Redacted. Intervista di Mauro gervasini a Brian De Palma
di Mauro Gervasini
Filmtv
Redacted. Intraducibile in italiano se
non con un giro di parole: “revisionare con intento censorio”.
Testi, articoli, notizie e soprattutto immagini. Dopo la catastrofe
mediatica che secondo alcuni storici ha contribuito alla sconfitta
americana in Vietnam, l’establishment Usa si è fatto furbo.
Adesso, in Iraq, preferisce la strategia delle tre scimmiette: non
sente, non vede e soprattutto non parla.

Redacted di Brian De Palma,
presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia e inedito in
sala (passa queste settimane sulla pay Tv contemporaneamente
all’uscita in dvd) racconta quello che i giornalisti “embedded”
non possono riportare, ispirandosi a un grave fatto di cronaca,
l’eccidio di una famiglia irachena da parte di una pattuglia di
soldati americani. «Leggendo il soggetto sono rimasto molto
colpito dalle coincidenze con il mio film Vittime di guerra - afferma
De Palma -, c’erano parecchie situazioni simili. Inoltre sono stato
colpito dalla notizia di alcuni strani incidenti accaduti in Iraq,
che mi hanno spinto a fare qualche ricerca per capire cosa fosse
successo veramente. In questo processo di ricerca, usando Google, ho
cominciato a navigare sui blog dei soldati, ho visto i video
amatoriali scaricati da You Yube, i siti delle mogli dei militari e
il materiale fotografico non ufficiale realizzato in Iraq e
sparpagliato nella Rete. Così, la storia dello stupro di una
ragazzina irachena e della strage della sua famiglia ha cominciato a
prendere forma, ed era una storia diversa da quella che diffondevano
i media».
Nonostante l’apparenza
documentaristica, l’impressione è che dietro Redacted ci sia
una sceneggiatura di ferro…
È vero. Le linee generali della
storia sono le stesse di Vittime di guerra. Una squadra coinvolta in
una guerra che ha poco senso, ammesso che ne abbia alcuno, con le
persone, il pubblico, travolto e fuorviato dalla propaganda, con i
soldati costretti a vivere in un ambiente a loro ostile, in
circostanze ambientali difficili: caldo, polvere, sporcizia, un luogo
diversissimo da quello di provenienza. Non sanno bene chi sia il
nemico, non sono in grado di distinguere i civili dai ribelli e
trasformano la loro frustrazione e i loro demoni in rabbia nei
confronti della popolazione locale. Di conseguenza questi ragazzi
commettono atti orribili.
Trova difficile passare dallo stile
sontuoso di certe sue produzioni a quello pseudo-amatoriale di questo
film?
No, sono consapevole che il formato con
il quale una storia si racconta abbia un effetto sul modo in cui lo
spettatore l’accoglie. Cerco di rendere il pubblico consapevole
della forma di narrazione mentre racconto. È una specie di
procedimento di alienazione alla Bertolt Brecht. Come se ti dicessi
«ok, questa è la storia, attento a non farti manipolare
dal modo in cui ti viene raccontata, meglio se fai un passo indietro
». Ho cercato di fare esattamente questo con The Black Dahlia,
che è un film molto elegante per come riesce a fotografare
un’epoca. Si ha a che fare con un mistero irrisolto leggendario,
che sopravvive nella mitologia da cinquanta, sessant’anni, e ci si
chiede perché. Perché generazione dopo generazione la
gente continua a essere ossessionata dalla morte di questa ragazza? E
proprio come in Redacted, anche alla base del mistero di The Black
Dahlia c’è una fotografia con una giovane selvaggiamente
uccisa per ragioni che non riusciamo a capire, tagliata a metà.
È la foto della Dalia Nera che ancora una volta potete trovare
su Internet. In Redacted, la storia che sentite sempre ripetere dai
soldati che sono stati in Iraq, è che tornano con simili
terribili istantanee nella testa, immagini delle orribili atrocità
di cui sono stati complici o alle quali hanno assistito. Uno degli
obiettivi di Redacted è quello di riuscire a far vedere queste
terribili istantanee a un pubblico vasto, affinché si ponga
una domanda fondamentale: perché permettiamo che tutto questo
accada, quanto siamo coinvolti in questa storia?
Guardando Vittime di guerra e adesso
Redacted, viene da pensare che le violenze sessuali siano tollerate
dallo Stato maggiore…
È vero. Ma non c’è da
stupirsi se una violenza carnale viene sottovalutata o considerata un
reato minore a livello sociale, ed è ancora peggio in un
contesto militare, perché nell’esercito non vogliono neanche
sentirne parlare, specialmente se sono coinvolti civili o iracheni.
Chi se ne importa se vengono uccisi. Una donna è stata
stuprata? E allora? Non c’è nessuno che protesterà.
Questo è il modo di vedere le cose. Anche in un contesto
civile, comunque, si tende a relativizzare il ruolo della vittima, si
comincia a chiedere alla donna violentata perché era lì,
se dapprincipio fosse consenziente e ha cambiato idea dopo. Adesso
sto pensando a un’altra storia per un altro film, che si interroghi
su come sono trattate le donne soldato. Mai nessuno ne parla, eppure
sono costantemente molestate. Sono in mezzo a moltissimi uomini e in
Iraq non ci sono bordelli come a Saigon. Non ci sono donne se non
quelle sotto le armi, che sono il 20 per cento del totale Tv