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Les Cayes, zona meridionale del Paese è da sempre la più tranquilla dal punto
di vista della sicurezza sociale. I caschi blu delle nazioni unite, minacciati
e attaccati dalla folla inferocita, hanno aperto il fuoco e hanno ucciso quattro
persone. Nella capitale migliaia di manifestanti in arrivo dalle bidonville di
Martissant, Citè Soleil, Citè de Dieu, ma anche dai quartieri di Bel Air e Delmas,
hanno tentato di assaltare il palazzo presidenziale. Negozi e uffici sono stati
saccheggiati e incendiati. La polizia ha potuto fare ben poco davanti a tanta
rabbia. Per disperdere i manifestanti che stavano minacciosamente raggiungendo
l'edificio che ospita la sede del ministero del Commercio i soldati della Minustah,
la missione di stabilizzazione Onu, hanno sparato colpi di gomma e lanciato decine
di gas lacrimogeni. Sale la tensione a Haiti. Dalla capitale Port au Pince e dalle
città in provincia si leva alto il grido di protesta della popolazione stremata
dalla fame e dalla povertà. In pochi giorni i prezzi di farina, olio e riso sono
saliti alle stelle. La popolazione più povera dell’intero continente americano
è a rischio collasso.
La situazione. Era da molto tempo che la situazione non precipitava in questo modo. E per le
strade fra i manifestanti sono ricomparse armi leggere. “Abbiamo fame. Fuori gli
stranieri. Via i caschi blu”. Questi gli slogan più gettonati dai dimostranti,
raccolti per PeaceReporter dal nostro collaboratore Francesco Fantoli, che nonostante
sia un noto cronista televisivo, non è stato risparmiato dalla rabbia popolare
che gli ha distrutto la macchina a sassate. “Mi hanno fermato nei pressi del mio
studio, hanno circondato l’auto su cui viaggiavo e hanno iniziato a distruggerla
a colpi di pietre. Ho avuto paura. Era molto tempo che non vedevo una situazione
simile”.
Le colpe. “I cittadini haitiani non ce la fanno più – dice Fantoli dall’isola - sono
già stremati e gli ultimi aumenti non hanno fatto altro che impoverirli ulteriormente”.
“Inoltre” spiega il giornalista “la popolazione vuole che ritorni Aristide e danno
la colpa della sua fuga ( o cacciata dipende da che punto si guarda la situazione)
ai giornalisti”. Probabilmente, però, sotto a tutte queste manifestazioni c’è
dell’altro. “Molti osservatori segnalano l’interesse politico di alcuni settori
mafiosi che beneficiano dell’instabilità per operare con maggior libertà. L’assoluta
mancanza di posti di lavoro (circa 80 percento di disoccupati) l’aumento brusco
del costo della vita e l’assenza di infrastrutture e di sostegno statale sono
elementi tali da poter provocare una rivolta in qualsiasi momento”. Insomma la
situazione che fino a qualche mese fa sembrava andare per il meglio adesso è nuovamente
precipitata. Haiti è un fiammifero pronto a accendersi in qualsiasi momento.Alessandro Grandi