09/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il mestiere di giornalista in Egitto è sempre più difficile
 
 
scritto per noi da
Michaela De Marco
 
"Ad al-Azhar (massima istituzione religiosa egiziana ndr), alla sua università e ai suoi professori, che sono contro tutti quelli che non la pensano come loro, io dico: siete destinati alla spazzatura della storia, e il vostro regno tramonterà inesorabilmente come tutti gli altri", ha scritto Abd Al-Karim Sulaiman (22 anni) nel suo blog, durante le elezioni presidenziali in Egitto del 2005.

Questo sfogo gli è costato quattro anni di galera. Sulaiman ha inoltre definito il profeta Muhammad e i suoi compagni "terroristi", e comparato Mubarak ai brutali faraoni dell'antico Egitto. Durante il processo, non ha negato ciò che ha scritto nel blog, sostenendo che quelle parole rappresentano una sintesi della sua visione dell'Egitto di oggi. Oggi, nella 'blog-sphera', Sulaiman è diventato il simbolo della lotta per la libertà d'espressione.
Le prede più facili, e per questo le prime vittime della morsa governativa, sono per l'appunto i blogger. In Egitto ce ne sono diverse centinaia, in arabo e in inglese e, soprattutto, molti dei quali di contenuto politico e critici verso il governo di Mubarak. Qualcuno l'ha definita la "Rivoluzione Francese nell'era di internet". Certo è che l'immediatezza, l'enorme disponibilità, e le garanzie d'anonimato, hanno fatto di internet lo spazio all'interno del quale i giovani si sentono liberi di esprimersi, discutere, confrontarsi, sfogarsi ed eventualmente organizzarsi.
Un esempio è Manalaa.net, uno dei blog egiziani più famosi, in prima linea nella battaglia per la libertà d'espressione. Il suo creatore, Omar Al-Sharqawy, è stato, anche lui, arrestato.
Tra il 2004 e il 2008 molti blogger sono stati condannati, e assieme a loro anche molti attivisti. I rapporti stilati da diverse organizzazioni per i diritti umani (Eohr, Amnesty International, ecc...) hanno denunciato la censura, giustificata dalla necessità di "salvaguardare la sicurezza dello Stato", e condannato gli arresti e le violenze psicologiche, fisiche e sessuali, subite dai detenuti.

Un altro caso noto è stato quello di Abdul Moneim-Mahmud, che ha scontato due mesi di prigione, con l'accusa di appartenere ai Fratelli Musulmani, organizzazione islamista illegale. In realtà la sua detenzione ha a che fare con la pubblicazione on-line di foto che ritraggono terribili scene di tortura praticate dalla polizia egiziana.
"Nella maggior parte dei casi, i blogger sono semplici studenti. Per loro il carcere egiziano è, senza dubbio, più duro di quello che subiscono i giornalisti più famosi, se non altro perchè i personaggi noti hanno generalmente più soldi e maggiori contatti ai vertici...", sostiene un giornalista egiziano. Un attivista che si batte per il rispetto dei diritti umani al Cairo ammette: "per i blogger la vita in cella è più dura. Non c'è assistenza medica, sono costretti a mangiare lo 'pseudocibo' che passano i secondini, ecc... quando io sono stato dentro, grazie alle conoscenze di cui godevo, a mia moglie è stato concesso di portarmi da mangiare. Questo non è poco".
"Io non ho paura... se continuiamo ad aver paura non avremo mai la nostra libertà!" esclama Muhammad, un giornalista del nuovo quotidiano egiziano al-Badil, mentre gli chiedo di non menzionare così ad alta voce, di fronte ad un posto di blocco, nomi di noti attivisti politici contro l'attuale governo. "Ormai conoscono il mio nome, la mia faccia, sono stato pure messo dentro due volte... un esperienza terribile! La prima volta mi hanno trattenuto per cinque giorni, la seconda per cinque ore. Mi hanno bombardato di domande, e quando mi rifiutavo di rispondere mi picchiavano", e aggiunge con un pizzico d'orgoglio "mai fatto un nome, non ho mai tradito la resistenza a questo regime!".
 
Muhammad, come molti suoi colleghi, non è solo un giornalista, è anche un attivista politico all'interno del movimento Kifaya. Partecipa a tutte le manifestazioni, a tutti i suoi incontri... è molto critico nei confronti del movimento ma "non per questo smetto di lavorarci. Dipende anche da me la crescita e la maturazione di questo gruppo politico, che oggi è la nostra unica speranza di cambiamento. Io non credo che i Fratelli Musulmani, molto più attivi e ben organizzati di Kifaya, per quanto critici nei confronti della dittatura di Mubarak, possano apportare un concreto miglioramento, né credo rappresentino una valida alternativa all'attuale regime".
"In realtà in Egitto c'è una discreta libertà di stampa. E' vero, molti quotidiani restano chiusi, molti giornalisti vengono messi dentro, ma quasi tutti i giorni vengono comunque pubblicati articoli pesantemente critici nei confronti dell'attuale governo" dichiara Muhammad El-Sayed, giornalista del settimanale al-Ahram Weekly e redattore del nuovo quotidiano Al-Badil, e conclude: "Parlare, nonostante le difficoltà oggettive, si può parlare. Il problema è fare".
"Qui in Egitto abbiamo giornalisti validi, che non hanno paura, che ne hanno passate di notti in questura, ma non intendono fermarsi. Non possono negarci il diritto di parlare!" esclama un giovane giornalista e attivista egiziano, e aggiunge: "Tu mi dirai: 'sono solo parole, non fatti'. Ma prova ad immaginare se non ci fossero nemmeno quelle... diffondendo uno spirito critico tra la gente, col tempo, io spero solo che queste parole possano tradursi in fatti".
Categoria: Diritti, Politica, Media
Luogo: Egitto
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