23/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo il Bahrein anche gli Emirati firmano un accordo di cooperazione nucleare con gli Usa
''Contiamo di diventare un buon esempio per tutta la regione'', ha dichiarato lo sceicco Abdullah bin Zayed al-Nahayan, ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, commentando la firma (avvenuta ieri) di un protocollo d'intesa con gli Stati Uniti per lo sviluppo di un programma nucleare civile nella monarchia del Golfo Persico.

Accordi nucleari. Altrettanto soddisfatta Condoleezza Rice, segretario di Stato Usa, che ha ribadito: ''Noi ci fidiamo completamente degli Emirati Arabi Uniti, in quanto siamo sicuri che il loro unico obiettivo è l'uso civile della tecnologia nucleare''. L'accordo prevede la fornitura di tecnologia nucleare statunitense per un valore di 100 milioni di dollari. Un bella somma che, in realtà, non peserà in tutto e per tutto sulle casse dei ricchi sceicchi degli Emirati. A Dubai e negli altri sette emirati che compongono il Paese, da tempo, si lavora alla emancipazione dell'economia dalla dipendenza dal petrolio. Il nucleare civile pare la soluzione migliore, sia in chiave civile che, nei piani di Washington, in chiave deterrente nei confronti del programma nucleare dell'Iran. Anche le autorità di Teheran hanno sempre ribadito che il loro progetto avrà solo implicazioni energetiche, ma l'amministrazione Bush e l'Unione europea sono sospettosi.

Un Golfo all'atomo. In quest'ottica, nel dicembre 2006, i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg), che comprende Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait, siglarono un'intesa per lo sviluppo comune e pacifico di energia nucleare. Da un lato, come detto, perché il petrolio sta finendo, dall'altra parte per creare un asse sunnita (di paesi che hanno tutti minoranze sciite bellicose) che si opponga alla sempre maggiore influenza degli sciiti in Iran, in Iraq e in Libano con Hezbollah. Tutti i paesi del Ccg sono buoni alleati degli Usa e dell'Ue, al punto che, mentre il programma congiunto procede lentamente, gli Usa hanno dato una accellerazione al progetto. L'accordo di cooperazione nucleare firmato con gli Emirati è il secondo che la Casa Bianca sigla con un paese dell'area del Golfo, in meno di un mese. A marzo Stati Uniti e Bahrein avevano definito un accordo simile a quello sottoscritto ieri, a Manama, capitale dell'isola petrolifera. Il Bahrein, per primo nella regione, aveva quantificato le restanti scorte di petrolio, calcolando che, nel giro di un quindicennio, l'oro nero che ha fatto la fortuna della famiglia reale sarà finito.

La partita irachena. In questa partita a scacchi tra sunniti e sciiti, con programmi nucleari contrapposti, a seconda del piacere o meno che riscuotono a Washington, si muove anche l'Iraq.
Il premier iracheno al-Maliki, sciita esponente però della corrente moderata e aperta al dialogo con l'Occidente, sta facendo di tutto per puntellare un governo sempre più traballante, che con le elezioni politiche in programma a ottobre in Iraq potrebbe essere travolto dagli sciiti radicali filo iraniani.
Al-Maliki, in Kuwait per l'apertura di una conferenza internazionale sulla questione irachena, ha chiesto ai paesi confinanti di mantenere le promesse di stabilizzare il Paese annullando il debito estero di Baghdad e riaprendo le loro ambasciate nella capitale. Il tentativo di al-Maliki è chiaro: il suo mandato volge al termine e, dopo essere stato considerato un burattino degli Usa per anni, tenta il colpo di coda che gli garantirebbe qualche chance di vincere a ottobre. Possibilità che, per il momento, paiono scarse. Il recente giro della Rice in tutti i paesi del Golfo Persico è stato finalizzato proprio a spendere la mediazione di Washington per rafforzare il governo Maliki. Le elezioni di ottobre in Iraq diranno se ha lavorato bene.

Christian Elia

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