Un sondaggio tra gli universitari svela che il Libano è stanco dello stato confessionale
scritto per noi da
Erminia Calabrese
Un
tempo tutti i mali del Libano venivano dalla Siria. Oggi, una volta
che i servizi segreti siriani sono stati smantellati e le truppe
siriane hanno lasciato il paese è la tayfiyya e cioè
il confessionalismo, che è la base del sistema politico
libanese, istituzionalizzato dal Patto nazionale del 1943, a
generare instabilità nel paese.

Secondo
un ultimo sondaggio, svolto in tutte le università libanesi,
l’87 percento dei giovani libanesi sono contrari al sistema
confessionale e l’83 percento vuole abolirlo.
''E’
un dato che non sorprende'', spiega il Prof. Pascal Munan, direttore
del dipartimento di Scienze e Comunicazioni all'università
Saint-Joseph , ''l’eliminazione del sistema confessionale è
diventato uno scopo nazionale, ma per arrivare a questo bisogna
cambiare molte cose tra cui la legge elettorale, l'educazione dei
giovani, la riforma di testi scolastici, uno statuto civile personale
e nuovi partiti politici che siano lontani dalla rappresentazione
della comunità”, conclude.

Diverso
è il parere di Ghassan Hajjar, giornalista di
An-Nahar:
''E' una storia vecchia, in Libano nessuno ha mai voluto il
sistema confessionale. E' come un malato che ha una malattia e lo
vuole risolvere, ma allo stesso tempo ha paura di morire durante o
dopo l’operazione. I libanesi mentono molto, tutti dicono che non
vogliono questo sistema che vogliono essere laici ma ognuno di loro
vuole che i diritti della loro 'comunità' siano tutelati. E’
questo il vero problema''.
''Il
nostro sogno è di avere una patria ma non sappiamo come'',
dice Arabi al-Andari, responsabile dell’Unione dei ragazzi
democratici, ala della sinistra libanese, all’Università
Libanese, la tayfiyya è arriva al suo termine esploderà
un giorno o l’altro. Ma non vogliamo che gli Stati Uniti vengano
qui a dirci quale modello dobbiamo attuare per vivere in pace, è
una soluzione che deve essere trovata tra i libanesi''.
''In
Libano la democrazia non può funzionare, né la
democrazia né il federalismo'', dice Georges, uno studente
dell’Università Americana di Beirut, ''dobbiamo trovare un
'sistema' adatto alla nostra realtà, ma come fare se siamo
senza presidente da 5 mesi e senza governo da quasi 2 anni?''.
E'
in momenti di crisi come questo che l’opzione federalismo, quella
del taksim,divisione, si fa avanti. Quella stessa opzione
sponsorizzata un tempo dall'elite cristiana maronita del Paese che
sperava di creare un suo Marunistan, uno Stato per i maroniti.

''Penso
che il modello svizzero potrebbe salvare il Libano'', dice Tania
Muhanna, giornalista del canale
Lbci, ''non vedo altre
soluzioni''.
''Non
sono per niente d’accordo, dice il prof. Pascal Munan, ''noi non
siamo né la Svizzera né il Belgio e la differenza tra
le nostre comunità è di tipo religioso non è né
di lingua né di cultura. Se federalismo vuol dire fare del
Libano dei cantoni di cristiani, sciiti e sunniti questo non lo
voglio, perché chi è laico, come me, dove andrà?'',
continua Munan.
''Non
capisco - ripete Arabi - mentre gli altri si uniscono perché
noi dovremmo dividerci, il Libano è già un paese
piccolo''.
''Noi
oggi, in Libano, già viviamo nel federalismo; è quella
linea che ci divide dall’altro, e quello che ci fa dire 'noi e
loro'. Se volete prendere questo Stato e dividerlo come un pezzo di
formaggio non resterà nulla del Libano'', dice il prof. Fuad
Khoury, docente di economia.
''Ora
i problemi vengono dal nostro sistema confessionale, ma mi chiedo
dove è il rinnovamento della classe politica?'', dice Rita,
studentessa dell’università Libanese.
''I
politologi parlano del Libano come una democratia tawfiqiyye,
democrazia consensuale, ma oggi viviamo in una dictatura
tawfiqiyya, una dittatura consensuale'', ripete Randa, una
studentessa dell’Università Saint-Joseph, ''di quale
democrazia parlano, quando le famiglie Joumblatt, Gemayel, e ora
Hariri si perseguono all’infinito?''.
La
vera primavera forse dovrebbe consistere in un rinnovamento
dell'elite politica attuale, dove capi milizie, capi feudatari e ora
anche business man continuano a governare un Paese .
Quel
'noi' e quel 'loro' oggi comincia ad essere sempre più
definito e non stupisce se il 65,5 percento dei giovani intervistati
si aspetta un'altra guerra nel Paese.