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Bilbao, Paesi baschi: una bomba è esplosa nella casa
del popolo del Partito socialista di Euskadi, in via Ibaialde.
L'esplosivo era dentro una valigia, notata da una pattuglia di
ertzainas, i poliziotti autonomi, verso le cinque di questa
mattina. Poco dopo l'avvistamento, una telefonata di un uomo che
parlava a nome di Eta, avvertiva della presenza dell'ordigno. La zona
veniva immediatamente evacuata, e dove non c'era tempo per far uscire
i cittadini dalle loro abitazioni si provvedeva con avvisi al
megafono, consigliando di spostarsi nei locali distanti dalle
finestre. La bomba, alla fine, è esplosa. Sette agenti sono
rimasti lievemente feriti, la rete idrica è saltata, tre
quartieri sono rimasti a secco per i lavori di manutenzione.
Immediate le reazioni politiche: in mattinata si riunirà
d'urgenza l'assemblea cittadina della città. Le condanne dei
socialisti hanno trovato immediata eco nei comunicati del Partido
nacionalista basco: “E' come se avessimo sofferto noi questo
attentato”.
Dove eravamo rimasti. Alle elezioni del 9 marzo scorso, con
la vittoria di José Luis Rodriguez Zapatero in Spagna. E con
il successo, nei territori baschi, di due dati: quello dei socialisti
baschi, che hanno eroso la base sociale e di consenso proprio al
Partido nacionalista basco da sempre maggioritario in quelle
provincie, e quella della riuscita dell'operazione politica di
'astensionismo attivo' della sinistra indipendentista basca, che si è
vista scippare a poche settimane dal voto la possibilità di
poter partecipare ai comizi. Lo 'scippo' era dentro un'ordinanza del
giudice spagnolo Baltasar Garzon che ha impedito al partito Accion
nacionalista vasca (Anv) di potersi iscrivere per la competizione,
affermando che si tratta di un partito al limite con la
partecipazione diretta in Eta. Quell'ordinanza fu provvidenziale per
la politica spagnola, perché il meccanismo di messa fuori
legge che obbedisce ai regolamenti della Ley de Partidos –
quella che portò alla sparizione solo formale di Batasuna -
era in grande ritardo e Anv avrebbe potuto candidarsi in attesa di un
pronunciamento delle alte corti di giustizia spagnole.
Effetto Carrasco: due visioni. Iasias Carrasco, ultima
vittima mortale di Eta. Quattro pallottole mentre era in macchina a
Mondragon all'antivigilia del voto spagnolo. Un bersaglio facile,
simbolico (era un militante dei socialisti baschi) che ha agito
sicuramente da leva elettorale, consegnando voti e seggi ai
socialisti a sfavore dei nazionalisti democristiani. L'effetto
Carrasco ha però due facce. La prima: dopo l'attentato e la
mancata condanna da parte della sinistra indipendentista – che non
condanna per ragioni politiche, in quanto ritiene che siano parole
svuotate di significato rispetto al lavoro che si può fare per
evitare di avere lutti da condannare – il Partido nacionalista
basco e i socialisti hanno inaugurato una stagione di difficile
comprensione per il gioco democratico. Hanno scritto, infatti, delle
mozioni di censura contro i consiglieri o i sindaci della sinistra
indipendentista, là dove sono ancora presenti, per esigere
condanna o per espellerli dai parlamentini locali. Nonostante siano
persone elette da voti di altri cittadini con regolare delega
democratica, quella della democrazia rappresentativa. Il gioco a due,
fra nazionalisti democristiani e socialisti, obbedisce anche al nuovo
asse fra i leader del Pnv e il governo di Zapatero. Il secondo
aspetto dell'effetto Carrasco è tutto interno alla sinistra
indipendentista. La condanna dell'attentato non c'è stata per
i motivi già scritti sopra, ma questo non toglie che si stia
vivendo un momento di grande difficoltà. Tutti i leader
carismatici, o portavoce, di Batasuna sono in carcere. Il diritto
alla riunione è quasi nullo, i telefoni sono controllati, gli
arresti preventivi non fanno più scalpore, la
criminalizzazione mediatica è costante. In queste situazioni è
difficile che anche un movimento capace di esprimere seconde, terze,
o quarte linee motivate e capaci sia messo nella condizione di
discutere al suo interno. E le posizioni politiche pubbliche ne
risentono, consegnando ai media, quindi all'opinione pubblica,
un'immagine di ripiegamento, di atteggiamenti al limite
dell'autocensura, o comunque perennemente condannati a giocare in
difesa. La voce politica, rispetto a quella armata, in queste
condizioni è costretta a giocare un ruolo di rimessa, dopo una
stagione di protagonismo politico per una soluzione pacifica del
conflitto. Quella proposta politica è sempre valida, ma le
condizioni attuali dell'inagibilità politica e la continua
ripercussione degli attacchi mortali o dinamitardi, svuota la portata
del messaggio. Angelo Miotto