19/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre il governo birmano discute il cessate il fuoco con i guerriglieri Karen

Donna con bambinoPotrebbe essere un momento storico per il Myanmar (Birmania fino al 1989): il capo del gruppo separatista Unione Nazionale Karen (Knu), il generale Bo Mya, ha incontrato venerdì 15 gennaio 2003, i membri della giunta al potere. E' la prima volta in cinquant'anni che il governo e i karenni si parlano. Nel corso dell'incontro il leader storico del Knu e il primo ministro birmano, il generale Khin Nyunt, avrebbero discusso del cessate il fuoco, proclamato solo formalmente nel 1995. In queste ore, comunque, nonostante le trattative, forze militari del governo continuano gli attacchi contro i Karen, la minoranza più numerosa del Myanmar.

"Da dicembre a oggi - riporta il giornale  Burmanet News - circa duemila persone di popolazione karenni sono state cacciate dalle loro case dall’esercito governativo". I karenni, infatti, rappresentano un sotto-gruppo all’interno dei karen e vengono chiamati anche "karen rossi" o "kayah".
“Le truppe birmane, dopo aver allontanato la popolazione, hanno bruciato sei villaggi e quaranta depositi di riso. Poi si sono impossessate del bestiame e hanno minato i sentieri che portano alle case abbandonate”, dichiara Aung Mya, caporale del Partito Progressista Nazionale Karenni (Knpp), uno dei movimenti guerriglieri che combattono contro il governo dal 1948 (anno di indipendenza dell’ex Birmania dalla Gran Bretagna). Fonti locali hanno parlato di un ragazzo di 17 anni, saltato su una mina subito dopo che i militari avevano razziato e incendiato il suo villaggio. Alcuni uomini l’avrebbero portato in un centro di soccorso allestito da volontari, ma le cure non sono bastate a salvargli una gamba.

Uomo birmano Intanto nel distretto di Muthraw, a nord-ovest della capitale Yangon, si sono rifugiati 995 Karenni e 678 Karen. Poche persone li assistono e sia i medicinali che le razioni di riso stanno finendo. In questa zona, immersa nella giungla, l’esercito sta costruendo una strada, la Mawchi road , e una caserma militare. Una grande opera in cui, tra l’altro, il 10 dicembre 2003, 80 donne e 40 uomini Karenni sarebbero stati impiegati, contro la loro volontà, per portare armi e rifornimenti.
Qualche giorno più tardi, il 26 dicembre, i soldati birmani avrebbero ordinato a tutti i karenni che abitavano a nord e a sud della Mawchi road di andarsene, minacciando di aprire il fuoco se non avessero obbedito. Tre giorni dopo i militari sarebbero tornati per costringere la popolazione che non aveva accettato il diktat a dirigersi verso Muthraw. Durante l'esodo tre persone avrebbero perso la vita per l'assenza di cibo e acqua, mentre molte altre sarebbero scomparse nell’intrico della foresta tropicale.

Strada infangata Se sono in corso delle trattative di pace “non capisco perché hanno mandato i militari ad attaccarci, queste repressioni dimostrano che il governo non è sincero, non vuole la pace”, si chiede un caporale karenni, Aung Mya. Giovedì mattina scorso una delegazione di 21 guerriglieri karen è arrivata nella capitale Yangon con un aereo militare. I colloqui sono durati due giorni. Non è la prima volta che le autorità birmane dialogano con i separatisti o con i signori della guerra e della droga che controllano la zona di traffici illegali del cosiddetto Triangolo d’oro (ai confini con Thailandia, Laos e Cina). Le parti in conflitto non hanno mai discusso le cause reali che avevano scatenato la guerra. Piuttosto si sono accordate sulla fornitura di servizi e infrastrutture o hanno rivisto i confini degli stati e delle zone in cui è diviso il Paese (quattordici in tutto). I colloqui politici, insomma, non hanno mai affrontato le richieste di indipendenza dei gruppi ribelli.

Il capo storico delle milizie Karen, Bo Mya, ha sentenziato: “Se il governo attuerà il cessate il fuoco, noi faremo altrettanto”. E ha aggiunto: “Se si rispettasse la tregua, potrei sostenere il programma che la giunta ha annunciato per arrivare alla democrazia”.

I militari, infatti, hanno lanciato ad agosto una sorta di road map in sette punti che prevede la stesura di una nuova Costituzione. Ma la costruzione di un percorso che porti alla democrazia il Myanmar resta un'utopia: otto mesi fa la guida del dissenso e capo del più importante partito democratico birmano (Lega Nazionale per la Democrazia), Aung San Suu Kyi , è stata arrestata per la terza volta in 13 anni, mentre in carcere rimangono circa 1300 dissidenti politici.

In questi giorni, per ritorsione contro le scorrerie dell'esercito governativo, le forze ribelli hanno attaccato le basi militati della giunta a cento chilometri dalla capitale dello stato Karen, Loikaw.
La guerra continua.

 

Francesca Lancini


 

Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Myanmar