Pristina vota la sua Costituzione, mentre Belgrado vuole far votare i serbi kosovari per le presidenziali
La situazione del Kosovo è sempre più surreale. Mentre a Pristina viene approvata
la Costituzione, a Belgrado si delibera che i serbi in Kosovo voteranno, a tutti
i costi, per le presidenziali in Serbia dell'11 maggio. E' come se due realtà
contrapposte convivessero, l'una contro l'altra, armate per fortuna solo di carte
bollate.
La Costituzione del Kosovo. Il 9 aprile scorso il Parlamento della ex provincia serba, che ha proclamato
la propria indipendenza il 17 febbraio, ha votato all'unanimità la sua Costituzione.
Il testo è stato elaborato da una commissione ad hoc presieduta dalla vicepremier
Hajredin Kuci, studiosa di diritto internazionale, e composta da diciotto esperti
kosovari e stranieri. Il testo era stato presentato il giorno prima, nel corso
di una cerimonia solenne svoltasi a Pristina alla presenza del presidente kosovaro,
Fatmir Sejdiu, e del primo ministro Hascim Thaci, nonché del capo della missione
Ue nella regione (Eulex), Peter Feith, il quale l'aveva controfirmato, certificando
le sue norme in linea con gli Stati europei. La repubblica del Kosovo, come si
legge nel testo, sarà uno stato laico rispettoso della libertà di culto e con
precise garanzie di rispetto dei diritti anche delle altre comunità etniche: in
particolare, di ciò che rimane della minoranza serba.
La Costituzione entrerà in vigore il 15 giugno prossimo, in coincidenza con il
passaggio di consegne dall'Unmik (l'amministrazione Onu che gestisce la regione
fin da dopo la guerra del 1999) alla nuova missione Ue (Eulex) chiamata ad ''affiancare
e sorvegliare'' le autorità locali per un tempo indeterminato, accanto al contingente
militare a guida Nato della Kfor. Per quella data l'Ue e gli Usa sperano che sia
cresciuto il numero dei paesi che hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo.
Fino a ora, infatti, non sono molti: poco meno di 40 tra i circa 190 paesi membri
dell'Onu.
La Serbia, dal canto suo, ha fatto sapere che ritiene ''illegale e nulla'' la
Costituzione del Kosovo tanto quanto l'indipendenza proclamata da Pristina e insiste
nel rivendicare la sua sovranità sulla provincia in nome del diritto internazionale.
La rabbia di Belgrado. La rivendica a tal punto che, il giorno dopo l'approvazione della Costituzione
kosovara, il ministro serbo per il Kosovo, Slobodan Samardzic, in una lettera
inviata all'Unmik, ha chiesto in modo ufficiale che l'11 maggio prossimo, quando
si eleggerà il presidente della Serbia, possano votare i 100mila serbi del Kosovo.
L'Unmik ha subito bocciato la richiesta di Belgrado.
''Se la Serbia decidesse di tenere le elezioni in Kosovo, sarebbe una violazione
della risoluzione 1244, del mandato esecutivo del rappresentante del segretario
generale e non avrebbero alcuna validità legale'', ha dichiarato il portavoce
di Unmik a Pristina, Alexander Ivanko, ''l'unica autorità autorizzata a indire
elezioni in Kosovo è l'Unmik''. La risoluzione 1244 prevede anche l'indiscussa
sovranità serba sul Kosovo, ma questo sembra non interessare Ivanko.
Per capire i buoni rapporti che intrattengono l'Unmik e la Serbia basta pensare
che il 10 aprile il governo serbo ha chiesto al segretario generale delle Nazioni
Unite, Ban Ki-moon, di processare l'ex capo della missione Onu in Kosovo, il danese
Soren Jessen Petersen. L'accusa per Petersen è di avere ostacolato le indagini
sull'uccisione di civili della minoranza serba ad opera delle milizie guidate
dall'ex premier kosovaro Ramush Haradinaj. Quest'ultimo è stato assolto la scorsa
settimana da questa accusa, con una sentenza che ha scatenato forti proteste da
Belgrado, che l'ha definita ''un duro colpo alla giustizia internazionale e un'altra
umiliazione per le vittime''. Quella che per Belgrado è un'umiliazione, si è trasformata
in una grande festa per gli albanesi di Pristina, che hanno accolto Haradinaj
come un eroe.
La mossa di Solana. La Serbia si sente sempre più maltrattata dalla comunità internazionale e questo
potrebbe spingerla verso la Russia e, soprattutto, preoccupa l'Ue per il voto
delle presidenziali dell'11 maggio prossimo, che potrebbe sancire la rottura con
l'Europa nel caso vincessero gli ultranazionalisti di Nikolic. "Dobbiamo fare
qualsiasi cosa per dare al popolo serbo l'impressione che l'Europa è al suo fianco.
Personalmente, la sera del 10 maggio voglio andare a letto ed essere in pace con
la mia coscienza, certo di aver fatto tutto il possibile. Non voglio svegliarmi
e scoprire che potevamo fare di più''. Con queste parole Javier Solana, il responsabile
della politica estera Ue, ha esortato l'Unione davanti alla Commissione Affari
Esteri del Parlamento europeo nella seduta dell'8 aprile.
Solana punta, come hanno fatto negli ultimi mesi i leader europei, sull'offerta
dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione (Asa) alla Serbia, il primo passo
per l'adesione all'Unione europea, per compensare lo smacco del Kosovo. In particolare
vuole cambiare il regime dei visti che, per adesso, rende la vita impossibile
a studenti e lavoratori serbi, i quali hanno grandi difficoltà a muoversi liberamente
per l'Europa. "Se Nikolić dovesse vincere le elezioni, difficilmente Mladić e
Karadzic saranno estradati all'Aja. Per questo l'Unione europea deve promuovere
con ogni mezzo la firma dell'Asa prima dell'11 maggio'', ha concluso Solana, tentando
di convincere Olanda e Belgio, contrari all'Asa con la Serbia fino alla consegna
dei criminali di guerra ancora latitanti.