05/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Di Andrea Rossini, 2007, una produzione Osservatorio dei Balani
C’è un filo rosso che lega l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914 e l’assedio alla stessa città a metà degli anni Novanta. Un filo che passa, come nel documentario del bravo Andrea Rossini (gia autore dell’apprezzato Dopo Srebrenica) di Osservatorio sui Balcani, attraverso un cerchio, che segna la storia della ex Jugoslavia tanto quanto quella dell’Europa.

le colonne di stujeskaDa Sarajevo a Sarajevo. Un filo rosso che Rossini racconta attraverso tre luoghi della memoria, due in Bosnia – Erzegovina e uno in Croazia. Ma questa distinzione geografica sembra importante solo adesso, non certo nel contesto nel quale viene trasportato chi guarda dalla carrellata d’interviste agli autori dei monumenti e a una serie di giornalisti, intellettuali, registi, sopravvissuti e storici.
Un salto nel passato e, allo stesso tempo, un riflessione sul concetto stesso di passato e sul rapporto con la memoria. Tre luoghi simbolo della Jugoslavia di Tito che, dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli Settanta, dopo una lunga riflessione, pare trovare nei monumenti l’elemento chiave per la filosofia della ‘fratellanza e unità, che ispirava tutte le mosse del Maresciallo.

il fiore di jasenovacMemorie senza bandiere. Il primo luogo della memoria è il ‘fiore di cemento’ dell’architetto Bogdan Bogdanovic a Jasenovac, in Croazia. Il monumento sorge in una zona dove, durante la Seconda Guerra Mondiale, sorgeva uno dei più terribili campi di sterminio. Vi persero la vita ebrei, rom, antifasciti e tanti serbi. Perché accanto ai carnefici nazisti agivano gli ustascia (i nazionalisti fascisti) croati. Tito affidò al serbo Bogdanovic la costruzione del memoriale, come racconta lo stesso artista. Un fiore di cemento, che doveva mettere la parola fine alle ostilità tra servbi e croati nella visione di Tito. C’è poi l’architetto Dusan Dzamonja, croato, al quale venne affidata la commemorazione del massacro dei partigiani jugoslavi sul monte Kozara. Un croato che crea l’opera, la ‘torre di Mrakovica’, che commemora un massacro al quale parteciparono tanti croati. Nei panni dei carnefici. Infine le ‘colonne di Sutjeska’, opera dello scultore Miodrag Zivkovic, per ricordare una delle battaglie più crudeli tra le armate nazi-fasciste e i partigiani guidati dallo stesso Tito.

la torre di mrakovicaIl mito e la storia.
Sul mito dei partigiani e dell’antifascismo, Tito costruì la Jugoslavia, puntando bosniaci, croati e serbi a sentirsi un unico popolo, aldilà di etnie e religioni, ma uniti nei valori del socialismo e del rifiuto dei nazionalismi perniciosi. La storia insegna che non è andata così, e quegli stessi monumenti vennero presi d’assalto quando la Jugoslavia crollò all’inizio degli anni Novanta.
Il documentario di Rossini ci porta, seguendo la linearità circolarità della storia, ai luoghi della memoria recente. I massacri degli anni Novanta, il lager di Omarska e l’assedio di Sarajevo. A Omarska c’è il progetto di un memoriale, come c’è un centro che si occupa di documentare le vittime dell’assedio, ma come vennero manipolati i monumenti di Tito a fini politici, vengono oggi ignorati i luoghi della memoria recente. Dario Terzic, giornalista di Mostar, denuncia l’oblio, la rimozione. Nell’oblio la storia diventa punto di vista, soggettività faziosa. Ed è in questo campo, come in altri campi nei Balcani, che l’Unione europea non riesce a essere nulla più di un’unione doganale. Non riesce ancora a contribuire a chiudere, una volta per tutte, quel cerchio. Consegnandolo alla memoria.

Christian Elia

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