Anche l'Eln si allontana dal processo di pace con il governo intrapreso due anni fa
In Colombia, a combattere una guerra
interna da oltre 40 anni non ci sono soltanto le Forze armate
rivoluzionarie (Farc). Il paese è culla di un altro gruppo
guerrigliero storico che da sempre insegue il medesimo obiettivo dei
marxisti: rovesciare il potere costituito, in nome però
un'altra ideologia. Molto più vicino alla visione di Cuba e
alla Teologia della liberazione, tanto da essere fondata da un ex
prete, Camillo Torres, l'Esercito di liberazione nazionale nasce nel 1965 e oggi
conta fra i 2500 e i 3000 combattenti. Moltissimi gli
infiltrati nella vita politica e sociale colombiana. L'Eln, però,
da due anni (dicembre 2005) ha deciso che una pace negoziata sia
l'unica uscita al conflitto e sta tentando di raggiungere un accordo
con il governo Uribe. Che è sempre più difficile. È
di questi giorni la notizia che la probabilità di accordarsi
si fa più lontana.
Niente di fatto. Dopo molte riunioni in Messico, Cuba e
Venezuela, i dialoghi di pace stanno battendo la fiacca. In oltre due
anni di trattative, non solo non si è raggiunto un
compromesso, ma non è stato nemmeno concordato un
cessate-il-fuoco, né lo stop ai sequestri. Secondo la
Fondazione País Libre, l'Esercito di liberazione nazionale
detiene 299 persone, per liberare le quali chiede riscatti milionari.
Doppio gioco. Le parti in campo si rimbalzano la
responsabilità di un cammino proficuo verso una via d'uscita,
accusandosi a vicenda. Il governo accusa l'Eln di inquinare la
dimostrazione di buona volontà rapendo continuamente le
persone e non sminando i campi che aveva promesso di bonificare. La
guerriglia accusa il governo fare il doppio gioco: fingere
di voler dialogare come pretesto per schedare i suoi uomini ed
eliminarli militarmente.
Sempre le Farc. Nel novembre scorso, si era affacciato
alla tavola della concertazione Eln-Bogotá il presidente
venezuelano Hugo Chávez, promettendo interventi di mediazione
proficui. Poi, il caos legato alla liberazione unilaterale dei
sequestrati Farc lo ha distratto e allontanato dalla causa del
secondo gruppo guerrigliero colombiano. Da allora, il pantano è
tornato a salire.
A questo è seguita la decisione
repentina degli elenos di
strappare dal suo ruolo di portavoce Francisco Galán,
principale negoziatore, per punirlo della sua uscita non preventivata
di riunirsi con Uribe e dichiarare la sua rinuncia alla guerra. Il
Comando Centrale dell'Eln, giudicando molto male l'iniziativa
personale del suo uomo, lo ha tolto dal gioco, facendo franare un
lavoro di anni.
L'opinione. “Crediamo che il dialogo che Francisco Galán, dal carcere, ha costruito in 15
lunghi anni, non si possa
rimpiazzare facilmente. L'unico risultato può essere quello di
un isolamento maggiore dell'Eln”, ha precisato alla Bbc una
commissione di garanti che gestiscono la Casa di Pace, aperta a
Medellin, dove Galán trascorre parte della sua prigionia.
Della stessa idea il presidente Uribe: “Ci sono tre o quattro
persone dell'Eln che hanno ricevuto tutto l'appoggio del governo per
avanzare verso la pace e finora l'unica cosa che hanno fatto è
ingannarla pace, nonostante che gli ordini di cattura che pendevano
sulle loro teste siano stati sospesi”.
Sguardo a Caracas. Un processo in
profonda crisi, dunque, quello intavolato dall'Eln, e alcuni analisti
pensano che l'unica maniera per sbloccarlo è coinvolgere
nuovamente Chávez. “L'Eln era felice di Chávez e non
si muoverà se le relazioni tra Uribe e il presidente
venezuelano non si ricomporranno”, ha dichiarato a Bbc Mundo Jaime
Zuluaga, professore dell'Università nazionale di Colombia,
esperto del conflitto colombiano. Una soluzione lontana, viste le
relazioni diplomatiche fra Bogotá e Caracas, tutt'altro che
amichevoli.