stampa
invia
Più di mille soldati morti, molti sbagli commessi, bugie sulle armi di distruzione
di massa e sui collegamenti tra Saddam e Al Qaida, scandalo delle torture. Eppure,
per le tante ombre della guerra in Iraq, nessuno dei pezzi grossi dell’amministrazione
Bush ha ancora pagato. Da una settimana una serie di spot televisivi in onda negli
Usa chiede proprio questo: che sia fatta giustizia, che i responsabili del fallimento
rispondano dei loro errori. E che i cittadini statunitensi ne tengano conto quando
arriverà il momento di votare per scegliere il prossimo presidente.
La campagna Hold them accountable 2004 finora è stata diffusa solo nel Wisconsin e in West Virgi nia, due Stati che i sondaggi danno in bilico tra Bush e Kerry. L’iniziativa
è opera di una delle tante associazioni nate negli Usa in quest’anno elettorale,
la Fight Back Campaign, composta da attivisti del partito democratico ma non questo
– specificano – supporter acritici di Kerry, e men che meno impegnati nella sua
campagna elettorale.
“Alcuni di noi – si legge sul sito – si sono opposti alla guerra in Iraq dall’inizio;
altri sono stati ingannati dalla
tesi dell’amministrazione sulle armi di distruzione di massa ed erano a favore
dell’intervento militare. Ma tutti noi crediamo che errori terribili siano stati
fatti nella pianificazione, nella conduzione della guerra e subito dopo il conflitto;
che nessuno abbia risposto di questi sbagli; e che la testardaggine dell’amministrazione
Bush nel non ammettere questi errori e nel non cambiare la sua politica metta
a rischio vite americane ogni giorno”.
All’inizio è andato in onda un primo spot – dal titolo “Errori terribili” – in cui sullo sfondo nero sfilavano i nomi dei mille e più militari uccisi
in Iraq, e in primo piano comparivano e sfumavano le accuse contro Bush. Da qualche
giorno, sempre negli stessi due Stati, viene diffuso un secondo spot intitolato
“Citazioni”, che riporta alcune frasi pronunciate dal presidente Bush e dal vicepresidente
Cheney nel periodo prec dente l’intervento e durante le operazioni militari. C’è il “credo che saremo
accolti in Iraq come liberatori” di Cheney e il “Missione compiuta” di Bush quando
annunciò la fine delle maggiori ostilità dopo quaranta giorni di conflitto. In
primo piano, il fiume di parole viene accompagnato dal conto delle vittime.
Sul sito – dove si può fare una donazione per partecipare alla creazione di nuove
pubblicità, in tv e sulla carta stampata – c’è anche spazio per una petizione
da sottoporre ai giornalisti che condurranno il dibattito tra i candidati nei
due faccia a faccia televisivi ancora da tenersi prima del voto. La richiesta
comprende sei domande scomode da fare a Bush, al quale il presidente non ha mai
risposto: tra queste, qual è la strategia di uscita dall’Iraq, quanto la guerra
sia costata più del previsto, come verranno affrontate le minacce rappresentate
dall’Iran e dalla Corea del Nord. Più o meno le domande che metà degli Stati Uniti
– e il resto del mondo – si fanno da tempo. (Per vedere i video bisogna aver installato il Real Player)
Alessandro Ursic