09/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La popolazione stremata dalla fame si ribella al continuo aumento dei prezzi di riso, farina e olio.
Tensione alle stelle e pericolo ribellione popolare. Haiti è ancora oggi una polveriera.
 
Perquisizione dei caschi blu. (foto A.Grandi/PeaceReporter)Les Cayes, zona meridionale del Paese è da sempre la più tranquilla dal punto di vista della sicurezza sociale. I caschi blu delle nazioni unite, minacciati e attaccati dalla folla inferocita, hanno aperto il fuoco e hanno ucciso quattro persone. Nella capitale migliaia di manifestanti in arrivo dalle bidonville di Martissant, Citè Soleil, Citè de Dieu, ma anche dai quartieri di Bel Air e Delmas, hanno tentato di assaltare il palazzo presidenziale. Negozi e uffici sono stati saccheggiati e incendiati. La polizia ha potuto fare ben poco davanti a tanta rabbia. Per disperdere i manifestanti che stavano minacciosamente raggiungendo l'edificio che ospita la sede del ministero del Commercio i soldati della Minustah, la missione di stabilizzazione Onu, hanno sparato colpi di gomma e lanciato decine di gas lacrimogeni. Sale la tensione a Haiti. Dalla capitale Port au Pince e dalle città in provincia si leva alto il grido di protesta della popolazione stremata dalla fame e dalla povertà. In pochi giorni i prezzi di farina, olio e riso sono saliti alle stelle. La popolazione più povera dell’intero continente americano è a rischio collasso.
Le manifestazioni della settimana scorsa contro il carovita sembrano essere servite solo a creare confusione dove confusione già c'era. E questa volta la questione non sembra essere totalmente legata alla politica
 
Il pericoloso quartiere di Martissant (foto A.Grandi/PeaceReporter)La situazione. Era da molto tempo che la situazione non precipitava in questo modo. E per le strade fra i manifestanti sono ricomparse armi leggere. “Abbiamo fame. Fuori gli stranieri. Via i caschi blu”. Questi gli slogan più gettonati dai dimostranti, raccolti per PeaceReporter dal nostro collaboratore Francesco Fantoli, che nonostante sia un noto cronista televisivo, non è stato risparmiato dalla rabbia popolare che gli ha distrutto la macchina a sassate. “Mi hanno fermato nei pressi del mio studio, hanno circondato l’auto su cui viaggiavo e hanno iniziato a distruggerla a colpi di pietre. Ho avuto paura. Era molto tempo che non vedevo una situazione simile”.
 “Dateci lavoro e dateci riso” gridavano per le strade delle città haitiane i dimostranti che, per la prima volta come ricorda Fantoli “hanno inneggiato contro l’attuale presidente Renè Preval”. E il rischio è che si torni a vivere una situazione sociale come quella dell’immediato dopo-Aristide che causò violenze infinite, morti e disperazione.
In queste ultimissime ore nell’isola la situazione è di apparente calma. “Tutti aspettano il discorso di Preval che probabilmente annuncerà un avvicendamento del primo ministro Alexis (l’attuale primo ministro) dovrebbe essere avvicendato.
 
Pattugliamento Onu a Martissant, uno delle bidonville più povere e pericolose della capitale (foto A.Grandi/PeaceReporter)Le colpe. “I cittadini haitiani non ce la fanno più – dice Fantoli dall’isola -  sono già stremati e gli ultimi aumenti non hanno fatto altro che impoverirli ulteriormente”. “Inoltre” spiega il giornalista “la popolazione vuole che ritorni Aristide e danno la colpa della sua fuga ( o cacciata dipende da che punto si guarda la situazione) ai giornalisti”. Probabilmente, però, sotto a tutte queste manifestazioni c’è dell’altro. “Molti osservatori segnalano l’interesse politico di alcuni settori mafiosi che beneficiano dell’instabilità per operare con maggior libertà. L’assoluta mancanza di posti di lavoro (circa 80 percento di disoccupati) l’aumento brusco del costo della vita e l’assenza di infrastrutture  e di sostegno statale sono elementi tali da poter provocare una rivolta in qualsiasi momento”. Insomma la situazione che fino a qualche mese fa sembrava andare per il meglio adesso è nuovamente precipitata. Haiti è un fiammifero pronto a accendersi in qualsiasi momento.

Alessandro Grandi

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