La protesta del venerdì nel villaggio di Bil'in, in Cisgiordania. Un giorno di ordinaria occupazione
dal nostro inviato
Naoki Tomasini
Bil'in, che in arabo si
legge ''bilein'' è un villaggio nella campagna a nord-est di
Ramallah, in Cisgiordania, dove Israele ha confiscato oltre il
50 percento delle terre agricole, sui cui è già stata
edificata una colonia. Mattiyahu si chiama l'insediamento, ma in
realtà si fatica a distinguerlo dal blocco di altre colonie
che riempiono lo spazio tra il villaggio e la Linea Verde (il confine sancito
dalle Nazioni Unite): Modi'in
Illit, Lapid, Kfar Ruth, Hashmon'im, ormai si fondono assieme come
uno scioglilingua, per sancire il nuovo confine israeliano
all'interno del territorio palestinese. La linea di separazione è
segnata da una strada, attorniata da due reti metalliche e alcuni
abbozzi di muro, ma il progetto prevede che il territorio
dell'insediamento sia presto circondato dal tristemente noto muro di
separazione.

Da
quasi quattro anni, il villaggio è diventato famoso per la
caparbietà con cui i suoi abitanti si oppongono a quelli che
ormai sono dati di fatto sul terreno. “E' una questione di
sopravvivenza, non abbiamo alternative”, spiega Abdallah, il
coordinatore del comitato popolare contro il muro a Bil'in. "Il
comitato è nato nel febbraio del 2005 dopo la confisca dei
terreni. Da allora, ogni venerdì, dopo la preghiera di
mezzogiorno, noi abitanti del villaggio marciamo fino alla barriera
per protestare. Cerchiamo di raggiungere le nostre terre, ma i
soldati ogni volta ci impediscono l'accesso lanciando gas lacrimogeni
e proiettili di gomma. La nostra protesta -continua Abdallah- è
sostenuta dagli israeliani dei movimenti pacifisti e da volontari
internazionali provenienti da diversi paesi. è grazie alla
loro presenza che possiamo continuare queste nostre azioni".
La reazione degli abitanti
di Bil'in non si è limitata alle manifestazioni nei campi, ma
si è combattuta anche nelle aule di giustizia, giungendo fino
all'Alta Corte israeliana, che ha sancito l'illegalità del
muro e ha disposto la restituzione di un quarto delle terre
confiscate. La sentenza risale al 4 settembre 2007, ma finora non è
stato fatto nulla. “La barriera è ancora lì e anche
la colonia. per questo noi continueremo a protestare finché
non verranno distrutte e la nostra terra ci verrà resa", proclama un giovane,
mentre marcia portando una bandiera con
l'immagine di Marwan Barghouti, il leader di Fatah detenuto nelle
carceri israeliane.

“La scorsa settimana (28
marzo, ndr) nei Territori Palestinesi si celebrava la giornata della
Terra - racconta Abdallah - e in quell'occasione alla marcia hanno
partecipato più di cinquecento persone, tra palestinesi, israeliani e
internazionali. I manifestanti hanno rotto il primo cancello e hanno
cercato di accedere ai campi, attaccando con le mazze anche il muro
provvisorio. I soldati hanno però iniziato a sparare
proiettili di gomma sulla gente, ferendo diciassette ragazzini e sette tra
giornalisti e fotografi. Una settimana dopo come vedi siamo ancora
qui, anche se la partecipazione degli stranieri è molto meno
consistente''. In effetti questa volta il corteo non è
esattamente imponente, anzi, gli internazionali saranno una ventina e
le donne del villaggio sono rimaste a casa. Forse dipende dalla
violenza della protesta di venerdì scorso, ma Abdallah
non si flette e spiega arcigno che “siamo pochi perché la
nostra forma di protesta sta prendendo piede. Mentre noi marciamo,
molte altre persone stanno facendo la stessa cosa in un villaggio
vicino, dove è stata appena costruita una
by-pass-road (strade
per soli coloni circondate da un perimetro di sicurezza di cento
metri) che divide in due il loro territorio''. I volontari inglesi
dell'
International Solidarity Movement confermano.
Nel frattempo siamo
arrivati vicino alla barriera e con lo zoom si vedono una trentina di
soldati israeliani che ci osservano. Alcuni sorridono divertiti,
forse pensano che oggi sarà più semplice del solito.
Galvanizzati dal relativo successo di venerdì scorso, però,
alcuni uomini danno fuoco a pneumatici vicino al primo cancello e
iniziano a demolirlo. In un attimo sibilano nell'aria una decina di
fumogeni e la folla si disperde tra i campi, mentre i fotografi delle
grandi agenzie stampa, appostati da tempo al punto di contatto con
caschi e giubbotti antiproiettile, calzano le maschere antigas.

Sanno
quel che sta per succedere. Infatti appena l'aria torna respirabile i
bambini iniziano a lanciare sassi con le fionde. I soldati al di là
della recinzione iniziano a sparare proiettili di gomma verso di
loro, e anche i fotografi iniziano a scaricare raffiche di click.
Ormai i bambini sono abituati a questa forma di esposizione e si
prestano al gioco, incuranti del rischio. Si nascondono dietro a un
leggero dislivello per non essere visti dai soldati e si affidano
alla scarsa precisione balistica delle fionde. Avanti così per
mezzora, tra spari e lacrimogeni, che nel frattempo provocano dei
piccoli incendi nell'erba secca tra gli olivi. Quella terra contesa
che, ormai, dopo anni di esposizione ai gas dev'essere totalmente
avvelenata. Poi Abdallah decide che per questa volta non si riuscirà
a fare nulla di più e chiama la ritirata. I manifestanti
iniziano a rientrare verso il villaggio e i bambini, per ultimi, si
accodano. Gli spari cessano e, dopo poco, potenza dello spirito
mercantile arabo, compare un furgone che vende gelati. Un premio per
gli eroi dell'intifada e un appuntamento alla prossima settimana.