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Da Sarajevo a Sarajevo. Un filo rosso che Rossini racconta attraverso tre luoghi della memoria, due
in Bosnia – Erzegovina e uno in Croazia. Ma questa distinzione geografica sembra
importante solo adesso, non certo nel contesto nel quale viene trasportato chi
guarda dalla carrellata d’interviste agli autori dei monumenti e a una serie di
giornalisti, intellettuali, registi, sopravvissuti e storici.
Memorie senza bandiere. Il primo luogo della memoria è il ‘fiore di cemento’ dell’architetto Bogdan Bogdanovic
a Jasenovac, in Croazia. Il monumento sorge in una zona dove, durante la Seconda
Guerra Mondiale, sorgeva uno dei più terribili campi di sterminio. Vi persero
la vita ebrei, rom, antifasciti e tanti serbi. Perché accanto ai carnefici nazisti
agivano gli ustascia (i nazionalisti fascisti) croati. Tito affidò al serbo Bogdanovic
la costruzione del memoriale, come racconta lo stesso artista. Un fiore di cemento,
che doveva mettere la parola fine alle ostilità tra servbi e croati nella visione
di Tito. C’è poi l’architetto Dusan Dzamonja, croato, al quale venne affidata
la commemorazione del massacro dei partigiani jugoslavi sul monte Kozara. Un croato
che crea l’opera, la ‘torre di Mrakovica’, che commemora un massacro al quale
parteciparono tanti croati. Nei panni dei carnefici. Infine le ‘colonne di Sutjeska’,
opera dello scultore Miodrag Zivkovic, per ricordare una delle battaglie più crudeli
tra le armate nazi-fasciste e i partigiani guidati dallo stesso Tito.
Il mito e la storia. Sul mito dei partigiani e dell’antifascismo, Tito costruì la Jugoslavia, puntando
bosniaci, croati e serbi a sentirsi un unico popolo, aldilà di etnie e religioni,
ma uniti nei valori del socialismo e del rifiuto dei nazionalismi perniciosi.
La storia insegna che non è andata così, e quegli stessi monumenti vennero presi
d’assalto quando la Jugoslavia crollò all’inizio degli anni Novanta.
Christian Elia
Parole chiave: il cerchio della memoria, andrea rossini, christian elia, osservatorio sui balcani