Dopo il Bahrein anche gli Emirati firmano un accordo di cooperazione nucleare con gli Usa
''Contiamo
di diventare un buon esempio per tutta la regione'', ha dichiarato lo
sceicco Abdullah bin Zayed
al-Nahayan, ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti,
commentando la firma (avvenuta ieri) di un protocollo d'intesa con
gli Stati Uniti per lo sviluppo di un programma nucleare civile nella
monarchia del Golfo Persico.
Accordi
nucleari. Altrettanto soddisfatta Condoleezza Rice, segretario di
Stato Usa, che ha ribadito: ''Noi ci fidiamo
completamente degli Emirati Arabi Uniti, in quanto siamo sicuri che
il loro unico obiettivo è l'uso civile della tecnologia
nucleare''. L'accordo prevede la fornitura di tecnologia nucleare
statunitense per un valore di 100 milioni di dollari. Un bella somma
che, in realtà, non peserà in tutto e per tutto sulle
casse dei ricchi sceicchi degli Emirati. A Dubai e negli altri sette
emirati che compongono il Paese, da tempo, si lavora alla
emancipazione dell'economia dalla dipendenza dal petrolio. Il
nucleare civile pare la soluzione migliore, sia in chiave civile che,
nei piani di Washington, in chiave deterrente nei confronti del
programma nucleare dell'Iran. Anche le autorità di Teheran
hanno sempre ribadito che il loro progetto avrà solo
implicazioni energetiche, ma l'amministrazione Bush e l'Unione
europea sono sospettosi.
Un Golfo all'atomo. In
quest'ottica, nel dicembre 2006, i paesi del Consiglio di
Cooperazione del Golfo (Ccg), che comprende Emirati Arabi Uniti,
Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait, siglarono un'intesa
per lo sviluppo comune e pacifico di energia nucleare. Da un lato,
come detto, perché il petrolio sta finendo, dall'altra parte
per creare un asse sunnita (di paesi che hanno tutti minoranze sciite
bellicose) che si opponga alla sempre maggiore influenza degli sciiti
in Iran, in Iraq e in Libano con Hezbollah. Tutti i paesi del Ccg
sono buoni alleati degli Usa e dell'Ue, al punto che, mentre il
programma congiunto procede lentamente, gli Usa hanno dato una
accellerazione al progetto. L'accordo di cooperazione nucleare
firmato con gli Emirati è il secondo che la Casa Bianca sigla
con un paese dell'area del Golfo, in meno di un mese. A marzo Stati
Uniti e Bahrein avevano definito un accordo simile a quello
sottoscritto ieri, a Manama, capitale dell'isola petrolifera. Il
Bahrein, per primo nella regione, aveva quantificato le restanti
scorte di petrolio, calcolando che, nel giro di un quindicennio,
l'oro nero che ha fatto la fortuna della famiglia reale sarà
finito.
La partita irachena. In questa
partita a scacchi tra sunniti e sciiti, con programmi nucleari
contrapposti, a seconda del piacere o meno che riscuotono a
Washington, si muove anche l'Iraq.
Il premier iracheno al-Maliki, sciita
esponente però della corrente moderata e aperta al dialogo con
l'Occidente, sta facendo di tutto per puntellare un governo sempre
più traballante, che con le elezioni politiche in programma a
ottobre in Iraq potrebbe essere travolto dagli sciiti radicali filo
iraniani.
Al-Maliki, in Kuwait per l'apertura di una conferenza internazionale
sulla questione irachena, ha chiesto ai paesi confinanti di mantenere
le promesse di stabilizzare il Paese annullando il debito estero di
Baghdad e riaprendo le loro ambasciate nella capitale. Il tentativo
di al-Maliki è chiaro: il suo mandato volge al termine e, dopo
essere stato considerato un burattino degli Usa per anni, tenta il
colpo di coda che gli garantirebbe qualche chance di vincere a
ottobre. Possibilità che, per il momento, paiono scarse. Il
recente giro della Rice in tutti i paesi del Golfo Persico è
stato finalizzato proprio a spendere la mediazione di Washington per
rafforzare il governo Maliki. Le elezioni di ottobre in Iraq diranno
se ha lavorato bene.