Il partito del presidente verso una provbabile sconfitta. Cresce la violenza in Paraguay
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Gli sgoccioli della campagna elettorale
paraguayana si tingono di rosso. Non è il rosso del Partido
Colorado che da 61 anni soggioga la seconda popolazione più
povera dell’America Latina, nè quello che decorava la tonaca
del più papabile dei candidati, l’ex monsignore Fernando
Lugo.

Il rosso che sta cominciando a colorare
le strade di Asunciòn è quello del sangue.
Risale a pochi giorni fa l’uccisione
dell’ennesimo - il quarto in soli 2 mesi - dirigente di Tekojoja,
uguaglianza nella lingua degli indigeni guarantì, per mano dei
narcotrafficanti brasiliani ed è di lunedì la notizia dei
primi scontri tra i senza tetto e gli uomini dell’esercito del
presidente in carica Nicanor Duarte Frutos.

Tremila diseredati hanno invaso, tra le
10 e le 12, di domenica scorsa le
avingude capitoline cercando di farsi strada verso
palazzo Lopez per chiedere conto al presidente dei 7 milioni di
dollari destinati alla costruzione di 3000 abitazioni e per esigere
trasparenza sull’utilizzo dei 12 milioni stanziati per l’acquisto
di terre coltivabili. A metà del percorso sono però
stati intercettati dagli agenti in tenuta anti-sommossa e dagli
uomini della Guardia Presidenziale che tra idranti e manganelli hanno
represso il corteo spontaneo arrestando 43 manifestanti, stranamente
rilasciati dopo poche ore nel pomeriggio.
Il bilancio dei violenti scontri con le
forze dell’ordine è di circa un centinaio di contusi e di 15
feriti gravi, numeri che non sembrano però voler frenare la
protesta. Gilberto Cacerà, il coordinatore nazionale del
movimento dei “sin techos”, annuncia una nuova marcia per
mercoledì e invita i senza tetto delle zone limitrofe alla
capitale ad unirsi alla protesta anche se, probabilmente, già
oggi si potranno ripetere episodi di violenza nelle strade.

C’è però chi sussurra
che questi scontri siano stati pianificati e ordinati dallo stesso
Duarte Frutos.
A meno di una settimana dal voto, i
sondaggi annunciano la clamorosa débacle del Partido Colorado,
che sembra non essere riuscito a contenere il disappunto dei
paraguayani con la candidatura di Blanca Ovelar, prima candidata
donna in una nazione storicamente “machista”.
I più maliziosi affermano che
gli scontri di piazza siano soltanto un pretesto per poter dichiarare
lo stato di emergenza nel Paese e rinviare le elezioni a data da
destinarsi, dando così modo al partito repubblicano più
longevo del Sudamerica di ricompattare i molti militanti migrati
verso la coalizione capeggiata da Fernando Lugo.
L’ex vescovo nel frattempo sospende,
in via precauzionale, le attività pre elettorali rinunciando
al dibattito televisivo che lo avrebbe dovuto vedere contrapposto a
Blanca Ovelar e al generale Lino Oviedo, capo della terza forza
partitica del paese e protagonista di un golpe fallito nel 1996.
All’ormai blando pericolo brogli si
aggiunge quindi il timore di disordini molto più ampi e
cruenti.
Nel caso in cui la volontà
popolare non dovesse essere rispettata, i primi a farne le spese
saranno proprio gli stessi che hanno fede nel cambio e nell’uomo di
Dio che pare meglio rappresentarlo.