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Com’è stato accolto il suo film, Disbelief, in Russia?
In due maniere completamente opposte: c’è chi ha elogiato il coraggio di sfidare
il muro di omertà che copre questi argomenti, e c’è chi mi ha chiamato traditore,
amico dei terroristi ceceni, nemico della Russia, servo degli oligarchi e degli
Stati Uniti. Insomma, tutte le classiche accuse che vengono mosse a chi osa mettere
in dubbio le verità ufficiali del Cremlino. Non sono mancate nemmeno le minacce.
Ha subito qualche forma di censura?
Beh, formalmente no, ma nei fatti sì. Hanno lasciato che proiettassi Disbelief
solo in un piccolo teatro di Mosca, senza nessuna pubblicità, e già questo la
dice lunga. Ma soprattutto mi è stato impedito di portarlo in televisione: nessun
network russo ha voluto trasmettere il mio documentario, perché non esiste più
in Russia un’emittente televisiva che non sia controllata dal governo.
Pensa che il suo film avrà qualche effetto concreto sulla società russa?
Lo spero tanto. Ma sono realista: solo le cose che passano in televisione, e
quindi arrivano a tutti, riescono a influenzare l’opinione pubblica. Avendolo
visto in pochi, dubito che il mio documentario riuscirà mai a scalfire le certezze
propagandate dal governo.
Qual è la tesi centrale del suo film?
Disbelief non accusa il governo russo di aver commesso gli attentati del ’99. Lo accusa
però di non aver fatto quello che qualsiasi governo democratico avrebbe dovuto
fare al suo posto: cercare la verità su una tragedia che ha colpito il suo popolo,
indagare a fondo in maniera chiara e trasparente. Invece, come racconta il documentario,
le autorità non hanno fatto altro che ostacolare le indagini e insabbiare le prove,
tappando la bocca a chiunque osasse mettere in dubbio la verità ufficiale.
E perché il governo si comporterebbe così?
Per proteggere se stesso. Oggi in Russia comandano i cosiddetti ‘siloviki’, uomini
appartenenti ai servizi segreti e all’esercito. Sono loro la nuova classe dirigente
giunta al potere con l’avvento al Cremlino dell’ex ufficiale del Kgb Putin. La
Russia oggi è governata dall’Fsb, l’ex Kgb. Quindi, se, come probabile, agenti
dell’Fsb hanno delle responsabilità negli attentati del ’99, il governo li protegge
a qualsiasi costo. In Russia, da sempre, i servizi segreti assomigliano più a
una setta segreta, con un suo rigido codice d’onore che non contempla il tradimento
di un compagno, per nessun motivo al mondo.
Cosa ne pensa del terrorismo ceceno e della questione cecena?
Non penso, come alcuni mi hanno accusato di fare, che il terrorismo ceceno non
esista. Esiste eccome, ma forse fa comodo a qualcuno. Forse qualcuno lo manipola
per trarne vantaggi politici, questo sì.
Penso invece che la guerra in Cecenia sia un orrore, come ogni guerra. Ma questa
in particolare ha risvolti tremendi perché l’esercito russo prende di mira i civili,
considerandoli tutti potenziali terroristi. Così non si combatte il terrorismo:
così lo si alimenta.
E cosa ne pensa mediamente la gente in Russia?
Purtroppo la propaganda del governo a riguardo è molto efficace. Proprio in virtù
degli attentati del ‘99, tutti pensano che la guerra sia una giusta guerra di
legittima autodifesa contro un popolo di pericolosi criminali e terroristi. Quegli
attentati sono stati il nostro 11 settembre: i russi si sono sentiti attaccati
in casa propria, avevano paura, e quando Putin si è eretto a loro difensore dichiarando
guerra ai ceceni, tutti lo hanno appoggiato. E continuano a farlo.
Secondo lei Putin, senza quegli attentati, sarebbe arrivato al Cremlino?
No. O quantomeno non così velocemente. E’ innegabile: chi ha tratto vantaggio
da quei tragici eventi fu lui. Non voglio dire con ciò che sia stato lui a orchestrarli,
ma di certo ha saputo bene come sfruttarli. Diciamo che per lui è stata una fortunata
coincidenza. A cui ne sono seguite molte altre in questi anni: ogni elezione,
ogni importante votazione alla Duma è stata preceduta da attentati che hanno portato
l’opinione pubblica impaurita a stringersi attorno al suo capo.
L’hanno definita il Michael Moore russo: è d’accordo?
Beh, per certi versi è vero: le similitudini tra i nostri lavori ci sono. Ma
c’è anche un’enorme differenza: lui negli Stati Uniti è circondato e sostenuto
da un ambiente culturale e politico forte, quello dei democratici che si oppongono
alla guerra e alle politiche di Bush. Io, in Russia, sono praticamente solo, una
delle poche voci fuori da un coro in cui tutti cantano le lodi di Putin. Nella
Russia di oggi non esiste opposizione.
Quale futuro vede per una svolta democratica al Cremlino?
Nessun futuro, purtroppo, almeno a breve termine. Sono molto pessimista.
Enrico Piovesana