04/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



 
Zapatero a BucarestC'è una foto che parla, nell'apertura del quotidiano spagnolo El Pais.
Zapatero seduto all'enorme tavolo rotondo del vertice Nato a Bucarest. È solo, seduto. Gli altri 'grandi' chiacchierano amabilmente tutti intorno all'imperatore, George W.Bush. Lui è in disparte, come appare imbarazzato nella foto di gruppo; lo si vede dalle immagini di un video riportato on- line dal quotidiano di destra El Mundo.
Bucarest è stata, per Zapatero, il mancato incontro a due con il presidente Usa, un riavvicinamento non avvenuto, una stretta di mano e due sole parole di Bush, in castigliano: “Hola”, salve, e “Felicidades”, complimenti per la rielezione. Nulla di più. Per il resto Madrid ha tenuto duro su due punti: si è schierata con la Grecia contro l'entrata nel Patto della Macedonia. Ma soprattutto ha negato l'invio di truppe fresche in Afghanistan, che Bush ha imposto con un lavorio pressante della sua diplomazia da mesi e che ha richiesto di persona al vertice.
 
La Spagna ha 778 uomini in Afghanistan e quelli resteranno. Il premier l'ha ribadito in un incontro con la stampa: per il momento il contingente rimane invariato e anche quella cinquantina di istruttori, richiesti per addestrare la polizia del posto, sono stati negati. Forse, più avanti, quando ci saranno le condizioni.
Per altri motivi, quelli interni, Zapatero aveva schierato la sua politica estera anche sul Kosovo, non riconosciuto dalla Spagna per evitare parallelismi con il caso basco: niente partecipazione alla missione Ue fino a quando non ci sarà un mandato Onu.

G.W. BushDue no a Bush, due motivazioni diverse, ma una politica estera che, per le ragioni dette, non ha evitato di mostrarsi ferma sulle sue posizioni.
I commentatori hanno scritto molto sulla 'solitudine' di Zapatero a Bucarest. Ma, senza ignorare che comunque 778 divise sono spagnole nel teatro di guerra afgano, non si può tralasciare che dal 2004 a oggi, dal ritiro immediato delle truppe in Iraq fino al no per nuove truppe in Afghanistan, la politica estera spagnola cerca sfumature di autonomia rispetto all'unilateralismo Usa, che trova una cosmesi di facciata dietro le grandi assise come quella di Bucarest.
È anche vero che il ruolo spagnolo su altri quadranti, ricordiamo il ruolo svolto da Madrid nello sdoganamento del paramilitarismo in Colombia, è stato funzionale e di stretta collaborazione con i progetti di Washington. Eppure c'è un dato che, a dieci giorni dal voto italiano, non può passare inosservato.

La fedeltà atlantica di Roma non è mai stata messa in discussione, come non è un mistero che ancora oggi, a decenni dalla guerra fredda, il Dipartimento di Stato ha voce in capitolo – dicono i ben informati – nella scelta dei ruoli chiave nei governi italiani.
Ma la quella frase “Siamo noi gli Zapatero d'Italia” che si contendono il nuovo soggetto-fusione del Partito democratico e ancora più esplicitamente la Sinistra Arcobaleno con Fausto Bertinotti fa riflettere. Il simbolo del progressismo nei diritti civili e della laicità dello stato ha più aspetti contraddittori, che PeaceReporter ha denunciato regolarmente, come il nodo basco irrisolto e le denunce di Amnesty sulla presenza della tortura nei commissariati spagnoli contro cittadini baschi e migranti. Eppure è difficile immaginare, per le esperienze del governo Prodi, che ci sia un premier e una maggioranza capace di sperimentare, o di utilizzare, la stessa 'solitudine' di Zapatero rispetto al grande alleato statunitense su temi come quello delle missioni di guerra. E anche rispetto al Vaticano o sui temi etici.
Un battle group tutto italiano, una missione segreta (Sarissa), il coinvolgimento in molteplici combattimenti. Non solo: una inchiesta annunciata dal ministro Parisi sul coinvolgimento italiano in un episodio di guerra che ha visto civili trucidati (a che punto è?). Sono tutte notizie che abbiamo raccontato nei dettagli. Come la nostra campagna sul voto di rifinanziamento della missione, che si è distinta per il silenzio di molti politici e l'interesse di una pattuglia di senatori che, sull'operatività reale delle truppe scelte, ha chiesto conto al ministro della Difesa. Si aspettano – o forse non arriveranno mai – risposte.

Angelo Miotto

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