14/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Trovato l'accordo per il nuovo governo, ma scoppiano scontri tra polizia e Mungiki
All'indomani dell'accordo trovato tra maggioranza e opposizione per insediare il nuovo governo, non c'è spazio per i festeggiamenti in Kenya. I nuovi scontri tra polizia e Mungiki, il gruppo militare-religioso facente capo alla comunità Kikuyu, hanno provocato almeno 12 morti e interessato tutto il Paese, dalla capitale Nairobi alla Rift Valley, fino ad Eldoret. Il nuovo esecutivo, spartito tra il Party of National Unity del presidente Mwai Kibaki e l'Orange Democratic Movement di Raila Odinga, si trova subito ad affrontare una situazione esplosiva.

La polizia durante gli scontri con i MungikiGli incidenti, scoppiati nel fine settimana nelle baraccopoli di Nairobi, specialmente a Mathare e Dandora, si sono allargati alla Rift Valley, interessando le città di Nakuru, Naivasha ed Eldoret. I Mungiki, messi fuorilegge nel 2002, accusano la polizia di aver ucciso, decapitandola, Virginia Nyaiko, la moglie di Maina Njenga, il leader del gruppo attualmente in carcere. Le forze dell'ordine hanno negato qualsiasi responsabilità, e hanno dispiegato migliaia di uomini per tentare di porre un freno ai disordini. Le ultime notizie parlano di stazioni di polizia bruciate, treni fatti deragliare e strade bloccate dai manifestanti, seicento dei quali avrebbero provato a organizzare una marcia per le strade di Nairobi. I Mungiki, già vittime di una dura repressione da parte della polizia l'anno scorso, ma tornati in auge alla vigilia delle elezioni dello scorso 27 dicembre, sono accusati di gestire il racket nel settore dei trasporti e nelle baraccopoli, dove controllano le forniture di acqua ed elettricità. Nonostante le promesse del governo di eliminare la setta, le pesanti collusioni tra i Mungiki e alcune personalità politiche garantiscono loro protezione e soldi.

La questione Mungiki sarà la prima da affrontare per il nuovo esecutivo, guidato da Raila Odinga e frutto delle lunghe trattative che hanno seguito la crisi di gennaio: più di mille morti e almeno 300.000 sfollati negli scontri causati dall'accusa di brogli elettorali lanciata contro il presidente Kibaki, il quale ha però tenuto duro rifiutando di dimettersi nonostante le pressioni internazionali. Ora, il Kenya ha finalmente un nuovo governo, equamente spartito tra i due maggiori partiti, almeno a livello di numeri. Per quanto riguarda i singoli dicasteri, infatti, non sono pochi i lamenti all'interno dell'Odm, che non avrebbe ottenuto nessuno dei ministeri più importanti: Affari Esteri, Trasporti, Energia, Finanze, Difesa, Informazioni, Sicurezza Interna e Giustizia sono tutti finiti al Pnu, con l'Odm a consolarsi solamente con il potente ministero delle Autorità Locali. La buona notizia è la “folta” presenza di donne (13 su 90 tra ministri e assistenti, il numero più alto dall'indipendenza ad oggi). Da segnalare anche la presenza di due vice-premier: Uhuru Kenyatta (figlio di Jomo, padre dell'indipendenza e primo presidente keniano) per il Pnu e Musalia Mudavadi per l'Odm.

Mwai Kibaki e, sullo sfondo, Raila OdingaSe la nomina del nuovo governo mette fine a due mesi di trattative, è comunque troppo presto per dire che il Kenya sia uscito dalla crisi. Molto dipenderà dai rapporti che si instaureranno tra presidente e primo ministro, visto che questa seconda figura è un inedito per la storia politica del Paese. Mentre Odinga vede la sua funzione come un nuovo cardine dell'ordinamento, presumibilmente Kibaki tenterà di confinarne i poteri ad alcune funzioni ben delimitate, visto che qualsiasi aumento di potere del premier andrebbe a discapito del presidente. Se a ciò si aggiunge la clausola per cui l'esecutivo è ideato per durare fino al 2012 (data delle prossime elezioni) ma che la decisione di uno dei due partiti di uscire dall'alleanza ne sancirebbe automaticamente la caduta, si capisce come i margini di manovra siano stretti.

Matteo Fagotto

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