07/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Messico, la lotta delle comunità zapatiste dimenticata dai media internazionali
Rompere il silenzio sul conflitto in Chiapas che da troppo tempo opprime le comunità zapatiste. Questo l'obiettivo del giro internazionale di Ernesto Ledezma, direttore del Capise (centro di analisi politica ricerca sociale ed economica). L'Ong messicana, che da anni studia approfonditamente la presenza di gruppi militari nella regione dice basta al silenzio mediatico intorno a questo conflitto. E denuncia: le comunità zapatiste del Chiapas sono oggetto di minacce e attacchi da parte di militari e paramilitari.

Junta del Buen Governo di Oventic (foto A.Grandi/Peacereporter)I fatti. Erano i primi giorni del 1994 quando la rivolta degli indigeni del Chiapas (sud del Messico), riempiva d'inchiostro le pagine dei quotidiani di tutto il mondo. Figura centrale di quella rivolta il Sub Comandante Marcos che grazie alla sua dialettica, alla sua immagine romantica da rivoluzionario d'altri tempi e al suo carisma, portava a conoscenza della comunità internazionale la lotta degli zapatisti. Oggi, a 14 anni di distanza, di quel conflitto ormai in pochi parlano.
"Oggi si è riattivata una forte offensiva contro la popolazione indigena del Chiapas", racconta Ledesma. "Interventi così vigorosi dell'esercito regolare e dei paramilitari non si verificavano da oltre di dieci anni. Il problema che ha oggi il Messico è che ha un presidente che non è stato legittimamente eletto. E' talmente debole politicamente che è costretto a governare con il pugno di ferro, usando spesso la forza dell'esercito. E nel caso delle popolazioni zapatiste del Chiapas, le ostilità da quando c'è Felipe Calderon si sono riacutizzate".

Base dell'esercito nella Selva Lacandona (Foto A.Grandi/PeaceReporter)La presenza militare. Sparse ovunque in Chiapas , soprattutto nei territori limitrofi alle comunità zapatiste, le caserme militari sono diverse decine. Ognuna addestra militari ad un compito ben determinato. E negli ultimi mesi proprio da queste caserme sono partiti i soldati che hanno minato la tranquillità degli indios della zona. "Ci sono 56 accampamenti militari permanenti all'interno del territorio zapatista". Racconta preoccupato il direttore del Capise che aggiunge: "Il 90 percento delle caserme è composto da forze speciali. Un anno fa erano solo il 30 percento. E come conseguenza è aumentato anche il numero di paramilitari. Si sono moltiplicate le aggressioni fisiche contro la popolazione zapatista. I gruppi paramilitari sono quelli che, alla fine dei giochi, guadagnano di più perché le istituzioni agrarie stanno anche ridistribuendo i terreni coltivabili e li stanno assegnando alle corporazioni vincolate ai gruppi paramilitari".

Turno di guardia al Caracol Roberto Barrios (Foto A.Grandi/PeaceReporter)La presenza paramilitare. "La presenza dei paramilitari in questo momento è imponente. Noi abbiamo documentato 253 nomi di indigeni che fanno parte dei gruppi paramilitari. Sappiamo tutto di loro: dove vivono, di quale comunità fanno parte, quando hanno iniziato a far parte dei paramilitari. Sappiamo bene anche quello che hanno fatto. Non parlare di quello che succede in Messico in questo momento dove la popolazione indigena è sempre attaccata è per noi il vero problema. E' un silenzio scandaloso". Ledezma è in giro per l'Europa proprio per riaccendere la luce intorno alla vicenda Chiapas. "Il conflitto dovrebbe essere presente sulle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo - rincara la dose Ledezma - invece quasi mai lo troviamo o se leggiamo qualcosa è giusto un trafiletto. Quello che esce sulla stampa internazionale rispetto al nostro conflitto è niente".

Alessandro Grandi

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