No agli aiuti per ragioni politiche. Parlano un missionario e un esperto

L’India meridionale - dopo l’Indonesia e lo Sri Lanka - è una delle zone più
colpite dallo tsunami. L’onda anomala ha causato vittime e distruzione soprattutto
nei piccoli villaggi costieri del Tamil Nadu, popolati per lo più da pescatori.
Le palafitte in legno e le capanne di foglie di cocco non hanno resistito alla
violentissima marea del 26 dicembre, che ha portato via quasi 9mila persone e
lasciato senza casa altre 140mila. A 1.200 chilometri dalle coste, l’oceano ha
completamente sommerso le piccole isole indiane delle Andamane e delle Nicobare.
Qui i morti accertati sono circa 1.900 e moltissimi i dispersi, almeno 5.500.
“Al momento la situazione è sotto controllo”, dichiara il missionario salesiano
James Theophilus, che vive a Thiruchy nello stato del Tamil Nadu. “Molte persone
stanno ripulendo le aree inondate e costruendo dimore temporanee. Lunedì scorso
hanno riaperto alcune scuole. Per fortuna stanno arrivando i generi alimentari
fondamentali, riso e acqua potabile. Restano però grandissimi problemi. Gli aiuti
del governo sono in ritardo. Le autorità rifiutano i soccorsi internazionali perché
dicono di poter far fronte da sole alla tragedia, ma non è vero. Intanto le persone
restano in miseria e i politici – in gran parte corrotti – rubano i soldi destinati
all’emergenza”.
Il racconto del missionario. Padre Theophilus ha visitato due dei villaggi più colpiti. “A Manakubi – continua
l’uomo - sono morte 50 persone e i 3mila abitanti sono tutti sfollati. A Vallavilai
non ci sono state vittime, ma almeno mille persone sono senza un tetto e altre
8mila senza impiego. I pescatori di questa zona hanno perso le barche e le reti.
Da quindici giorni non lavorano e non hanno entrate. Inoltre sono scioccati. Non
vogliono più entrare in acqua. Solo alcuni uomini, cinque o dieci per ogni villaggio,
hanno ricominciato a pescare con le imbarcazioni che non sono andate distrutte”.
Almeno 600 salesiani sono presenti nei Paesi sconvolti dallo tsunami. Lo rende
noto il
Volontariato internazionale per lo sviluppo che sta raccogliendo fondi per la costruzione di orfanotrofi e per le adozioni
a distanza. Nel Tamil Nadu i missionari stanno dando ospitalità a 10mila scampati.
“A Manakubi e Vallavilai – dichiara padre Theophilus - formeremo dei gruppi per
spiegare alle persone che cos’è accaduto e per aiutarle a esprimersi sulla tragedia.
Cercheremo di rassicurarli, dicendo loro che l’onda anomala non tornerà prima
di molti anni e anche accompagnandoli in mare”. In questi villaggi non ci sono
medici e il primo ospedale è ad almeno venti chilometri di distanza.
Motivi geopolitici. L’indologo Marco Restelli spiega perché
Nuova Delhi ha deciso di non accettare la solidarietà internazionale:
“In passato l’India accoglieva di buon grado gli aiuti stranieri. Oggi
invece ha detto ‘no’ per un motivo geopolitico: si sta proponendo come
grande potenza e non vuole dare l’immagine di un Paese in ginocchio. E’
infatti in corsa per ottenere un seggio all’Onu e punta ad avere una partnership
sempre più forte con la Cina. Negli ultimi quindici anni, in effetti,
l’India ha registrato un grande sviluppo economico, ma solo il 10 per
cento della popolazione ha un tenore di vita ‘europeo’, mentre un altro
50 per cento è povero. Tuttavia il Paese presenta un’accresciuta
capacità di far fronte alle crisi”.

Arcipelago strategico. C’è poi un’altro triste dato. “Il governo indiano vieta l’accesso degli operatori
umanitari nelle isole Andamane e Nicobare, anche se sono state inondate dallo
tsunami e addirittura divise a metà dal terremoto. Qui infatti si trovano basi
militari e centri di spionaggio che devono rimanere isolati. Inoltre l’arcipelago
è difficile da raggiungere. Gli aeroporti sono ancora impraticabili e gli elicotteri
non hanno carburante a sufficienza per percorrere una tale distanza. Si è deciso
dunque di portare aiuto via nave, il mezzo più lento.” Le isole hanno una collocazione
strategica: da qui l’India può controllare i movimenti marittimi nel golfo del
Bengala e verso lo Stretto di Malacca. Anche padre Theophilus ha notizie preoccupanti
da queste isole remote: “Un amico missionario mi ha detto che sono arrivati molti
aiuti dal governo, ma la situazione è tragica. Le Nicobare – dove è stato registrato
il maggior numero di vittime – sono andate distrutte e le Andamane totalmente
devastate. Nessuno può dire con certezza quanti siano i morti e i dispersi”.