Prima delle elezioni palestinesi,
Sharon tenne un discorso in cui poneva tra gli interessi essenziali per Israele
“il rifiuto totale
al ritorno in Israele dei rifugiati palestinesi”. Sulla stessa linea
George Bush, che ad aprile sostenne che i rifugiati avrebbero potuto lasciare
i campi profughi solo per spostarsi entro i confini di un eventuale stato palestinese.
Queste dichiarazioni sono state condannate dal Ministro degli Esteri giordano
Hani Mulki, che ha sottolineato che il diritto al ritorno è la principale
richiesta, tanto del mondo arabo quanto della comunità internazionale.
Il diritto al ritorno dei palestinesi è sancito dalla risoluzione194 delle Nazioni
Unite,
ma è sempre stato un nodo insolubile nei tentativi di processo di pace. Il mito
del ritorno è una passione condivisa dalla maggior parte degli oltre 4 milioni
di rifugiati che vivono tra i Territori Occupati, Giordania, Libano e Siria.
La Giordania ospita oltre 2,5 milioni di persone di origine palestinese di cui
300 mila vivono ancora nei campi profughi. Da parte israeliana si è spesso sostenuto
che la vera patria dei palestinesi fosse proprio la Giordania, ma questo non è
il sentimento dominante nei campi profughi; qui la gente non ha mai smesso di
sentire
l’esser rifugiati come parte della propria identità, un’utopia che accomuna gli
anziani depositari dei ricordi della Naqba ai loro nipoti, rifugiati di terza
generazione con documenti giordani.
Rifugiati senza rappresentanza. La gran parte dei campi profughi giordani è ancora legata alla figura del presidente
Arafat, amato perché dava l’impressione di essere irremovibile sul diritto al
ritorno. Fatah raccoglie ancora grandi consensi, mentre Abu Mazen, viene percepito
come un personaggio voluto dagli israeliani per riprendere il processo di pace
ai loro danni. Una delle ragioni è certamente il fatto che nessun palestinese
residente al di fuori dei Territori Occupati ha potuto partecipare al voto, circostanza
che agli occhi di molti rifugiati è parsa una congiura. La leadership palestinese
oggi non è più rappresentativa dei rifugiati e, proprio per questo, essi temono
possa decidere di negoziare i loro diritti in cambio della ripresa di un processo
di pace il cui esito sia uno stato palestinese ad ogni costo.
Abu Mazen ed Abu Ala erano i capi negoziatori durante gli accordi di Oslo del
1993: cosa che alimenta il clima di sfiducia nei loro confronti. La dirigenza
dell’Autorità Palestinese oggi può giocare soltanto una carta per non fallire:
mettere fine all’Intifada.
Per questo hanno chiesto ai gruppi militanti di deporre le armi; ma tra
i rifugiati giordani, che già sanno di essere esclusi da un futuro
stato palestinese creato con la diplomazia, il numero dei devoti
all’islam radicale
è già ricominciato a crescere in modo preoccupante.

Il caso Hansen. L’idea che i rifugiati al di fuori dei
Territori siano in un vicolo cieco è
suggerita
anche da un cambiamento nei quadri dell’agenzia che si occupa di loro.
Peter Hansen, a capo dell’Unrwa dal ‘96, non è stato confermato. Causa:
le pressioni di Stati Uniti e Israele. Gli Usa, con oltre 120
milioni di dollari l’anno sono il principale donatore
dell’agenzia; l’operato di Hansen non era gradito al Congresso e tanto
è bastato. Anche Israele aveva chiesto
le sue dimissioni, accusandolo più volte di compromissione con Hamas,
come quando
in ottobre l’Unrwa venne accusata di avere trasportato un razzo qassam su un’ambulanza.