Processi sommari a porte chiuse su commissione della giustizia militare statunitense
Un
rapporto dell’organizzazione statunitense
Human Rights First denuncia che nel braccio D della prigione afgana di Pol-i-Charki, alla periferia
di Kabul, si tengono processi sommari a porte chiuse agli ex prigionieri di Guantanamo
e della base Usa afgana di Bagram. Processi lampo, nei quali l’imputato, nel giro
di 10-20 minuti, viene condannato a decenni di prigione sulla sola base delle
discutibili prove fornite dalla giustizia militare statunitense. In molti casi,
senza nemmeno la presenza di un avvocato difensore. Tutto questo, ironia della
sorte, in virtù di una legge speciale del codice penale afgano approvata nel 1987,
durante l’occupazione sovietica. Alla faccia della riforma della giustizia afgana
gestita dal governo italiano.
Prove inconsistenti, perfino per i tribunali militari di Guantanamo. Dal 2002, l’amministrazione Bush ha condizionato l’estradizione dei detenuti
di Guantanamo alla promessa che i ‘prigionieri di guerra’ rimpatriati sarebbero
stati processati nel loro Paese d’origine.
La maggior parte degli Stati interessati, perfino gli alleati più fedeli come
la Gran Bretagna, si sono sempre rifiutati, dicendo che le prove fornite dalla
giustizia militare statunitense non avrebbero retto in nessun tribunale degno
di questo nome. L’Afghanistan occupato dalla Nato e controllato dal governo filo-Usa
di Karzai rappresenta la principale eccezione.
“Le prove fornite ai giudici afgani dalla giustizia militare Usa sarebbero inammissibili
non solo nei tribunali di uno Stato di diritto, ma perfino nei tribunali militari
di Guantanamo”, spiega Jonathan Horowitz, investigatore di Human Rigts First.
Il Pentagono prende le distanze, ma i giudici afgani confermano. Sandra Hodgkinson, assistente per le politiche detentive del Pentagono, prende
le distanze: “Questi non sono processi istruiti su richiesta del governo degli
Stati Uniti: sono procedimenti istruiti dalla giustizia afgana per crimini commessi
in territorio afgano”.
Ma il giudice afgano Rashid, intervistato da Human Rigts First, non è di questo avviso: “Tutti questi processi sono stati preparati dai nostri
amici americani, sulla base di informazioni fornite da loro che noi riteniamo
della massima affidabilità”.
Un esempio delle prove ‘made in Usa’. Rais Muhammad Khan è stato arrestato al confine con il Pakistan nel 2006 perché
sospettato di aver preso parte a un fallito attentato suicida. Secondo la giustizia
militare Usa, nonostante la totale mancanza di prove e testimonianze, Khan è colpevole
perché avrebbe mentito alla macchina della verità. Su questa base, l’imputato
è stato condannato a otto anni di prigione.
Questi processi sommari sono gestiti dai servizi segreti afgani comandati da
Amrullah Saleh, sotto la responsabilità del direttore del braccio D di Pol-i-Charki,
il generale Safiullah Safi.
Dallo scorso ottobre questi processi sono stati 82, di cui 65 si sono conclusi
con pesanti condanne detentive. Altri 120 sono in programma per i prossimi mesi.