scritto per noi da
Michaela De Marco
"Ad al-Azhar (massima istituzione
religiosa egiziana ndr), alla sua università e ai suoi
professori, che sono contro tutti quelli che non la pensano come
loro, io dico: siete destinati alla spazzatura della storia, e il
vostro regno tramonterà inesorabilmente come tutti gli altri",
ha scritto Abd Al-Karim Sulaiman (22 anni) nel suo blog, durante le
elezioni presidenziali in Egitto del 2005.

Questo sfogo gli è costato
quattro anni di galera. Sulaiman ha inoltre definito il profeta
Muhammad e i suoi compagni "terroristi", e comparato
Mubarak ai brutali faraoni dell'antico Egitto. Durante il processo,
non ha negato ciò che ha scritto nel blog, sostenendo che
quelle parole rappresentano una sintesi della sua visione dell'Egitto
di oggi. Oggi, nella 'blog-sphera', Sulaiman è diventato il
simbolo della lotta per la libertà d'espressione.
Le prede più facili, e per
questo le prime vittime della morsa governativa, sono per l'appunto i
blogger. In Egitto ce ne sono diverse centinaia, in arabo e in
inglese e, soprattutto, molti dei quali di contenuto politico e
critici verso il governo di Mubarak. Qualcuno l'ha definita la
"Rivoluzione Francese nell'era di internet". Certo è
che l'immediatezza, l'enorme disponibilità, e le garanzie
d'anonimato, hanno fatto di internet lo spazio all'interno del quale
i giovani si sentono liberi di esprimersi, discutere, confrontarsi,
sfogarsi ed eventualmente organizzarsi.
Un esempio è Manalaa.net,
uno dei blog egiziani più famosi, in prima linea nella
battaglia per la libertà d'espressione. Il suo creatore, Omar
Al-Sharqawy, è stato, anche lui, arrestato.
Tra il 2004 e il 2008 molti blogger
sono stati condannati, e assieme a loro anche molti attivisti. I
rapporti stilati da diverse organizzazioni per i diritti umani (Eohr,
Amnesty International, ecc...) hanno denunciato la censura,
giustificata dalla necessità di "salvaguardare la
sicurezza dello Stato", e condannato gli arresti e le violenze
psicologiche, fisiche e sessuali, subite dai detenuti.

Un altro caso noto è stato
quello di Abdul Moneim-Mahmud, che ha scontato due mesi di prigione,
con l'accusa di appartenere ai Fratelli Musulmani, organizzazione
islamista illegale. In realtà la sua detenzione ha a che fare
con la pubblicazione on-line di foto che ritraggono terribili scene
di tortura praticate dalla polizia egiziana.
"Nella maggior parte dei casi, i
blogger sono semplici studenti. Per loro il carcere egiziano è,
senza dubbio, più duro di quello che subiscono i giornalisti
più famosi, se non altro perchè i personaggi noti hanno
generalmente più soldi e maggiori contatti ai vertici...",
sostiene un giornalista egiziano. Un attivista che si batte per il
rispetto dei diritti umani al Cairo ammette: "per i blogger la
vita in cella è più dura. Non c'è assistenza
medica, sono costretti a mangiare lo 'pseudocibo' che passano i
secondini, ecc... quando io sono stato dentro, grazie alle conoscenze
di cui godevo, a mia moglie è stato concesso di portarmi da
mangiare. Questo non è poco".
"Io non ho paura... se continuiamo
ad aver paura non avremo mai la nostra libertà!" esclama
Muhammad, un giornalista del nuovo quotidiano egiziano al-Badil,
mentre gli chiedo di non menzionare così ad alta voce, di
fronte ad un posto di blocco, nomi di noti attivisti politici contro
l'attuale governo. "Ormai conoscono il mio nome, la mia faccia,
sono stato pure messo dentro due volte... un esperienza terribile! La
prima volta mi hanno trattenuto per cinque giorni, la seconda per
cinque ore. Mi hanno bombardato di domande, e quando mi rifiutavo di
rispondere mi picchiavano", e aggiunge con un pizzico d'orgoglio
"mai fatto un nome, non ho mai tradito la resistenza a questo
regime!".

Muhammad, come molti suoi colleghi, non
è solo un giornalista, è anche un attivista politico
all'interno del movimento
Kifaya. Partecipa a tutte le
manifestazioni, a tutti i suoi incontri... è molto critico nei
confronti del movimento ma "non per questo smetto di lavorarci.
Dipende anche da me la crescita e la maturazione di questo gruppo
politico, che oggi è la nostra unica speranza di cambiamento.
Io non credo che i Fratelli Musulmani, molto più attivi e ben
organizzati di
Kifaya, per quanto critici nei confronti della
dittatura di Mubarak, possano apportare un concreto miglioramento, né
credo rappresentino una valida alternativa all'attuale regime".
"In realtà in Egitto c'è
una discreta libertà di stampa. E' vero, molti quotidiani
restano chiusi, molti giornalisti vengono messi dentro, ma quasi
tutti i giorni vengono comunque pubblicati articoli pesantemente
critici nei confronti dell'attuale governo" dichiara Muhammad
El-Sayed, giornalista del settimanale al-Ahram Weekly e
redattore del nuovo quotidiano Al-Badil, e conclude: "Parlare,
nonostante le difficoltà oggettive, si può parlare. Il
problema è fare".
"Qui in Egitto abbiamo giornalisti
validi, che non hanno paura, che ne hanno passate di notti in
questura, ma non intendono fermarsi. Non possono negarci il diritto
di parlare!" esclama un giovane giornalista e attivista
egiziano, e aggiunge: "Tu mi dirai: 'sono solo parole, non
fatti'. Ma prova ad immaginare se non ci fossero nemmeno quelle...
diffondendo uno spirito critico tra la gente, col tempo, io spero
solo che queste parole possano tradursi in fatti".