07/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La protesta del venerdì nel villaggio di Bil'in, in Cisgiordania. Un giorno di ordinaria occupazione
dal nostro inviato
Naoki Tomasini
 
Bil'in, che in arabo si legge ''bilein'' è un villaggio nella campagna a nord-est di Ramallah, in Cisgiordania, dove Israele ha confiscato oltre il 50 percento delle terre agricole, sui cui è già stata edificata una colonia. Mattiyahu si chiama l'insediamento, ma in realtà si fatica a distinguerlo dal blocco di altre colonie che riempiono lo spazio tra il villaggio e la Linea Verde (il confine sancito dalle Nazioni Unite): Modi'in Illit, Lapid, Kfar Ruth, Hashmon'im, ormai si fondono assieme come uno scioglilingua, per sancire il nuovo confine israeliano all'interno del territorio palestinese. La linea di separazione è segnata da una strada, attorniata da due reti metalliche e alcuni abbozzi di muro, ma il progetto prevede che il territorio dell'insediamento sia presto circondato dal tristemente noto muro di separazione.

foto di naoki tomasiniDa quasi quattro anni, il villaggio è diventato famoso per la caparbietà con cui i suoi abitanti si oppongono a quelli che ormai sono dati di fatto sul terreno. “E' una questione di sopravvivenza, non abbiamo alternative”, spiega Abdallah, il coordinatore del comitato popolare contro il muro a Bil'in. "Il comitato è nato nel febbraio del 2005 dopo la confisca dei terreni. Da allora, ogni venerdì, dopo la preghiera di mezzogiorno, noi abitanti del villaggio marciamo fino alla barriera per protestare. Cerchiamo di raggiungere le nostre terre, ma i soldati ogni volta ci impediscono l'accesso lanciando gas lacrimogeni e proiettili di gomma. La nostra protesta -continua Abdallah- è sostenuta dagli israeliani dei movimenti pacifisti e da volontari internazionali provenienti da diversi paesi. è grazie alla loro presenza che possiamo continuare queste nostre azioni".

La reazione degli abitanti di Bil'in non si è limitata alle manifestazioni nei campi, ma si è combattuta anche nelle aule di giustizia, giungendo fino all'Alta Corte israeliana, che ha sancito l'illegalità del muro e ha disposto la restituzione di un quarto delle terre confiscate. La sentenza risale al 4 settembre 2007, ma finora non è stato fatto nulla. “La barriera è ancora lì e anche la colonia. per questo noi continueremo a protestare finché non verranno distrutte e la nostra terra ci verrà resa", proclama un giovane, mentre marcia portando una bandiera con l'immagine di Marwan Barghouti, il leader di Fatah detenuto nelle carceri israeliane.

foto di naoki tomasini“La scorsa settimana (28 marzo, ndr) nei Territori Palestinesi si celebrava la giornata della Terra - racconta Abdallah - e in quell'occasione alla marcia hanno partecipato più di cinquecento persone, tra palestinesi, israeliani e internazionali. I manifestanti hanno rotto il primo cancello e hanno cercato di accedere ai campi, attaccando con le mazze anche il muro provvisorio. I soldati hanno però iniziato a sparare proiettili di gomma sulla gente, ferendo diciassette ragazzini e sette tra giornalisti e fotografi. Una settimana dopo come vedi siamo ancora qui, anche se la partecipazione degli stranieri è molto meno consistente''. In effetti questa volta il corteo non è esattamente imponente, anzi, gli internazionali saranno una ventina e le donne del villaggio sono rimaste a casa. Forse dipende dalla violenza della protesta di venerdì scorso, ma Abdallah non si flette e spiega arcigno che “siamo pochi perché la nostra forma di protesta sta prendendo piede. Mentre noi marciamo, molte altre persone stanno facendo la stessa cosa in un villaggio vicino, dove è stata appena costruita una by-pass-road (strade per soli coloni circondate da un perimetro di sicurezza di cento metri) che divide in due il loro territorio''. I volontari inglesi dell'International Solidarity Movement confermano.

Nel frattempo siamo arrivati vicino alla barriera e con lo zoom si vedono una trentina di soldati israeliani che ci osservano. Alcuni sorridono divertiti, forse pensano che oggi sarà più semplice del solito. Galvanizzati dal relativo successo di venerdì scorso, però, alcuni uomini danno fuoco a pneumatici vicino al primo cancello e iniziano a demolirlo. In un attimo sibilano nell'aria una decina di fumogeni e la folla si disperde tra i campi, mentre i fotografi delle grandi agenzie stampa, appostati da tempo al punto di contatto con caschi e giubbotti antiproiettile, calzano le maschere antigas.
 
foto di naoki tomasini Sanno quel che sta per succedere. Infatti appena l'aria torna respirabile i bambini iniziano a lanciare sassi con le fionde. I soldati al di là della recinzione iniziano a sparare proiettili di gomma verso di loro, e anche i fotografi iniziano a scaricare raffiche di click. Ormai i bambini sono abituati a questa forma di esposizione e si prestano al gioco, incuranti del rischio. Si nascondono dietro a un leggero dislivello per non essere visti dai soldati e si affidano alla scarsa precisione balistica delle fionde. Avanti così per mezzora, tra spari e lacrimogeni, che nel frattempo provocano dei piccoli incendi nell'erba secca tra gli olivi. Quella terra contesa che, ormai, dopo anni di esposizione ai gas dev'essere totalmente avvelenata. Poi Abdallah decide che per questa volta non si riuscirà a fare nulla di più e chiama la ritirata. I manifestanti iniziano a rientrare verso il villaggio e i bambini, per ultimi, si accodano. Gli spari cessano e, dopo poco, potenza dello spirito mercantile arabo, compare un furgone che vende gelati. Un premio per gli eroi dell'intifada e un appuntamento alla prossima settimana.
Categoria: Diritti, Guerra, Muri
Luogo: Israele - Palestina
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