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Potrebbe essere un momento storico per il Myanmar (Birmania
fino al 1989): il capo del gruppo separatista Unione Nazionale Karen
(Knu), il generale Bo Mya, ha incontrato venerdì 15 gennaio 2003,
i membri della giunta al potere. E' la prima volta in cinquant'anni che
il governo e i karenni si parlano. Nel corso
dell'incontro il leader storico del Knu e il primo
ministro birmano, il generale Khin Nyunt, avrebbero discusso del
cessate il fuoco, proclamato solo formalmente nel 1995. In
queste ore, comunque, nonostante le trattative, forze militari del
governo continuano gli attacchi contro i Karen, la
minoranza più numerosa del Myanmar.
"Da dicembre a oggi - riporta il giornale Burmanet News
- circa duemila persone di popolazione karenni sono state cacciate
dalle loro case dall’esercito governativo". I karenni,
infatti, rappresentano un sotto-gruppo all’interno dei karen e
vengono chiamati anche "karen rossi" o "kayah".
“Le truppe birmane, dopo aver allontanato la popolazione, hanno
bruciato sei villaggi e quaranta depositi di riso. Poi si sono
impossessate del bestiame e hanno minato i sentieri che portano alle
case abbandonate”, dichiara Aung Mya, caporale del Partito Progressista
Nazionale Karenni (Knpp), uno dei movimenti guerriglieri che combattono
contro il governo dal 1948 (anno di indipendenza dell’ex Birmania dalla
Gran Bretagna). Fonti locali hanno parlato di un ragazzo di 17 anni,
saltato su una mina subito dopo che i militari avevano razziato e
incendiato il suo villaggio. Alcuni uomini l’avrebbero portato in un
centro di soccorso allestito da volontari, ma le cure non sono bastate
a salvargli una gamba.
Intanto nel distretto di Muthraw, a nord-ovest della capitale Yangon,
si sono rifugiati 995 Karenni e 678 Karen. Poche
persone li assistono e sia i medicinali che le razioni di
riso stanno finendo. In questa zona, immersa nella giungla, l’esercito
sta costruendo una strada, la Mawchi road , e una caserma
militare. Una grande opera in cui, tra l’altro, il 10 dicembre
2003, 80 donne e 40 uomini Karenni sarebbero stati impiegati, contro la
loro volontà, per portare armi e rifornimenti.
Qualche giorno più tardi, il 26 dicembre, i soldati
birmani avrebbero ordinato a tutti i karenni che abitavano a nord
e a sud della Mawchi road di andarsene, minacciando di aprire
il fuoco se non avessero obbedito. Tre giorni dopo i
militari sarebbero tornati per costringere la popolazione che non
aveva accettato il diktat a dirigersi verso Muthraw.
Durante l'esodo tre persone avrebbero perso la vita per
l'assenza di cibo e acqua, mentre molte altre sarebbero scomparse
nell’intrico della foresta tropicale.
Se sono in corso delle trattative di pace “non capisco perché hanno
mandato i militari ad attaccarci, queste repressioni dimostrano che il
governo non è sincero, non vuole la pace”, si chiede un caporale
karenni, Aung Mya. Giovedì mattina scorso una delegazione di 21
guerriglieri karen è arrivata nella capitale Yangon con un aereo
militare. I colloqui sono durati due giorni. Non è la prima volta che
le autorità birmane dialogano con i separatisti o con i signori della
guerra e della droga che controllano la zona di traffici illegali del
cosiddetto Triangolo d’oro (ai confini con Thailandia, Laos e Cina). Le
parti in conflitto non hanno mai discusso le cause reali che
avevano scatenato la guerra. Piuttosto si sono accordate sulla
fornitura di servizi e infrastrutture o hanno rivisto i confini degli
stati e delle zone in cui è diviso il Paese (quattordici in
tutto). I colloqui politici, insomma, non hanno mai affrontato le
richieste di indipendenza dei gruppi ribelli.
Il capo storico delle milizie Karen, Bo Mya, ha sentenziato: “Se il
governo attuerà il cessate il fuoco, noi faremo altrettanto”. E ha
aggiunto: “Se si rispettasse la tregua, potrei sostenere il programma
che la giunta ha annunciato per arrivare alla democrazia”.
I militari, infatti, hanno lanciato ad agosto una sorta di road
map in sette punti che prevede la stesura di una nuova
Costituzione. Ma la costruzione di un percorso che porti
alla democrazia il Myanmar resta un'utopia: otto mesi fa la
guida del dissenso e capo del più importante partito democratico
birmano (Lega Nazionale per la Democrazia), Aung San Suu Kyi , è stata
arrestata per la terza volta in 13 anni, mentre in
carcere rimangono circa 1300 dissidenti politici.
In questi giorni, per ritorsione contro le scorrerie dell'esercito
governativo, le forze ribelli hanno attaccato le basi militati
della giunta a cento chilometri dalla capitale dello stato Karen,
Loikaw.
La guerra continua.