scritto per noi da
Raffaele Coniglio*
Nella parte meridionale del Kosovo, sui monti della Gora (“montagna” in lingua
serba), tra Albania e Macedonia, nella regione che si estende a sud di Prizren
e comprende tutta la municipalità di Dragash, vive la piccola comunità etnica
dei gorani. L’ennesima conferma di quanto variegata sia questa terra balcanica.

I gorani sono un gruppo etnico di ceppo slavo meridionale e di religione musulmana
(abbracciarono l'Islam in seguito alle invasioni ottomane nei Balcani). Originari
della Bulgaria e arrivati in questa regione montuosa nel XIII secolo, parlano
un particolare dialetto che consiste di parole macedoni, bulgare, serbe e turche,
il Nasinski (letteralmente “la nostra lingua”), un dialetto bulgaro. Questa loro
unicità sembra rafforzata dall’abbigliamento delle donne, quando, sopratutto nei
giorni di festa, sotto un leggero mantello nero indossano vestiti e calze dai
toni sgargianti con tante collane ornamentali. Questo gruppo etnico vive il suo
isolamento socio-politico e geografico come presupposto base della sua sopravvivenza.
In questo mosaico etnico l'identità nazionale dei gorani risulta ancora oggi problematica.
Molti serbi considerano i gorani come dei serbi convertiti all'Islam, altri li
considerano degli albanesi di lingua slava.

Vista la loro particolare cultura (lingua slava e fede islamica) alcuni gorani
considerano se stessi bosniaci. Non esistono dati precisi sul numero di gorani
che vivono in Kosovo oggi, perché dal 1991 non c'è più stato svolto alcun censimento
in Kosovo. Secondo recenti stime dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione
in Europa (Osce) nella municipalità di Dragash abitano 22.800 albanesi (il 57,22
percento della popolazione) e 17.975 gorani (il 43,30 percento), molti dei quali
si trovano all’estero come lavoratori o rifugiati pronti tuttavia, a ritornare
per le vacanze estive per sposarsi o semplicemente assistere ai tanti matrimoni
tra gorani. I matrimoni misti sono infatti pochissimi e forse questo può spiegare
la visibile presenza di giovani ed anziani dai tratti somatici propri di una persona
con sindrome di Down.

Quelli rimasti qui, invece, vivono prevalentemente di pastorizia, agricoltura
e delle risorse che offre il bosco. Sono conosciuti anche come abili pasticceri
e produttori di baklava e khalva (dolci di tradizione turca).
Raggiungere Dragash e quindi Kruscevo e Restelica, i due villaggi gorani più
grandi ed “etnicamente puri”, non è un impresa facile. Sebbene Prizren disti solo
36 chilometri, l’unica strada 'percorribile' non è delle più agibili, nonostante
gli ultimi lavori di rifacimento del manto stradale. Luogo impervio fino a pochi
mesi fa, completamente isolato ed abbandonato a se stesso nei mesi invernali,
lì anche i ripetitori della telefonia mobile possono fare poco. Questo fiero gruppo
di montanari vive in condizioni economiche molto difficili, non a caso questa
municipalità è considerata da molte agenzie internazionali come una delle più
arretrate del Kosovo (Human Development Report UNDP 2004, WB 2005).

Non è difficile convincersene una volta arrivati a Restelica. Le stradine di
terra battuta stentano a sorreggere le case arroccate ai suoi bordi, accatastate
l’una sull’altra come a proteggersi dal freddo pungente e dagli sguardi indiscreti.
Il centro di Restelica è una confusione di piccoli e ripidi vicoli che anche la
macchina fatica a percorrere, di case-garages e uomini, per lo più anziani, intenti
a oziare. Le poche donne che si vedono, anch’esse in età matura, sono fuori dal
paese, intente con i loro attrezzi a lavorare duramente nei campi. É abbastanza
insolita la presenza di tutti questi anziani in Kosovo, visto che questo stato
offre ovunque giovani presenze. Questo dato anagrafico, riscontrabile anche a
Kruscevo significa che in questo posto impervio e dimenticato da tutti i più giovani
sono scappati a cercar fortuna altrove, in Turchia, in Serbia o in Italia. Forte
è infatti la diaspora gorana. L’Italia, in questo caso, ricopre un primato positivo.
Sono infatti all’incirca 1.400 i gorani, molti con le famiglie al seguito, che
lavorano stabilmente in Italia, quasi tutti concentrati in poche città, come Siena
e dintorni e Treviso. Lo spirito solidale e la rete dei legami familiari ha portato
il primo nucleo di gorani ad accogliere via via fratelli, cugini e conoscenti.
Questi dati trovano conferma nella testimonianza di Agija Abidini, proprietario
dell’unico caffè e punto di aggregazione di Kruscevo. Con un sorriso fiero e pulito
si è presentato per servirmi al tavolo dicendomi: “Asi stanav”, ossia “buongiorno”
in lingua gorana. Vedendomi sconcertato e perplesso, mi ha ripetuto, sempre col
sorriso sulle labbra: “Dobar dan”, “Mire dita”, che è il buongiorno sia in serbo
che in albanese. Gli ho dato il buongiorno in italiano e di lì è partita la nostra
conversazione nella lingua di Dante.

“Qui tutti conoscono l’italiano, io sono stato a Siena per sei mesi, ma poi sono
ritornato” mi diceva. “Qui tutti sono partiti”, continuava stringendo le spalle,
come a voler far presente il suo pentimento di esser tornato. Tra un servizio
e l’altro ai tavoli del suo bar, ci parlavamo, io facevo domande sulla sua lingua,
incuriosito dall’accento e dai termini che usava con i suoi amici-clienti, lui
per chiedermi consigli sui visti per andare in Italia, ancora così difficili da
ottenere per lui e i suoi conoscenti. Oggi i gorani hanno una percezione assai
pessimistica del proprio futuro e di sicuro, come sostiene Sadat, 34 anni, di
Restelica, “l’indipendenza non è una cosa di cui andar fieri, non aiuta di certo
a risolvere i nostri problemi”. Snobbati dal governo kosovaro, trascurati dalla
Serbia, si trovano oggi, a distanza di 10 anni dallo scoppio della guerra etnica
tra serbi e albanesi, in mezzo a dinamiche politiche e sociali delicate che hanno
come comun denominatore l’appartenenza etnica. Sia i rom che i gorani, infatti,
sono accusati da ampi strati della popolazione albanese di essere stati, prima
e durante gli anni della guerra, alleati dei serbi, motivo per il quale sono finiti
con l’essere facile bersaglio delle rivendicazioni albanesi. A detta di Sadat,
muratore per 8 mesi in un paese vicino Siena, “il clima che si respira a Dragash
è ben diverso da quello che uno straniero possa capire. Apparentemente tutto sembra
tranquillo tra albanesi e gorani. Ma noi sappiamo bene che i Balcani non sono
democratici. Ci aspettiamo ritorsioni da parte albanese. Aspettano che gli internazionali
vadano via per cacciarci da qui”, dice sicuro. Le fratture lungo le linee etniche,
dunque, sono molto più complesse rispetto a quello che la comunità internazionale
ci ha sino ad ora semplicisticamente presentato: un problema, cioè, che va oltre
la divisione tra serbi kosovari ed albanesi kosovari.