Cinque ragazze inglesi hanno deciso di portare in Palestina un circo improvvisato e intinerante
Scritto per noi da
Veronica Fernandes
Boomchucka non vuol dire niente, in
inglese e in nessuna lingua. Ma alcuni bambini palestinesi lo
ripetono in continuazione, battendo le mani. Lo hanno imparato perché
é il nome del circo, un circo improvvisato e intinerante che
cinque ragazze inglesi hanno deciso di portare in Palestina.
Il tour. Un viaggio da 36
spettacoli in sei settimane, più i workshop con i bambini e le
prove con le compagnie locali. Per l’organizzazione si affidano ad
amici e artisti di strada delle varie città e villaggi:
noleggiano un pullman e cominciano a telefonare per trovare una
scuola, una piazza o un ospedale dove mettere in scena il circo. Sono
questi ragazzi palestinesi a compilare tutti i documenti, a fare
passaparola quando trovano lo spazio e, nel tempo libero, a imparare
alcuni numeri dello spettacolo. “Ci aiutano in ogni modo possibile
– spiega Ruth James, una delle ragazze del gruppo – soprattutto
ad evitare i pericoli”. Lo spettacolo ad Azzun, ad esempio, “è
stato cancellato perché il coprifuoco imposto da Israele non
permetteva a nessuno di uscire dalle proprie abitazioni e avrebbe
creato problemi anche a noi per gli spostamenti”. Con un
passaporto britannico é tutto semplice, “ma appena ci vedono
con qualche ragazzo palestinese iniziano gli interrogatori e le
attese, a una ragazza hanno chiesto se era stata rapita”.
Un percorso difficile, quando vedi gli
spari e le macerie ti rendi conto che il circo non salverà un
Paese dalla guerra, e ti chiedi se abbia senso. Poi però,
racconta Annie, che fa il clown, “i bambini ridono delle gag e
provano a imitarti, gli adulti fanno a gara per ospitarti e quando li
hai fatti sorridere ti avvolgono nella tela della bandiera, come a
darti un secondo benvenuto”. Paura? “Non sono situazioni troppo
rischiose – spiega Ruth – perché non siamo mai da sole, i
nostri contatti ci spiegano come comportarci davanti ai soldati, ai
checkpoint, agli interrogatori. Ci proteggono, ci indicano la
strada”. Le accompagnano nei villaggi, anche loro si sentono parte
dell’evento.
L’organizzazione. Portare il
circo nelle zone di guerra é un lavoro costante per queste
cinque londinesi. La raccolta fondi, che copre 365 giorni all’anno
ed é fatta di persona: vanno ad altri spettacoli circensi,
raccontano il loro progetto e chiedono un contributo. Nel tempo
libero, e anche quando arrivano sul posto, si esercitano: provano la
sequenza, le “mangiafuoco” fanno uscire l’inferno dalla bocca,
poi si cambiano d’abito e provano a far ridere. Ruth, che organizza
eventi, mette a disposizione i suoi contatti e la sua esperienza,
Annie, che ha imparato sul campo, si presya a fare anche operazioni
di supporto. Tutte, durante l’anno, risparmiano e, appena raggiunta
la cifra stabilita, comprano le attrezzature, chiedono le ferie e
partono. “Ogni volta che andiamo – spiega Ruth – portiamo
strumenti nuovi, che poi lasciamo alle compagnie locali o ai ragazzi
che hanno frequentato i nostri workshop, così possono
continuare a esercitarsi”.
Come é nato il progetto.
Jo Wilding, che era in Iraq come volontaria in un ospedale, ha visto
un bambino, gravemente ferito, ridere alla vista delle bolle di
sapone. E lei, che già si esercitava come clown, ha avuto
l’idea. Poco dopo sono arrivate Ruth, che da tempo si esibiva come
“mangiafuoco”, Jen, che faceva anche la contorsionista, Laura e
Annie, rispettivamente attrice e clown improvvisata. Insieme hanno
costruito una rete di donatori, preparato le coreografie e, dopo un
primo viaggio in Iraq, dal 2006 partono ogni anno per la Palestina.
Nel prossimo futuro, però, ci sono il Kurdistan iracheno e
Gaza, stanno già raccogliendo fondi e adesioni. “Se dovessi
lasciare sarebbe per la fatica e la stanchezza – spiega Ruth – ma
adesso non é il momento, é un impegno che abbiamo
presto contro la guerra”.