Numero 22. Dal 1° marzo al 31 marzo 2008
“L'ultima cosa
che ricordo fu la sensazione di un boato tremendo, come una bomba.
Ricordo di aver mollato la ringhiera, mentre pioveva di tutto, sbarre
di ferro, vetri, lamiere, pezzi di legno, e quella sensazione di
volare nel buio per un tempo interminabile fino all’impatto con
l’acqua gelida...”. Era il 28 marzo 1997. Nel Canale d'Otranto, a
25 miglia dalla costa pugliese, la nave della marina militare
italiana Sibilla speronava e affondava la motovedetta albanese Kater
I Rades. Morirono 108 persone. I corpi recuperati furono 81. Il 19
marzo 2005 il Tribunale di Brindisi ha condannato in primo grado il
pilota della Kater, Namik Xhaferi, a quattro anni di carcere e
Laudadio Fabrizio, comandante della Sibilla, a tre anni. Ma dall’iter
processuale, sono via via scomparsi i nomi eccellenti, di quei
politici e quei generali che dettero l’ordine di respingere i
profughi albanesi. Fuggivano dalla guerra civile scoppiata in Albania
in seguito ad una gravissima crisi finanziaria. Sono passati undici
anni e in mare si continua a morire.

Le vittime censite
nel mese di marzo da Fortress Europe sono 26, ma i dispersi in mare
nello stesso periodo potrebbero essere decine e decine. Vittime di
almeno sei naufragi fantasma in Turchia, Algeria, Spagna e Sahara
occidentale, di cui il mare ha restituito soltanto alcuni corpi.
Ancora morti ammazzati invece sotto gli spari della polizia di
frontiera egiziana lungo il confine con Israele, lungo la penisola
del Sinai. Le tre vittime di marzo portano a dieci gli omicidi
commessi dall’inizio dell’anno. Eritrei, ivoriani, sudanesi. La
pressione è altissima, e da Tel Aviv, Olmert dà carta
bianca alla polvere da sparo, chiedendo al Cairo di “prevenire
nuove infiltrazioni” di quello che definisce uno “tsunami”,
ovviamente senza spendere una sola parola sul sangue versato.
All’elenco delle vittime andrebbero aggiunti anche i nomi di Rachid
Abdelsalam e Ahmad Mahmud El Sabah, morti nel centro di detenzione
per immigrati di Rotterdam, in Olanda, per omissione di cure. I nomi
degli almeno 128 somali morti annegati al largo dello Yemen invece
non li conoscerà mai nessuno. Le vittime dell’esodo somalo
sulle rotte del Golfo di Aden sono migliaia ogni anno. Troppe per
fare notizia in un giornalismo ammalato di assuefazione cronica.
Kamal ha 39 anni
ed è nato a Sidi Salem, una frazione di Annaba. Ha otto
tatuaggi. Sono otto punti di inchiostro blu sul dorso della prima
falange di indice, medio anulare e mignolo delle due mani callose.
Ogni coppia di punti ricorda un anno trascorso tra i parà
dell’esercito algerino. Lo incontro di fronte al museo
Sant’Eulalia. Cagliari. A pochi passi dalla moschea, dove ogni
venerdì un quadrato di uomini si piegano sui tappeti tra le
macchine parcheggiate e i passanti, in direzione della città
santa di Mecca. Kamal, un anno fa era a Tunisi. Ci viveva da cinque
anni. Lavorava come falegname. All’inizio del 2007 venne a sapere
dai giornali che per la prima volta alcuni algerini erano sbarcati in
Europa partendo da Annaba. Navigavano verso la Sardegna perchè
quel tratto di mare era poco pattugliato. Decise di tornare in
Algeria. Ma non per restare. A Sidi Salem conosceva tutti. Presto
trovò presto il contatto giusto. Partire costava 10.000 dinar,
circa mille euro. Del viaggio Kamal ricorda il mal di mare, la
fortissima nausea. Ricorda l’ansia delle ore trascorse a motore
spento, nella notte, mentre all’orizzonte sfilavano le luci di una
nave militare di pattugliamento. Poi, dopo un attimo di silenzio,
accenna a quei corpi a galla tra le onde, in alto mare. Una decina.
Ci passarono in mezzo. Algerini come lui. Annegati sulla stessa rotta
che l’ha portato a Carbonia. Oggi Kamal lavora in una falegnameria.
Gli danno 300 euro al mese. Di più non può chiedere,
non ha i documenti. E comunque non è male. In Algeria non
avrebbe guadagnato più di 100 euro. Per adesso l’affitto non
lo paga. Vive in una casa abbandonata. I soldi gli serviranno per
sposarsi. Un matrimonio non costa meno di 5.000 euro. Il padre?
Sapeva tutto. Quando gli ha detto che avrebbe bruciato le frontiere,
non gli ha detto niente. Le parole sono diventate inutili contro la
rabbia degli harragas.
La stessa rabbia
che trabocca insieme al dolore nelle canzoni in arabo dei rapper
algerini che raccontano le ragioni degli harragas, di chi brucia le
frontiere. “Vedono questo paese come un carcere – recita una
canzone -, come una tomba. Si dice: non c’è fortuna, non c’è
niente, solo odio”. Partono i poveri ma anche i diplomati e i
funzionari. Perchè “la speranza è lontana al di là
del mare”, ogni giorno qualcuno ci prova “soprattutto quando vede
i suoi amici d’estate che tornano dall’Europa. Erano qui senza
niente adesso tornano e stanno bene. L’Europa gli ha offerto il
lavoro, la casa e la macchina. E tu resti qui depresso e non puoi
fare niente. Ti raccontano della loro vita lì ... e ti deprimi
di più”. Il viaggio è pericoloso, i giornali
raccontano dei detenuti in Libia e in Tunisia, le vittime dall’inizio
del 2008 sono già 13, ma bisogna avere coraggio, dice un altro
pezzo: “La mia casa è lontana, la mia barca è
piccola. Pregate dio e non scordatevi di me. Io da solo in mezzo al
mare, perso e straniero, ho paura e ho freddo”. L’emigrazione è
anche al centro della famosa “Ya Lebhar” di Lofti Double Kanon,
con un video molto duro sui viaggi in mare, e di “Partir Loin” di
Reda Talieni.
Tentavano di raggiungere Ceuta a nuoto.
Uno di loro morì annegato. Era il 26 settembre 2007. Sei mesi
dopo, la verità inizia ad emergere. Quella notte una
motovedetta della Guardia Civil intercettò in mare tre uomini
e una donna che dalla costa marocchina nuotavano verso Ceuta. I tre
agenti li presero a bordo e li riportarono verso la costa marocchina.
Quindi li buttarono in acqua, bucando i salvagente che avevano con un
coltello, per assicurarsi che non potessero ritentare la traversata.
Laucling Sonko, classe 1979, senegalese, non sapeva nuotare. Ed è
morto sotto i loro occhi. Oggi è sepolto nel cimitero di Santa
Catalina, a Ceuta. La sorella e il cognato lo aspettavano a Vícar,
in provincia di Almería. Adesso chiedono giustizia. La
Comisión Española de Ayuda al Refugiado (Cear) ha
sporto denuncia. Il procuratore generale di Ceuta ha aperto
un’indagine. I tre agenti rischiano l’accusa di omicidio. Secondo
le testimonianze dei sopravvissuti infatti la vittima “cominciò
a chiedere aiuto dicendo che non sapeva nuotare”. Ma gli agenti in
tutta risposta “lo prendevano in giro e se la ridevano”. Quando
si accorsero che stava annegando era troppo tardi. Uno di loro si
tuffò in mare per salvarlo. Tentarono di rianimarlo, ma ormai
non c’era più niente da fare.
Robert Dziekanski. Qualcuno ricorderà
questo nome. Era il 14 ottobre 2007 e questo cittadino polacco di 40
anni veniva ammazzato all’aeroporto di Vancouver da una scarica
elettrica sparata dai taser in dotazione degli agenti di sicurezza.
Il video ha fatto il giro del mondo. E per qualche giorno si è
tornati a parlare dei rischi del taser. Una pistola elettrica in
dotazione alle forze di polizia nordamericane, capace di scaricare
fino a 50.000 volt a distanza di oltre dieci metri. Un’arma che
secondo un rapporto di Amnesty ha già causato 16 morti in
Canada e addirittura 280 negli Usa, dal 2001 ad oggi. Dati di cui non
ha tenuto conto il parlamento svizzero, che il 18 marzo 2008 ha
approvato l’utilizzo del taser nelle deportazioni degli immigrati.
Per le espulsioni la Spagna di Zapatero preferisce invece le camicie
di forza. Tutto questo avviene nell’Europa che ormai ha
normalizzato la detenzione amministrativa degli stranieri e gli abusi
a cui sono sottoposti. I due morti nei centri di detenzione olandesi
del mese scorso sono soltanto l’ultimo episodio di una serie
vergognosa di abusi, in parte raccolti da un recente rapporto della
"Commissione per le libertà civili e la giustizia"
del Parlamento Europeo che condanna anche i centri di permanenza
temporanea dell’Italia: "cibo scadente", "gabbie e
sbarre opprimenti", "mancanza d'igiene", "carenza
d'assistenza medica e legale". Una bocciatura che arriva dopo
quelle di Medici senza frontiere, Amnesty, Commissione De Mistura, e
Comitato per la prevenzione della Tortura. Come i rapporti che
l’hanno preceduto, probabilmente rimarrà inascoltato. Anche
perchè l’Unione europea sui diritti dei sans papiers ha poco
da insegnare a meno di un mese dall’approvazione di quella che
passerà alla storia come direttiva della vergogna. Il
parlamento europeo dovrà votarla nel maggio 2008. Armonizzerà
le procedure di detenzione ed espulsione degli stranieri negli Stati
membri, in chiave repressiva: 18 mesi di detenzione amministrativa
per i migranti irregolari, e divieto di reingresso per 5 anni. Gli
europarlamentari hanno una responsabilità storica nel bloccare
questa proposta. Per fare pressione è possibile firmare una
petizione on line sul sito di
Fortresse Europe.
Gabriele Del Grande