fino a poco tempo fa un maestro di oratoria che ispirava fiducia nel futuro
a chi lo ascoltava, diventa improvvisamente antipatico quando si trova a rintuzzare
gli attacchi della rivale, e appare snob a molti simpatizzanti di Hillary.Alessandro Ursic