
C'è una foto che parla,
nell'apertura del quotidiano spagnolo El Pais.
Zapatero seduto all'enorme tavolo
rotondo del vertice Nato a Bucarest. È solo, seduto. Gli altri
'grandi' chiacchierano amabilmente tutti intorno all'imperatore,
George W.Bush. Lui è in disparte, come appare imbarazzato
nella foto di gruppo; lo si vede dalle immagini di un video riportato
on- line dal quotidiano di destra El Mundo.
Bucarest è stata, per Zapatero,
il mancato incontro a due con il presidente Usa, un riavvicinamento
non avvenuto, una stretta di mano e due sole parole di Bush, in
castigliano: “Hola”, salve, e “Felicidades”, complimenti per
la rielezione. Nulla di più. Per il resto Madrid ha tenuto
duro su due punti: si è schierata con la Grecia contro
l'entrata nel Patto della Macedonia. Ma soprattutto ha negato l'invio
di truppe fresche in Afghanistan, che Bush ha imposto con un lavorio
pressante della sua diplomazia da mesi e che ha richiesto di persona
al vertice.
La Spagna ha 778 uomini in Afghanistan
e quelli resteranno. Il premier l'ha ribadito in un incontro con la
stampa: per il momento il contingente rimane invariato e anche quella
cinquantina di istruttori, richiesti per addestrare la polizia del
posto, sono stati negati. Forse, più avanti, quando ci saranno
le condizioni.
Per altri motivi, quelli interni,
Zapatero aveva schierato la sua politica estera anche sul Kosovo, non
riconosciuto dalla Spagna per evitare parallelismi con il caso basco:
niente partecipazione alla missione Ue fino a quando non ci sarà
un mandato Onu.

Due no a Bush, due motivazioni diverse,
ma una politica estera che, per le ragioni dette, non ha evitato di
mostrarsi ferma sulle sue posizioni.
I commentatori hanno scritto molto
sulla 'solitudine' di Zapatero a Bucarest. Ma, senza ignorare che
comunque 778 divise sono spagnole nel teatro di guerra afgano, non si
può tralasciare che dal 2004 a oggi, dal ritiro immediato
delle truppe in Iraq fino al no per nuove truppe in Afghanistan, la
politica estera spagnola cerca sfumature di autonomia rispetto
all'unilateralismo Usa, che trova una cosmesi di facciata dietro le
grandi assise come quella di Bucarest.
È anche vero che il ruolo
spagnolo su altri quadranti, ricordiamo il ruolo svolto da Madrid
nello sdoganamento del paramilitarismo in Colombia, è stato
funzionale e di stretta collaborazione con i progetti di Washington.
Eppure c'è un dato che, a dieci giorni dal voto italiano, non
può passare inosservato.

La fedeltà atlantica di Roma non
è mai stata messa in discussione, come non è un mistero
che ancora oggi, a decenni dalla guerra fredda, il Dipartimento di
Stato ha voce in capitolo – dicono i ben informati – nella scelta
dei ruoli chiave nei governi italiani.
Ma la quella frase “Siamo noi gli
Zapatero d'Italia” che si contendono il nuovo soggetto-fusione del
Partito democratico e ancora più esplicitamente la Sinistra
Arcobaleno con Fausto Bertinotti fa riflettere. Il simbolo del
progressismo nei diritti civili e della laicità dello stato ha
più aspetti contraddittori, che PeaceReporter ha denunciato
regolarmente, come il nodo basco irrisolto e le denunce di Amnesty
sulla presenza della tortura nei commissariati spagnoli contro
cittadini baschi e migranti. Eppure è difficile immaginare,
per le esperienze del governo Prodi, che ci sia un premier e una
maggioranza capace di sperimentare, o di utilizzare, la stessa
'solitudine' di Zapatero rispetto al grande alleato statunitense su
temi come quello delle missioni di guerra. E anche rispetto al
Vaticano o sui temi etici.
Un battle group tutto
italiano, una missione segreta (Sarissa), il coinvolgimento in
molteplici combattimenti. Non solo: una inchiesta annunciata dal
ministro Parisi sul coinvolgimento italiano in un episodio di guerra
che ha visto civili trucidati (a che punto è?). Sono tutte
notizie che abbiamo raccontato nei dettagli. Come la nostra campagna
sul voto di rifinanziamento della missione, che si è distinta
per il silenzio di molti politici e l'interesse di una pattuglia di
senatori che, sull'operatività reale delle truppe scelte, ha
chiesto conto al ministro della Difesa. Si aspettano – o forse non
arriveranno mai – risposte.