stampa
invia
La cancellazione dalla scaletta. La scorsa settimana, il film “Yasukuni” ha vinto il premio di miglior documentario
al festival internazionale del cinema di Hong Kong. Sarebbe dovuto uscire in Giappone
il 12 aprile. Ma le minacce di gruppi nazionalisti di estrema destra ai cinema
e al regista Li Ying – un cinese che vive in Giappone da 20 anni – hanno spaventato
i distributori, che hanno deciso di fare un passo indietro. In più, una quarantina
di deputati del Partito liberaldemocratico – al potere dal dopoguerra – ha chiesto
a Li di vedere il film in anteprima: per molti, ciò rappresenta una sorta di censura
preventiva.
Nazionalismo in voga. Il governo di Yasuo Fukuda si è dissociato dalla richiesta dei parlamentari,
ma in patria le polemiche impazzano. “E' una vergogna per il cinema giapponese:
la libertà di espressione è stata calpestata”, ha detto il sindacato dei lavoratori
cinematografici. I maggiori giornali si sono schierati tutti su una linea simile.
“Il Giappone ha già avuto sufficiente esperienza, oltre 60 anni fa, di quanto
sia soffocante e malsana una società quando la gente non può dire delle cose o
esprimere sé stessa liberamente”, ha scritto il quotidiano Asahi in un editoriale.
Ma ultimamente nel Paese è in atto un revival nazionalista, come dimostra anche
la recente uscita del film “Vado a morire per voi”, che glorifica i sacrifici
dei kamikaze durante la Seconda guerra mondiale. E negli ultimi mesi i gruppi
di estrema destra si sono fatti notare per aver imposto la cancellazione di altri
dibattiti, tra cui una conferenza sul mutamento del ruolo della donna nella società
giapponese, e la riunione annuale del (tendenzialmente progressista) sindacato
degli insegnanti. Alessandro Ursic