scritto per noi da
Michaela De Marco
La Corte Penale di Bulaq (quartiere centrale del Cairo) ha emesso, in questi
giorni, la sua sentenza: sei mesi di detenzione, più una multa di 20 mila pound (circa 2,600 dollari) a Ibrahim Issa, giornalista e redattore del quotidiano
egiziano indipendente al-Dustur, inaugurato e chiuso dalle autorità poco dopo nel 1995 e infine "risorto" nel
2005.

Issa è stato accusato dall'Alto Procuratore della Sicurezza dello Stato, nel
settembre del 2007, per aver diffuso a livello nazionale e internazionale "false
informazioni" che hanno causato "disturbo alla sicurezza generale" e messo in
"allarme il pubblico interesse".
Issa aveva pubblicato, nell'agosto del 2006, un articolo sulle gravi condizioni
di salute del presidente egiziano Muhammad Hosni Mubarak e, un anno dopo, storie
similari hanno continuato a circolare su internet e mediante sms. Durante il processo,
sia il presidente della Banca Centrale d'Egitto, sia quello dell'Alexandria Stock
Excange, con i loro esperti d'economia, hanno dichiarato che i pettegolezzi seminati
da Issa hanno contribuito a creare un atmosfera di panico e indotto gli "investitori
stranieri a ritirare 350 milioni di dollari dal mercato azionario egiziano". Si
sono dunque appellati all'articolo 188 del Codice Penale egiziano, che prevede
la detenzione per chi diffonde notizie fallaci provocando reazioni negative con
cattive ripercussioni sullo Stato.
La Federazione Internazionale per i Diritti Umani (Fidh) e l'Organizzazione per
i Diritti Umani Egiziana (Eohr) hanno condannato la sentenza e l'uso da parte
del governo dello strumento giudiziario per violare la libertà di stampa: solo
nel 2007 ben undici giornalisti sono stati sbattuti in cella, cinque dei quali
redattori di quotidiani indipendenti.

Howaida Taha, giornalista egiziana dell'emittente
al-Jazeera, è stata condannata a sei mesi di reclusione, e al pagamento di una multa pari
a 20mila
pound egiziani, per "aver diffuso informazioni false sulla situazione interna, che
hanno minato la dignità del Paese". A gennaio, Taha ha prodotto un documentario,
Waraa al-Shams (Dietro il Sole), sulla torture fisiche e psicologiche praticate quotidianamente
nelle questure egiziane, trasmesso in due puntate da
al-Jazeera.
La Corte ha inoltre accusato Howaida di aver riportato scene "contrarie alla
realtà dei fatti".
La documentarista è stata fermata all'aeroporto del Cairo il 13 gennaio del 2007
e le sono stati sequestrati i cinquanta video girati in Egitto. L'Alto Procuratore
della Sicurezza Statale ha dichiarato che le videocassette sequestrate riproducono
scene di tortura ricostruite in studio da attori pagati.
Howaida, che per girare le scene aveva ottenuto il permesso da parte del Ministero
degli Interni egiziano, è stata poi rilasciata su cauzione ed è ritornata a Doha
per preparare il documentario. Ma nel febbraio di quest'anno le è giunto il mandato
d'arresto.
"Questo è un verdetto ingiusto e vendicativo!", ha dichiarato la giornalista
dopo aver ascoltato da Doha il verdetto del tribunale, e ha concluso: "Nel mio
paese, purtroppo, i tribunali non sono indipendenti".
Dopo l'annuncio di reclusione, Hussein Abdel-Ghani, responsabile dell'emittente
di al-Jazeera al Cairo, ha espresso il suo rammarico di fronte all'erosa libertà di espressione
in Egitto: "I limiti imposti alla libertà d'espressione nel mio paese mi turbano.
Scrittori, giornalisti, e blogger stanno affrontando un periodo di crisi", e ha
aggiunto: "I casi di torture riportati nel documentario di Taha non sono solo
documentati nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, ma anche in
quelli dell'Alto Consiglio per i Diritti Umani d'affiliazione governativa. Chi
sostiene che le scene di tortura del documentario minano l'immagine dello stato,
farebbe meglio ad usare le proprie energie per porre fine a queste pratiche. E'
un dato di fatto che è la tortura ad ossidare l'immagine del paese, e non un documento
che la denuncia".

Nel mirino del governo, ormai da anni, il dottor Abd al-Hailm al Qandil, attivista
del movimento d'opposizone
Kifaya, giornalista, editore del settimanale
al-Arabi e ex-direttore del quotidiano
al-Karama, nonché autore di
Did ar-Rais (Contro il Presidente), una raccolta di articoli contro il presidente Mubarak,
edita dalla casa editrice indipendente
Merit (l'unica in Egitto che pubblica romanzi, poesie e saggi contro l'attuale regime).
Qandil, nel 2004, era stato rapito dalla polizia, portato nel deserto, picchiato
e lasciato lì, senza vestiti, per un'intera notte. Nell'agosto del 2007 s'è dimesso
dalla redazione del Karama. Si mormora che una telefonata da parte di uno del governo sia giunta ad as-Sibahi, responsabile del quotidiano: "Se Qandil non se ne va, il giornale chiude".
Qandil ha dato le dimissioni qualche giorno dopo. "Chiudere il giornale sarebbe
stato peggio. Anche se sono preoccupato, perché adesso tutti gli articoli pubblicati
dovranno 'adeguare i toni'... e probabilmente il giornale perderà la sua 'vena
eversiva'... ne approfitto per dedicarmi completamente alla riorganizzazione del
movimento Kifaya", ha commentato l'ex direttore. Nel settembre scorso, Qandil è stato uno dei
giornalisti accusati di aver "trasmesso informazioni false minando così la reputazione
del Paese". Ed è stato condannato assieme al già citato Ibrahim Issa, ad Adel
Hammuda, del settimanale al-Fagr e a Wael al-Abrashi, del giornale indipendente Sawt al-Umma.

Molti altri casi potrebbero essere citati. Si ha tuttavia l'impressione che la
censura, se da una parte intimidisce, dall'altra accenda gli animi. Alcuni giovani
egiziani hanno iniziato a pubblicare pezzi fortemente critici nei confronti dell'attuale
governo. La crisi economica e la sistematica violazione dei diritti umani nel
paese, denunciata quotidianamente da diverse organizzazioni, offrono a questi
giovani giornalisti numerosi spunti per i loro articoli.
Tuttavia oggi, tra i giovani egiziani, l'interesse per la politica è ancora molto
limitato. La maggior parte di loro ha "altri interessi". In realtà molti hanno
paura. Questi 'guerrieri della carta stampata' (come qualcuno li ha definiti)
sono ancora una piccola minoranza, ma rappresentano le speranze di tutti quelli
che oggi, in Egitto, sognano un paese libero dal monopolio politico di un governo,
sostenuto dall'Occidente, e in carica da ormai ventisette anni.