Spagna: a tre anni dalle leggi di Zapatero contro la violenza di genere è boom di denunce
Scritto per noi da
Aura Tiralongo
Sono passati poco più di tre anni dal dicembre del 2004, data di inizio di una
battaglia ancora
ignorata da molti stati democratici. Zapatero promulgava allora la
prima legge attuata dal suo governo, conosciuta come Legge Organica
Contro la Violenza di Genere. L’effettivo punto di svolta nella
presa di responsabilità da parte dello Stato delle violenze
subite ogni giorno da migliaia di donne all’interno del contesto
familiare, segnò l’inizio di un ambizioso progetto di
revisione sociale, preso a modello dalle Nazioni Unite e da
molteplici richiami della Comunità Europea. Maria Escudero
Sanchez, ex direttrice dell’Instituto Andaluso de la Mujer e
attualmente senatrice, ammette di aver pianto di fronte al traguardo
raggiunto, dopo un “decennale, faticosissimo percorso accidentato
di lotta contro le discriminazioni e i maltrattamenti a danno delle
donne”.
A pochi mesi dagli attentati terroristici di Madrid dell’11 marzo 2004, il neonato
Governo di
Zapatero scelse di dedicare il primo provvedimento legislativo alla
lotta contro le violenze di genere, e alla tutela della donna. Cosa
ha motivato un’azione così tempestiva?
Il caso spagnolo è un esempiodi come le tematiche sociali, la tutela della persona
e della sua
integrità, costituiscano un punto di partenza imprescindibile
per ogni altro tipo di azione. Quando, alla vigilia delle elezioni,
l’allora premier José María Aznar attribuì strategicamente all’ETA un attentato
dall’evidente matrice
islamica, l’esigenza di una rottura col passato diventò
stringente. L’episodio segnò profondamente la società
civile, che si sentiva distante e ingannata dalla classe politica.
Questo provocò una forte volontà di reazione, e una
richiesta collettiva di tutela da parte delle istituzioni. La portata
dell’innovazione intrapresa dal Governo Zapatero, viene quindi da
una presa di consapevolezza da parte del mondo politico, che si
impegnò ad ascoltare le istanze della società civile,
traducendole in fatti. Il problema delle violenze contro le donne
era, allora come adesso, un’emergenza di cui si richiedeva un
immediato riscontro. Io, prima da deputata e adesso da senatrice, ho
seguito dall’interno i progressi di un ambizioso progetto di
revisione sociale, in cui la politica si è fatta promotrice di
alcuni, irrinunciabili principi. Il PSOE ha ribadito, in un governo
che per il 50 per cento è costituito da donne, come le pari
opportunità, la tutela delle donne, la salvaguardia di un
formale principio di uguaglianza, riguardino prima di tutto il
diritto della persona.
In cosa consiste questo progetto di
revisione sociale, che è stato definito “avanguardista”?
Siamo partiti da una presa d’atto,
allarmati dalla spaventosa incidenza del fenomeno: ottocento donne
uccise in Spagna per mano del coniuge, ex coniuge o convivente, e
questo solo negli ultimi anni. Alla gravità del problema, si
aggiungeva una preoccupante scarsità di dati relativi alle
denunce, spesso ritirate a causa dell’impotenza di molte donne di
sottrarsi, psicologicamente e materialmente, ai maltrattamenti. La
legge, definita per questo “integrale”, ha garantito sistemi di
tutela e sensibilizzazione ad ampio raggio: inasprimento delle pene,
sospensione della patria potestà per i colpevoli, sostegni
economici per le vittime, dovere da parte delle autorità di
intervenire tempestivamente, con iter giuridici brevi e ordini di
allontanamento immediati. Le donne sono state incoraggiate a
segnalare gli abusi, attraverso potenti campagne pubblicitarie, e con
l’indispensabile collaborazione degli organi di informazione. La
lotta alle violenze di genere è diventata una battaglia non
solo politica, ma anche e soprattutto culturale, rivolta alla società
con strategie di breve e di lungo periodo. In particolare si è
ribadito senza preamboli che questi fenomeni sono diretta conseguenza
di una disuguaglianza di fatto fra uomo e donna, che la nostra
società tende ad avallare.
Possiamo parlare di risultati
effettivi?
A tre anni dalla promulgazione della
legge, e nonostante le difficoltà create da alcune fazioni
politiche conservatrici, possiamo riscontrare i primi successi. Dalle
11.647 denunce registrate nel 1996, siamo passati alle attuali
75.000. Il cambiamento in atto nella percezione del problema è
evidente. La violenza di genere, tradizionalmente nascosta dalle
pareti domestiche, si è guadagnata una visibilità senza
precedenti all’interno della sfera pubblica. Lo Stato si è
fatto carico della sicurezza delle donne, assottigliando l’antico
divario fra sfera pubblica e sfera privata. La rivoluzione giuridica
inaugurata da Zapatero è sicuramente un modello, lo dico senza
riserve e forte del plauso della comunità internazionale, per
tutti quei paesi democratici ancora sostanzialmente ciechi ad antiche
disparità di ruolo fra uomo e donna.
Data la potente campagna di
sensibilizzazione intrapresa dalla Spagna, ritiene che nel resto dei
paesi europei si sia intrapreso un analogo percorso di presa di
coscienza del problema?
Ciò che più stupisce,
nella maggioranza delle cosiddette “democrazie avanzate”, è
il bassissimo grado di visibilità del problema. Sembra che
nella maggioranza dei paesi la discriminazione sessuale sia ancora
largamente sottovalutata, spesso estromessa dal dibattito politico,
anche quando si esprime nelle sue conseguenze più estreme. La
sensazione è che esista uno sbarramento culturale che
impedisce di cogliere i reali contorni del fenomeno. In Italia, ad
esempio, è stata pubblicata nel 2007 un’indagine Istat, che
ha fatto emergere cifre da capogiro: tre donne su dieci sarebbero
state almeno una volta nella vita vittime di violenza, nel 67 per
cento dei casi da parte di coniugi, ex coniugi o conviventi. Tuttavia
resta la generale riluttanza a considerare la questione una vera e
propria piaga sociale. Questo testimonia la natura del problema, che
oltre ad essere trasversale ai più diversi contesti nazionali,
è profondamente radicato nella mentalità e nelle
abitudini della società. La mia voce si unisce a quella spesso
inascoltata della Comunità Europea e dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità: la presenza o meno della
discriminazione su base sessuale è il primo indice del grado
di civiltà di uno stato. Il fatto che tale imperativo sia
stato così a lungo ignorato denuncia la persistenza di antichi
costumi culturali che abbiamo il dovere, civile e morale, di
debellare una volta per tutte.
Parte della Legge Organica insiste
sulla salvaguardia del corpo femminile e sul diritto
all’autodeterminazione della donna. Pochi giorni fa, nel corso di
un pubblico discorso antiaborista tenuto da parte di un candidato
italiano, si è verificata un’accesa contestazione da parte
della cittadinanza. Il mondo politico ha aspramente condannato le
proteste, appellandosi al diritto di parola e alla libertà di
espressione.
Sono molto stupita. Esiste un ordine di
priorità fra i diritti; la salvaguardia del singolo e delle
sue scelte rientra, in Italia come in Spagna, fra i diritti
costituzionali fondamentali. La libertà di espressione è
assolutamente da salvaguardare, tranne nei casi in cui questa è
finalizzata all’eliminazione o alla messa in discussione dei
principi cardine di uno stato democratico. In questo caso si compie
un reato. Il diritto all’autodeterminazione riguarda chiaramente la
persona intera, il suo corpo come la sua mente, e quando necessario
va ribadito. Si tratta di un dovere, oltre che di un diritto.