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Gli incidenti, scoppiati nel fine settimana nelle baraccopoli di Nairobi, specialmente
a Mathare e Dandora, si sono allargati alla Rift Valley, interessando le città
di Nakuru, Naivasha ed Eldoret. I Mungiki, messi fuorilegge nel 2002, accusano la polizia di aver ucciso, decapitandola,
Virginia Nyaiko, la moglie di Maina Njenga, il leader del gruppo attualmente in
carcere. Le forze dell'ordine hanno negato qualsiasi responsabilità, e hanno dispiegato
migliaia di uomini per tentare di porre un freno ai disordini. Le ultime notizie
parlano di stazioni di polizia bruciate, treni fatti deragliare e strade bloccate
dai manifestanti, seicento dei quali avrebbero provato a organizzare una marcia
per le strade di Nairobi. I Mungiki, già vittime di una dura repressione da parte della polizia l'anno scorso, ma
tornati in auge alla vigilia delle elezioni dello scorso 27 dicembre, sono accusati
di gestire il racket nel settore dei trasporti e nelle baraccopoli, dove controllano
le forniture di acqua ed elettricità. Nonostante le promesse del governo di eliminare
la setta, le pesanti collusioni tra i Mungiki e alcune personalità politiche garantiscono loro protezione e soldi.
Se la nomina del nuovo governo mette fine a due mesi di trattative, è comunque
troppo presto per dire che il Kenya sia uscito dalla crisi. Molto dipenderà dai
rapporti che si instaureranno tra presidente e primo ministro, visto che questa
seconda figura è un inedito per la storia politica del Paese. Mentre Odinga vede
la sua funzione come un nuovo cardine dell'ordinamento, presumibilmente Kibaki
tenterà di confinarne i poteri ad alcune funzioni ben delimitate, visto che qualsiasi
aumento di potere del premier andrebbe a discapito del presidente. Se a ciò si
aggiunge la clausola per cui l'esecutivo è ideato per durare fino al 2012 (data
delle prossime elezioni) ma che la decisione di uno dei due partiti di uscire
dall'alleanza ne sancirebbe automaticamente la caduta, si capisce come i margini
di manovra siano stretti. Matteo Fagotto