15/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una esile donna che lotta per regalare alla Birmania libertà e democrazia.

Aung San Suu Kyi Due momenti e una persona, in mezzo secolo di dittatura militare, stravolgono i piani dei generali al potere per regalare alla Birmania (rinominata dal governo Myanmar nel 1989) libertà e democrazia. Nel 1988 migliaia di studenti, lavoratori delle città e monaci invadono le strade chiedendo riforme democratiche. Una giovane donna, esile e coltissima, Aung San Suu Kyi, guida le rivolte pacifiche e fonda il principale partito d'opposizione al regime, la Lega Nazionale per la Democrazia (Nld).

A settembre, migliaia di dimostranti vengono uccisi e imprigionati dal governo ribattezzato Consiglio per il Ripristino della Legge e dell'Ordine dello Stato (Slorc), ma il cammino di Suu Kyi, figlia dell'eroe dell'indipendenza birmana, laureata a Oxford e con famiglia a Londra, è appena iniziato. Nel '90 ottiene e vince libere elezioni e per questo è messa agli arresti dalla giunta di Saw Maung. Nel 91' Suu Kyi declina l’invito per ritirare a Oslo il premio Nobel per la Pace. Non vuole abbandonare il suo Paese in questo difficile momento: la giunta potrebbe approfittare di un suo allontanamento per impedirle di rientrare successivamente in Birmania. Sarà suo figlio a ritirare il premio, mentre Suu Kyi rimarrà agli arresti fino al '95.

Nel 1997 è la comunità internazionale, sensibilizzata dalla lotta pacifica di questa donna e del suo movimento (Suu Kyi si ispira ai principi di non violenza di Mahatma Gandhi e Mather Luther King) a scuotere nuovamente, dopo un decennio, il potere dei generali. Le sanzioni economiche degli Usa pesano sul governo birmano che promette, cambiando nome, "pace e sviluppo" (Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo o Spdc). Suu Kyi avvia il dialogo tra giunta, Nld e movimenti indipendentisti. Nel '99 rifiuta di visitare il marito in fin di vita a Londra: ancora una volta decide di non lasciare il suo Paese. I due coniugi non si vedevano da tre anni.

Nel nuovo millennio il generale Than Shwe continua la repressione delle popolazioni di confine, e blocca a più riprese le attività dell’Nld. Suu Kyi, o "la signora" come la chiamano i birmani (la giunta vieta loro di pronunciarne il nome) propone il "boicottaggio del turismo" nelle zone costiere del Myanmar. Questa linea non porta al dialogo e viene criticata dalle organizzazioni umanitarie che operano in Myanmar: il turismo arricchisce la giunta, ma dà allo stesso tempo da vivere a molti birmani. Suu Kyi viene messa nuovamente agli arresti dal 2000 al 2002 e per la terza volta in 13 anni lo scorso maggio. Attualmente sarebbero 1300 i dissidenti politici nelle carceri birmane.
 

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