Gli Usa creano "squadre della morte" in Iraq. Un'idea già vista
scritto per noi da
Matteo Colombi

Falluja è stata divelta. Una città di centinaia di migliaia di persone, una Saint
Louis o una Sacramento, fracassata, la sua popolazione dispersa tra le bombe.
Senza fonti certe di acqua potabile, senza accesso al cibo. L’istruzione dei figli
interrotta, famiglie spezzate, che non sanno cosa rimane delle loro case. Eppure
ciò non ha portato alla fine della resistenza armata. L’assedio e l’espugnazione
della città, la trasandatezza con cui ci si è presi cura dei rifugiati, l’aperta
teorizzazione del bombardamento di insediamenti civili per “motivare” le popolazioni
al divorzio dalla leadership dei resistenti, valgono ormai un ricorso per crimini
di guerra. Eppure il fallimento sul piano strategico dell’assalto a Falluja sta
spingendo gli Stati Uniti ben oltre.
Un'idea non nuova. Negli stessi giorni in cui, con il processo a Charles Graner, l’elite americana
e la stampa hanno messo in scena il teatrino di una moralità ritrovata, che servirà
a circoscrivere a pochi militari il biasimo per una politica di abusi e torture
nata ad alto livello, il Pentagono discuteva “l’opzione Salvador”; ovvero il ricorso,
per combattere gli insorti, a squadre della morte, come già fecero gli Usa in
El Salvador negli anni Ottanta. Dalla tortura di Stato all’eccidio segreto, gli
Stati Uniti scendono di un altro livello negli inferi, e si preparano a commettere
brutalità ancor più efferate e nascoste.
Né segreti né invenzioni. Le notizie riguardanti “l’opzione Salvador” non sono invenzioni di chi fa opposizione.
Basta leggere il recente articolo di Michael Hirsch e John Barry scritto per Newsweek,
un settimanale di ampia circolazione “moderato”. L’articolo nota che al Pentagono
si sta discutendo di rispolverare la strategia anti-guerriglia utilizzata sotto
Reagan nel Salvador negli anni Ottanta. La sinistra armata stava vincendo il conflitto
con lo Stato, gli Usa reagirono creando forze paramilitari con il compito di dare
la caccia e uccidere i ribelli e i loro simpatizzanti. L’articolo nota che, nonostante
la morte di civili innocenti e lo scandalo Iran-Contra, la destra americana considera
il modello Salvador un pieno successo. John Negroponte, allora ambasciatore in
Honduras e legato a questa politica, oggi è l’ambasciatore Usa in Iraq.
C'è bisogno di alleati. Il blitz di due anni fa ha regalato il predominio strategico ma non il controllo
esteso del territorio iracheno. Milioni di iracheni non solo non vogliono la presenza
occidentale, ma non sono nemmeno convinti delle capacità demiurgiche degli Usa
e dei loro alleati. L’America sa distruggere, ma a ogni ciclo di distruzione il
suo progetto politico e la sua presenza militare si imbarbariscono; si teorizza
apertamente l’utilità di una guerra civile, si cerca adesso il modo, la maniera
di disimpegnare la maggior parte delle forze Usa, per mantenere libera la proiezione
di potenza su altre zone. Per ottenere tale disimpegno gli Stati Uniti hanno bisogno
di alleati iracheni che siano capaci di garantire il continuato accesso al petrolio,
e ad alcuni elementi di interesse strategico o personale. Frammentare l’Iraq per
poi colludere con i curdi, a cui assegnare il petrolio del nord, e con un qualche
regime sciita a sud che almeno garantisca i pozzi nel Golfo Persico; controllo
che permette di continuare l’egemonia americana sui Paesi che vi si affacciano.
I piccoli protettorati del Kuwait, dell’Oman, degli Emirati Arabi Uniti rimarranno
basi di operazione a breve distanza, l’Iran rimarrà sotto tiro.
Preparazione a buon punto. Dall’articolo sembrerebbe che le discussioni operative siano assai avanzate:
gli Usa metterebbero insieme squadre della morte nelle zone sunnite e addirittura
in Siria. Le forze sarebbero composte di milizie curde e sciite. L’articolo continua
citando il direttore dell’intelligence irachena: “I ribelli sono per lo più nelle
zone sunnite, dove la popolazione è a loro favore. La maggior parte degli iracheni
non sostengono attivamente gli insorti né forniscono materiale e supporto logistico,
però non sono disposti a denunciarli”. Un militare del Pentagono coinvolto nel
dibattito strategico è d’accordo: “Questo è il nodo cruciale del problema...ci
vogliono nuove operazioni offensive che creino la paura di aiutare gli insorti.
La popolazione sunnita non sta pagando alcun prezzo per il sostegno che dà ai
terroristi. Dal loro punto di vista, è senza costi. Dobbiamo cambiare tale equazione.”
Un solo modo di operare. La grande stampa americana si adeguerà alla buona novella di un Iraq “democratico”
ma in difficoltà, le squadracce paramilitari, con consiglieri americani, o addirittura
squadre segretamente miste, opereranno per mantenere il potere dei governatori
lasciati dagli americani, e lo faranno al di fuori della legge. Le squadre della
morte in tutto il mondo operano in una sola maniera: uccidendo e trucidando tutti
coloro che operano in contatto, sono sospetti, o semplicemente vivono in zone
in qualche modo considerate insufficientemente leali. Rischiano inoltre di sfuggire
al controllo dei loro principali in capitali lontane, specialmente se in grado
di ottenere risorse finanziarie autonome.