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Aprile per i pescatori di Gaza è
il mese più importante dell'anno. Bisogna intercettare i
banchi di sardine che transitano in questo periodo nello specchio
d'acqua davanti alla Striscia. Il tempo stringe, l'estate di avvicina
e si preannuncia una stagione disastrosa. Al molo del porto di
Gaza le barche dei pescatori sono tutte ormeggiate. Sono circa
trecento, e normalmente danno da lavorare a circa 400 persone. Non
c'è benzina e quindi non si parte. O meglio, quella poca che
c'è costa ormai troppo, e i pescatori non se la possono
permettere. Se anche la crisi del carburante non ci fosse, però,
la vita dei pescatori non sarebbe tanto più semplice.
Il confine con il mare non è tanto diverso da quelli con i
territori di Israele e Egitto, non ci sono muri e filo spinato, ma i
limiti ci sono lo stesso e sono altrettanto pericolosi. Secondo gli
accordi di Oslo, la striscia di mare davanti a Gaza sotto la
responsabilità palestinese, dove era possibile la pesca, era
estesa 20miglia nautiche. Dal 2002 quella fascia è stata
ridotta a 12 miglia, ma dopo la conquista della Striscia da parte di
Hamas, l'esercito israeliano ha deciso di levare ulteriore spazio ai
pescatori, riducendo la zona navigabile a 6 miglia nautiche. Un
fazzoletto di mare che non consente alcun margine di sviluppo
all'economia della pesca locale.
Per le strade della Striscia, un tempo
affollate di Mercedes gialle da otto posti, i taxi tipici di questa
zona, tanta gente aspetta nervosamente un passaggio. I taxi della
Striscia sono poco meno di 5mila, ma attualmente almeno il 40
percento è fermo per mancanza di carburante. La stessa
poporzione vale anche per i veicoli privati e persino per le
ambulanze. Testimoni locali sostengono che alcuni tassisti abbiano
iniziato ad alimentare i loro mezzi con miscele a base di gasolio e
olio alimentare. Le difficoltà negli spostamenti hanno spinto
anche le università di Gaza a sospendere i corsi, visto che
studenti e docenti non riescono a raggiungere gli atenei. Israele
aveva annunciato la ripresa delle forniture entro la fine della
scorsa settimana, ma l'attentato di giovedì 10 aprile, contro
un deposito di carburante al valico di Nahal Oz, ha bloccato
nuovamente la consegna. Un gruppo di sei Ong legate alle Nazioni
Unite ha lanciato un appello per contro questa situazione, definita
“una minaccia al benessere della popolazione della Striscia di
Gaza, che è composta al 56 percento da bambini”. Israele ha
già fatto sapere che presto la fornitura di carburante verrà
ripristinata, precisando però che l'ingresso di benzina e gas
avverrà solo nelle quantità necessarie per alimentare
le cucine e i generatori elettrici. Quindi i tassisti e i pescatori
di Gaza rimarranno con le mani in mano.
Mentre i confini della Striscia sono
sigillati, mare compreso, continua il martellamento dei media
israeliani, che paventano una massiccia opera di contrabbando di armi
verso la Striscia. Più volte negli ultimi mesi il governo
Olmert e gli uffici di sicurezza hanno parlato dei numerosi tunnel
attraverso cui bombe, fucili e razzi giungerebbero nelle mani di
Hamas e delle milizie. L'ultimo allarme, lanciato dai servizi
israeliani e ripreso dal quotidiano conservatore Jerusalem Post,
riferisce che imbarcazioni iraniane scaricherebbero nelle acque
antistanti la Striscia dei contenitori sigillati piani di armi, che
verrebbero poi ripescati dai palestinesi. Prove non ne sono state
fornite, ma intanto la tensione sale e c'è sempre una minaccia
terrorista da anteporre alle necessità umanitarie della
popolazione.Naoki Tomasini