Baghdad: rischiando la vita ogni giorno Dana Abdul Razzaq corre a Pechino 2008, unica donna per l'Iraq
scritto per noi
da Barbara Carcone
Dana ha 21 anni, è una bella velocista che si allena tutti i giorni. Lavora sodo,
con determinazione e tenacia. Ha collezionato una dozzina di medaglie in competizioni
nazionali e internazionali, ed è vicina a realizzare il sogno di ogni atleta:
andare alle Olimpiadi. Per lei, unica donna irachena ammessa ai Giochi di Pechino,
lo è ancora di più.
Tra mille difficoltà. Dana Abdul Razzaq è una giovane donna che vive in Iraq, quell’Iraq di cui leggiamo
sui giornali ogni giorno, confinato nello stato di guerra che tende a intralciare,
ogni abitudine, impegno, passione, e che rende epiche imprese esemplari. Fa fatica
a trovare un campo su cui allenarsi, e ad arrivarci viva. E può anche scordarsi
un’equipe di massaggiatori, di nutrizionisti che bilancino la sua dieta con l’attività
che conduce nei suoi allenamenti giornalieri di 6-8 ore, di medici e accompagnatori
che generalmente seguono gli atleti del suo livello. Accanto a lei il suo allenatore,
Yousif Abdul-Rahman, e il fidanzato. Anche la famiglia – suo padre è un ex-ciclista
e suo fratello body-builder - la sostiene e la incoraggia. Oggi Dana può vantare
di essere l’unica atleta donna a partecipare per l’Iraq alle competizioni olimpiche.
Ventiquattro secondi e ottanta centesimi: è questo il record nazionale iracheno
nei 200 metri che le ha aperto le strade di Pechino. In quella gara ai Giochi
arabi del Cairo si era anche qualificata al quarto posto, ma le sono bastati tre
decimi rubati al precedente record per ottenere una “Wild Card” - l'invito a
chi non avrebbe i requisiti per partecipare - che le permetterà di gareggiare
nei 100 e nei 200 metri.
Sotto tiro. “Amo correre, ho la costanza di allenarmi e l’ambizione non mi manca, nonostante
tutti i problemi che devo affrontare”, racconta la giovane alla Reuters. Da quando
ha cominciato, sei anni fa, la sprinter si trova a fronteggiare difficoltà che
spaziano dai pregiudizi dei conservatori islamici nei confronti di una donna che
pratica sport e viaggia per il Paese; alle mancanze nella dieta e nell’abbigliamento
adeguato alla corsa, agli impedimenti pratici e logistici di spostamento. Più
di una volta si è trovata a dover schivare pallottole: il coach, Abdul-Rahman,
racconta ai giornalisti di quella volta in cui Dana, mentre si allenava nel campo
di Jadrya, nel centro di Baghdad, è capitata nel mirino di un cecchino e, “come
in un film di azione”, ha schivato le pallottole che si sono andate a conficcare
su un albero vicino. O di quella volta in cui i due si tornavano a casa dagli
allenamenti, passando per Saidiya, il distretto più pericoloso a sud di Baghdad,
ed alcuni uomini hanno aperto il fuoco contro la loro auto: testa bassa e giù
il piede sull’acceleratore, sono riuscita a scamparla. Episodi di vita quotidiana,
per gli iracheni.
Divieto d'espatrio. Ai tempi di Saddam Hussein, gli atleti erano minacciati o subivano prepotenze
da parte del Comitato olimpico presieduto dal figlio di Saddam, Uday. Oggi, al
passo coi tempi, le federazioni sportive ad ogni livello sono politicizzate ed
i permessi di viaggio per gli atleti e i loro accompagnatori sono spesso visti
come dei vantaggi, o dei veri e propri passaporti per l’emigrazione. A Dana era
stato proposto di andare ad allenarsi all’estero, ma ha dovuto declinare perché
al suo allenatore era stata negata proprio una di queste autorizzazioni. Stando
ai dati del Comitato olimpico iracheno, dal 2003, 104 tra atleti, amministratori,
allenatori ed arbitri sono stati uccisi. Così come 22 funzionari, compreso lo
stesso direttore del Comitato olimpico. Di loro non si sa nulla dal luglio 2006.
Dana e Yousif non si aspettano medaglie. Poter gareggiare e ridurre il più possibile
la distanza dagli altri atleti, per loro, profuma già d'oro.