03/04/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



I cinema giapponesi cancellano l'uscita di un documentario sul militarismo nipponico
 
Luogo di riposo per milioni di caduti nei conflitti, o emblema della santificazione del regime militarista che soggiogò parte dell'Estremo Oriente prima e durante la Seconda guerra mondiale? Il cimitero di guerra giapponese Yasukuni è da decenni un motivo di tensioni tra Tokio e i Paesi che nel secolo scorso furono occupati dall'esercito nipponico. Diversi primi ministri giapponesi lo hanno visitato regolarmente, pur sapendo quanto tali gesti fossero controversi. Ma in Giappone un dibattito sul cosa rappresenti Yasukuni, come spunto per fare un esame di coscienza sul proprio passato, rappresenta quasi un argomento tabù. E continuerà a mancare anche adesso, dopo che i maggiori cinema di Tokyo e Osaka hanno deciso di non proiettare un documentario che invitava i giapponesi a fare autocritica.

Il cimitero di YasukuniLa cancellazione dalla scaletta. La scorsa settimana, il film “Yasukuni” ha vinto il premio di miglior documentario al festival internazionale del cinema di Hong Kong. Sarebbe dovuto uscire in Giappone il 12 aprile. Ma le minacce di gruppi nazionalisti di estrema destra ai cinema e al regista Li Ying – un cinese che vive in Giappone da 20 anni – hanno spaventato i distributori, che hanno deciso di fare un passo indietro. In più, una quarantina di deputati del Partito liberaldemocratico – al potere dal dopoguerra – ha chiesto a Li di vedere il film in anteprima: per molti, ciò rappresenta una sorta di censura preventiva.

Le reazioni. “Yasukuni” vuole far riflettere sulle varie correnti di pensiero riguardanti il cimitero militare, in cui riposano 2,5 milioni di soldati giapponesi ma anche un migliaio di criminali di guerra, tra cui 14 di “classe A”, nonché un museo che riscrive la storia della Seconda guerra mondiale con toni lontani dal mea culpa che hanno fatto altri popoli, come quello tedesco. Per il regista Li, che definisce il suo film “una lettera d'amore” ai giapponesi, Yasukuni simboleggia “una malattia dello spirito” del Paese. I conservatori nipponici hanno invece bollato il documentario come “propaganda cinese”, criticando il finanziamento di 7,5 milioni di yen (47.500 euro) concesso a Li dall'Agenzia culturale giapponese.

Una marcia di nazionalisti giapponesiNazionalismo in voga. Il governo di Yasuo Fukuda si è dissociato dalla richiesta dei parlamentari, ma in patria le polemiche impazzano. “E' una vergogna per il cinema giapponese: la libertà di espressione è stata calpestata”, ha detto il sindacato dei lavoratori cinematografici. I maggiori giornali si sono schierati tutti su una linea simile. “Il Giappone ha già avuto sufficiente esperienza, oltre 60 anni fa, di quanto sia soffocante e malsana una società quando la gente non può dire delle cose o esprimere sé stessa liberamente”, ha scritto il quotidiano Asahi in un editoriale. Ma ultimamente nel Paese è in atto un revival nazionalista, come dimostra anche la recente uscita del film “Vado a morire per voi”, che glorifica i sacrifici dei kamikaze durante la Seconda guerra mondiale. E negli ultimi mesi i gruppi di estrema destra si sono fatti notare per aver imposto la cancellazione di altri dibattiti, tra cui una conferenza sul mutamento del ruolo della donna nella società giapponese, e la riunione annuale del (tendenzialmente progressista) sindacato degli insegnanti. 

Alessandro Ursic

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