21/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa creano "squadre della morte" in Iraq. Un'idea già vista
scritto per noi da
Matteo Colombi
 
Una squadra dei contras, i guerriglieri finanziati dagli Usa per combattere il governo sandinista del Nicaragua nei primi anni OttantaFalluja è stata divelta. Una città di centinaia di migliaia di persone, una Saint Louis o una Sacramento, fracassata, la sua popolazione dispersa tra le bombe. Senza fonti certe di acqua potabile, senza accesso al cibo. L’istruzione dei figli interrotta, famiglie spezzate, che non sanno cosa rimane delle loro case. Eppure ciò non ha portato alla fine della resistenza armata. L’assedio e l’espugnazione della città, la trasandatezza con cui ci si è presi cura dei rifugiati, l’aperta teorizzazione del bombardamento di insediamenti civili per “motivare” le popolazioni al divorzio dalla leadership dei resistenti, valgono ormai un ricorso per crimini di guerra. Eppure il fallimento sul piano strategico dell’assalto a Falluja sta spingendo gli Stati Uniti ben oltre.
 
Un'idea non nuova. Negli stessi giorni in cui, con il processo a Charles Graner, l’elite americana e la stampa hanno messo in scena il teatrino di una moralità ritrovata, che servirà a circoscrivere a pochi militari il biasimo per una politica di abusi e torture nata ad alto livello, il Pentagono discuteva “l’opzione Salvador”; ovvero il ricorso, per combattere gli insorti, a squadre della morte, come già fecero gli Usa in El Salvador negli anni Ottanta. Dalla tortura di Stato all’eccidio segreto, gli Stati Uniti scendono di un altro livello negli inferi, e si preparano a commettere brutalità ancor più efferate e nascoste.
 
Un'immagine di Charles Graner, il soldato statunitense condannato a 10 anni per gli abusi compiuti sui detenuti del carcere di Abu GhraibNé segreti né invenzioni. Le notizie riguardanti “l’opzione Salvador” non sono invenzioni di chi fa opposizione. Basta leggere il recente articolo di Michael Hirsch e John Barry scritto per Newsweek, un settimanale di ampia circolazione “moderato”. L’articolo nota che al Pentagono si sta discutendo di rispolverare la strategia anti-guerriglia utilizzata sotto Reagan nel Salvador negli anni Ottanta. La sinistra armata stava vincendo il conflitto con lo Stato, gli Usa reagirono creando forze paramilitari con il compito di dare la caccia e uccidere i ribelli e i loro simpatizzanti. L’articolo nota che, nonostante la morte di civili innocenti e lo scandalo Iran-Contra, la destra americana considera il modello Salvador un pieno successo. John Negroponte, allora ambasciatore in Honduras e legato a questa politica, oggi è l’ambasciatore Usa in Iraq.
 
C'è bisogno di alleati. Il blitz di due anni fa ha regalato il predominio strategico ma non il controllo esteso del territorio iracheno. Milioni di iracheni non solo non vogliono la presenza occidentale, ma non sono nemmeno convinti delle capacità demiurgiche degli Usa e dei loro alleati. L’America sa distruggere, ma a ogni ciclo di distruzione il suo progetto politico e la sua presenza militare si imbarbariscono; si teorizza apertamente l’utilità di una guerra civile, si cerca adesso il modo, la maniera di disimpegnare la maggior parte delle forze Usa, per mantenere libera la proiezione di potenza su altre zone. Per ottenere tale disimpegno gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati iracheni che siano capaci di garantire il continuato accesso al petrolio, e ad alcuni elementi di interesse strategico o personale. Frammentare l’Iraq per poi colludere con i curdi, a cui assegnare il petrolio del nord, e con un qualche regime sciita a sud che almeno garantisca i pozzi nel Golfo Persico; controllo che permette di continuare l’egemonia americana sui Paesi che vi si affacciano. I piccoli protettorati del Kuwait, dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti rimarranno basi di operazione a breve distanza, l’Iran rimarrà sotto tiro.
 
John Negroponte, ora ambasciatore Usa in Iraq, era ambasciatore in Honduras nel periodo dello scandalo ContrasPreparazione a buon punto. Dall’articolo sembrerebbe che le discussioni operative siano assai avanzate: gli Usa metterebbero insieme squadre della morte nelle zone sunnite e addirittura in Siria. Le forze sarebbero composte di milizie curde e sciite. L’articolo continua citando il direttore dell’intelligence irachena: “I ribelli sono per lo più nelle zone sunnite, dove la popolazione è a loro favore. La maggior parte degli iracheni non sostengono attivamente gli insorti né forniscono materiale e supporto logistico, però non sono disposti a denunciarli”. Un militare del Pentagono coinvolto nel dibattito strategico è d’accordo: “Questo è il nodo cruciale del problema...ci vogliono nuove operazioni offensive che creino la paura di aiutare gli insorti. La popolazione sunnita non sta pagando alcun prezzo per il sostegno che dà ai terroristi. Dal loro punto di vista, è senza costi. Dobbiamo cambiare tale equazione.”
 
Un solo modo di operare. La grande stampa americana si adeguerà alla buona novella di un Iraq “democratico” ma in difficoltà, le squadracce paramilitari, con consiglieri americani, o addirittura squadre segretamente miste, opereranno per mantenere il potere dei governatori lasciati dagli americani, e lo faranno al di fuori della legge. Le squadre della morte in tutto il mondo operano in una sola maniera: uccidendo e trucidando tutti coloro che operano in contatto, sono sospetti, o semplicemente vivono in zone in qualche modo considerate insufficientemente leali. Rischiano inoltre di sfuggire al controllo dei loro principali in capitali lontane, specialmente se in grado di ottenere risorse finanziarie autonome.

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