08/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Il mestiere di giornalista in Egitto è sempre più difficile
 scritto per noi da
Michaela De Marco
 
La Corte Penale di Bulaq (quartiere centrale del Cairo) ha emesso, in questi giorni, la sua sentenza: sei mesi di detenzione, più una multa di 20 mila pound (circa 2,600 dollari) a Ibrahim Issa, giornalista e redattore del quotidiano egiziano indipendente al-Dustur, inaugurato e chiuso dalle autorità poco dopo nel 1995 e infine "risorto" nel 2005.

ibrahim issaIssa è stato accusato dall'Alto Procuratore della Sicurezza dello Stato, nel settembre del 2007, per aver diffuso a livello nazionale e internazionale "false informazioni" che hanno causato "disturbo alla sicurezza generale" e messo in "allarme il pubblico interesse".
Issa aveva pubblicato, nell'agosto del 2006, un articolo sulle gravi condizioni di salute del presidente egiziano Muhammad Hosni Mubarak e, un anno dopo, storie similari hanno continuato a circolare su internet e mediante sms. Durante il processo, sia il presidente della Banca Centrale d'Egitto, sia quello dell'Alexandria Stock Excange, con i loro esperti d'economia, hanno dichiarato che i pettegolezzi seminati da Issa hanno contribuito a creare un atmosfera di panico e indotto gli "investitori stranieri a ritirare 350 milioni di dollari dal mercato azionario egiziano". Si sono dunque appellati all'articolo 188 del Codice Penale egiziano, che prevede la detenzione per chi diffonde notizie fallaci provocando reazioni negative con cattive ripercussioni sullo Stato.
La Federazione Internazionale per i Diritti Umani (Fidh) e l'Organizzazione per i Diritti Umani Egiziana (Eohr) hanno condannato la sentenza e l'uso da parte del governo dello strumento giudiziario per violare la libertà di stampa: solo nel 2007 ben undici giornalisti sono stati sbattuti in cella, cinque dei quali redattori di quotidiani indipendenti.

Howaida TahaHowaida Taha, giornalista egiziana dell'emittente al-Jazeera, è stata condannata a sei mesi di reclusione, e al pagamento di una multa pari a 20mila pound egiziani, per "aver diffuso informazioni false sulla situazione interna, che hanno minato la dignità del Paese". A gennaio, Taha ha prodotto un documentario, Waraa al-Shams (Dietro il Sole), sulla torture fisiche e psicologiche praticate quotidianamente nelle questure egiziane, trasmesso in due puntate da al-Jazeera.
La Corte ha inoltre accusato Howaida di aver riportato scene "contrarie alla realtà dei fatti".
La documentarista è stata fermata all'aeroporto del Cairo il 13 gennaio del 2007 e le sono stati sequestrati i cinquanta video girati in Egitto. L'Alto Procuratore della Sicurezza Statale ha dichiarato che le videocassette sequestrate riproducono scene di tortura ricostruite in studio da attori pagati.
Howaida, che per girare le scene aveva ottenuto il permesso da parte del Ministero degli Interni egiziano, è stata poi rilasciata su cauzione ed è ritornata a Doha per preparare il documentario. Ma nel febbraio di quest'anno le è giunto il mandato d'arresto.
"Questo è un verdetto ingiusto e vendicativo!", ha dichiarato la giornalista dopo aver ascoltato da Doha il verdetto del tribunale, e ha concluso: "Nel mio paese, purtroppo, i tribunali non sono indipendenti".
Dopo l'annuncio di reclusione, Hussein Abdel-Ghani, responsabile dell'emittente di al-Jazeera al Cairo, ha espresso il suo rammarico di fronte all'erosa libertà di espressione in Egitto: "I limiti imposti alla libertà d'espressione nel mio paese mi turbano. Scrittori, giornalisti, e blogger stanno affrontando un periodo di crisi", e ha aggiunto: "I casi di torture riportati nel documentario di Taha non sono solo documentati nei rapporti delle organizzazioni per i diritti umani, ma anche in quelli dell'Alto Consiglio per i Diritti Umani d'affiliazione governativa. Chi sostiene che le scene di tortura del documentario minano l'immagine dello stato, farebbe meglio ad usare le proprie energie per porre fine a queste pratiche. E' un dato di fatto che è la tortura ad ossidare l'immagine del paese, e non un documento che la denuncia".

il simbolo del movimento kifayaNel mirino del governo, ormai da anni, il dottor Abd al-Hailm al Qandil, attivista del movimento d'opposizone Kifaya, giornalista, editore del settimanale al-Arabi e ex-direttore del quotidiano al-Karama, nonché autore di Did ar-Rais (Contro il Presidente), una raccolta di articoli contro il presidente Mubarak, edita dalla casa editrice indipendente Merit (l'unica in Egitto che pubblica romanzi, poesie e saggi contro l'attuale regime).
Qandil, nel 2004, era stato rapito dalla polizia, portato nel deserto, picchiato e lasciato lì, senza vestiti, per un'intera notte. Nell'agosto del 2007 s'è dimesso dalla redazione del Karama. Si mormora che una telefonata da parte di uno del governo sia giunta ad as-Sibahi, responsabile del quotidiano: "Se Qandil non se ne va, il giornale chiude". Qandil ha dato le dimissioni qualche giorno dopo. "Chiudere il giornale sarebbe stato peggio. Anche se sono preoccupato, perché adesso tutti gli articoli pubblicati dovranno 'adeguare i toni'... e probabilmente il giornale perderà la sua 'vena eversiva'... ne approfitto per dedicarmi completamente alla riorganizzazione del movimento Kifaya", ha commentato l'ex direttore. Nel settembre scorso, Qandil è stato uno dei giornalisti accusati di aver "trasmesso informazioni false minando così la reputazione del Paese". Ed è stato condannato assieme al già citato Ibrahim Issa, ad Adel Hammuda, del settimanale al-Fagr e a Wael al-Abrashi, del giornale indipendente Sawt al-Umma.

Molti altri casi potrebbero essere citati. Si ha tuttavia l'impressione che la censura, se da una parte intimidisce, dall'altra accenda gli animi. Alcuni giovani egiziani hanno iniziato a pubblicare pezzi fortemente critici nei confronti dell'attuale governo. La crisi economica e la sistematica violazione dei diritti umani nel paese, denunciata quotidianamente da diverse organizzazioni, offrono a questi giovani giornalisti numerosi spunti per i loro articoli.
Tuttavia oggi, tra i giovani egiziani, l'interesse per la politica è ancora molto limitato. La maggior parte di loro ha "altri interessi". In realtà molti hanno paura. Questi 'guerrieri della carta stampata' (come qualcuno li ha definiti) sono ancora una piccola minoranza, ma rappresentano le speranze di tutti quelli che oggi, in Egitto, sognano un paese libero dal monopolio politico di un governo, sostenuto dall'Occidente, e in carica da ormai ventisette anni.

Categoria: Politica, Media
Luogo: Egitto
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