Tra gli indios dei Caraibi, quella dei barí* è nota come una popolazione di fieri
combattenti. Con tenacia si sono sempre opposti ad ogni imposizione esterna: hanno
resistito con archi e frecce ai conquistadores spagnoli, orgogliosamente difeso
la propria identità e le proprie tradizioni di fronte all’avanzata europea e cristiana,
ma nulla hanno potuto nulla contro i petroleros. Dal loro arrivo, nei primi anni
del secolo scorso, i barí sono stati decimati e cacciati dalle proprie terre,
perchè ricche di giacimenti petroliferi e carbone. Quello dei barí è stato però uno sterminio, se possibile ancora più efferato, perché a causa
della loro belligeranza e indomabilità sono stati considerati per molto tempo
come selvaggi violenti. Con la conseguenza che il massacro perpetuato ai loro
danni è stato ulteriormente esasperato e giustificato: ancora negli anni ’60, uccidere
un barí non era considerato un grave reato.
Ingerenze. La questione si complica ancora di più oggi, perchè “il popolo barí è stanziato
nella punta Ovest del Paese, vicinissimo al confine con la Colombia”, spiega il
Professor Ronny Velásquez, antropologo dell’Universidad Central de Venezuela (UCV),
che da anni si occupa della questione degli indigeni. “In questa area gli indios
sono sottoposti a pressioni esterne ancora più intense, ed il controllo dei territori
che sono appartenuti loro per secoli, prescinde dalla loro volontà”. Velásquez
si riferisce alle ingerenze delle compagnie petrolifere e di quelle per l’estrazione
del carbone, ma anche dei ribelli colombiani, che oltrepassano il confine con
il Venezuela e si stanziano nei territori boscosi e sulle montagne lungo la Sierra
de Perijá. “Si tratta soprattutto di guerriglieri delle Farc - spiega il professore
- che potrebbero attirare nella zona anche rappresaglie ed incursioni delle autorità
governative colombiane. Ci sono poi, ovviamente, gli statunitensi", prosegue Velásquez,
"tutti sappiamo cosa fanno gli Stati Uniti in America Latina". Il tutto concorre
ad esasperare una situazione che si protrae da decenni.
Rivoluzione di ampio respiro. Per la prima volta il governo sta cercando di cambiare le cose in modo concreto
e radicale. In riferimento ai provvedimenti del presidente Chávez per aiutare
gli indigeni venezuelani, il professor Velásquez precisa: “Parlare di riforme agrarie è riduttivo e incompleto. Iniziative più
o meno di facciata, note con il termine “riforme”, sono state attuate dai numerosi
governi della Quarta Repubblica, precedenti all’insediamento di Hugo Chávez. Il
presidente ha fatto molto di più: nell’ambito della nuova Costituzione del 1999,
agli indigeni sono stati riconosciuti diritti inalienabili, base indispensabile
per lo sviluppo equilibrato delle etnie presenti nel Paese, in tutti gli aspetti
della vita pubblica. "La riforma agraria, la redistribuzione della terra, definita
con la Ley de la Tierra del 2001, è solo una parte - precisa Velásquez - di questa
rivoluzione di ampio respiro. D’altronde su 26 milioni di abitanti, un milione
è rappresentato dalla popolazione indigena: una minoranza, ma consistente, che
finalmente ha la possibilità di ottenere il peso che merita nella formulazione
dell’identità sociale, culturale e politica del Venezuela".
Offerte inaccettabili. Tutti d’accordo sulle buone intenzioni del leader bolivariano dunque, indigeni
compresi. Meno accordo sembra esserci sulle modalità pratiche della redistribuzione
delle terre; il che, per i meno ingenui, potrebbe tradire mancanze di contenuto.
In particolare, in riferimento alla vicenda delle comunità barí di Kumanda e Karañakaek,
che a differenza delle altre nella Sierra de Perijá, non hanno accettato le delimitazioni alla propria terra proposte dal governo.
Questi terreni sono chiaramente insufficienti e inadeguate a garantire il sostentamento
della popolazione delle pur modeste comunità. Ma il professor Velásquez taglia
corto su questo: “Ci sarà sempre qualcuno che si opporrà o non condividerà le
modalità di attuazione di un progetto di cambiamento, soprattutto se pensato in
grande”.