16/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Spagna: a tre anni dalle leggi di Zapatero contro la violenza di genere è boom di denunce
Scritto per noi da
Aura Tiralongo
Sono passati poco più di tre anni dal dicembre del 2004, data di inizio di una battaglia ancora ignorata da molti stati democratici. Zapatero promulgava allora la prima legge attuata dal suo governo, conosciuta come Legge Organica Contro la Violenza di Genere. L’effettivo punto di svolta nella presa di responsabilità da parte dello Stato delle violenze subite ogni giorno da migliaia di donne all’interno del contesto familiare, segnò l’inizio di un ambizioso progetto di revisione sociale, preso a modello dalle Nazioni Unite e da molteplici richiami della Comunità Europea. Maria Escudero Sanchez, ex direttrice dell’Instituto Andaluso de la Mujer e attualmente senatrice, ammette di aver pianto di fronte al traguardo raggiunto, dopo un “decennale, faticosissimo percorso accidentato di lotta contro le discriminazioni e i maltrattamenti a danno delle donne”.
 
maria escudero sanchezA pochi mesi dagli attentati terroristici di Madrid dell’11 marzo 2004, il neonato Governo di Zapatero scelse di dedicare il primo provvedimento legislativo alla lotta contro le violenze di genere, e alla tutela della donna. Cosa ha motivato un’azione così tempestiva?
Il caso spagnolo è un esempiodi come le tematiche sociali, la tutela della persona e della sua integrità, costituiscano un punto di partenza imprescindibile per ogni altro tipo di azione. Quando, alla vigilia delle elezioni, l’allora premier José María Aznar attribuì strategicamente all’ETA un attentato dall’evidente matrice islamica, l’esigenza di una rottura col passato diventò stringente. L’episodio segnò profondamente la società civile, che si sentiva distante e ingannata dalla classe politica. Questo provocò una forte volontà di reazione, e una richiesta collettiva di tutela da parte delle istituzioni. La portata dell’innovazione intrapresa dal Governo Zapatero, viene quindi da una presa di consapevolezza da parte del mondo politico, che si impegnò ad ascoltare le istanze della società civile, traducendole in fatti. Il problema delle violenze contro le donne era, allora come adesso, un’emergenza di cui si richiedeva un immediato riscontro. Io, prima da deputata e adesso da senatrice, ho seguito dall’interno i progressi di un ambizioso progetto di revisione sociale, in cui la politica si è fatta promotrice di alcuni, irrinunciabili principi. Il PSOE ha ribadito, in un governo che per il 50 per cento è costituito da donne, come le pari opportunità, la tutela delle donne, la salvaguardia di un formale principio di uguaglianza, riguardino prima di tutto il diritto della persona.

In cosa consiste questo progetto di revisione sociale, che è stato definito “avanguardista”?
Siamo partiti da una presa d’atto, allarmati dalla spaventosa incidenza del fenomeno: ottocento donne uccise in Spagna per mano del coniuge, ex coniuge o convivente, e questo solo negli ultimi anni. Alla gravità del problema, si aggiungeva una preoccupante scarsità di dati relativi alle denunce, spesso ritirate a causa dell’impotenza di molte donne di sottrarsi, psicologicamente e materialmente, ai maltrattamenti. La legge, definita per questo “integrale”, ha garantito sistemi di tutela e sensibilizzazione ad ampio raggio: inasprimento delle pene, sospensione della patria potestà per i colpevoli, sostegni economici per le vittime, dovere da parte delle autorità di intervenire tempestivamente, con iter giuridici brevi e ordini di allontanamento immediati. Le donne sono state incoraggiate a segnalare gli abusi, attraverso potenti campagne pubblicitarie, e con l’indispensabile collaborazione degli organi di informazione. La lotta alle violenze di genere è diventata una battaglia non solo politica, ma anche e soprattutto culturale, rivolta alla società con strategie di breve e di lungo periodo. In particolare si è ribadito senza preamboli che questi fenomeni sono diretta conseguenza di una disuguaglianza di fatto fra uomo e donna, che la nostra società tende ad avallare.

Possiamo parlare di risultati effettivi?
A tre anni dalla promulgazione della legge, e nonostante le difficoltà create da alcune fazioni politiche conservatrici, possiamo riscontrare i primi successi. Dalle 11.647 denunce registrate nel 1996, siamo passati alle attuali 75.000. Il cambiamento in atto nella percezione del problema è evidente. La violenza di genere, tradizionalmente nascosta dalle pareti domestiche, si è guadagnata una visibilità senza precedenti all’interno della sfera pubblica. Lo Stato si è fatto carico della sicurezza delle donne, assottigliando l’antico divario fra sfera pubblica e sfera privata. La rivoluzione giuridica inaugurata da Zapatero è sicuramente un modello, lo dico senza riserve e forte del plauso della comunità internazionale, per tutti quei paesi democratici ancora sostanzialmente ciechi ad antiche disparità di ruolo fra uomo e donna.

Data la potente campagna di sensibilizzazione intrapresa dalla Spagna, ritiene che nel resto dei paesi europei si sia intrapreso un analogo percorso di presa di coscienza del problema?
Ciò che più stupisce, nella maggioranza delle cosiddette “democrazie avanzate”, è il bassissimo grado di visibilità del problema. Sembra che nella maggioranza dei paesi la discriminazione sessuale sia ancora largamente sottovalutata, spesso estromessa dal dibattito politico, anche quando si esprime nelle sue conseguenze più estreme. La sensazione è che esista uno sbarramento culturale che impedisce di cogliere i reali contorni del fenomeno. In Italia, ad esempio, è stata pubblicata nel 2007 un’indagine Istat, che ha fatto emergere cifre da capogiro: tre donne su dieci sarebbero state almeno una volta nella vita vittime di violenza, nel 67 per cento dei casi da parte di coniugi, ex coniugi o conviventi. Tuttavia resta la generale riluttanza a considerare la questione una vera e propria piaga sociale. Questo testimonia la natura del problema, che oltre ad essere trasversale ai più diversi contesti nazionali, è profondamente radicato nella mentalità e nelle abitudini della società. La mia voce si unisce a quella spesso inascoltata della Comunità Europea e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: la presenza o meno della discriminazione su base sessuale è il primo indice del grado di civiltà di uno stato. Il fatto che tale imperativo sia stato così a lungo ignorato denuncia la persistenza di antichi costumi culturali che abbiamo il dovere, civile e morale, di debellare una volta per tutte.

Parte della Legge Organica insiste sulla salvaguardia del corpo femminile e sul diritto all’autodeterminazione della donna. Pochi giorni fa, nel corso di un pubblico discorso antiaborista tenuto da parte di un candidato italiano, si è verificata un’accesa contestazione da parte della cittadinanza. Il mondo politico ha aspramente condannato le proteste, appellandosi al diritto di parola e alla libertà di espressione.

Sono molto stupita. Esiste un ordine di priorità fra i diritti; la salvaguardia del singolo e delle sue scelte rientra, in Italia come in Spagna, fra i diritti costituzionali fondamentali. La libertà di espressione è assolutamente da salvaguardare, tranne nei casi in cui questa è finalizzata all’eliminazione o alla messa in discussione dei principi cardine di uno stato democratico. In questo caso si compie un reato. Il diritto all’autodeterminazione riguarda chiaramente la persona intera, il suo corpo come la sua mente, e quando necessario va ribadito. Si tratta di un dovere, oltre che di un diritto.
Parole chiave: aura tiralongo
Categoria: Donne
Luogo: Spagna