La lunga vicenda che
vede il popolo saharawi in attesa della propria autodeterminazione da
oltre 30 anni pare arrivata a una svolta.

A livello
internazionale, in seno alle Nazioni Unite, dopo la risoluzione 1754
dell’aprile scorso sono riprese le trattative bilaterali tra il
Marocco e il Fronte Polisario. Conclusosi pochi giorni fa il quarto
round di incontri materialmente ancora con un nulla di fatto, la
speranza di vedere la soluzione di questa questione continua a
vivere. Questi negoziati sono riusciti, dopo un’impasse lunga sette
anni, a mettere di nuovo intorno allo stesso tavolo le due parti
sotto il segno del rispetto della legalità internazionale.
Sebbene il Marocco abbia più volte e prepotentemente
osteggiato il lavoro della Missione delle Nazioni Unite per il
Referendum nel Sahara Occidentale (Minurso), il riaprirsi della
trattative aiuta a non far cadere la questione saharawi nella grande
fossa comune mondiale delle guerre dimenticate e dei diritti violati.
''La
situazione nei territori dell’ex Sahara Spagnolo, attualmente
occupati dal Marocco, vede un dispiegamento sempre più
massiccio di militari e polizia pronti a reprimere ogni forma di
manifestazione a sostegno del popolo saharawi'', spiega Omar Salek,
responsabile Diritti Umani nei Territori Occupati del Ministero dei
Territori Occupati della Repubblica Araba Saharawi Democratica. Molti
saharawi si vedono perseguitati, imprigionati arbitrariamente e,
talvolta, torturati. Organizzazioni come Amnesty International, Human
Rights Watch e l’Organizzazione Mondiale contro la Tortura hanno
più volte denunciato questo ma, purtroppo, la situazione
continua ad essere critica.

La forma di
intifada pacifica per
rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione che hanno
intrapreso dal 2005 i giovani saharawi, nati e cresciuti sotto
l’occupazione marocchina, si trova messa a dura prova dalla violenta
repressione marocchina e nell’assoluto silenzio dei mass media. I
grandi interessi che si giocano sul territorio del Sahara Occidentale
annebbiano ogni forma di informazione per il grande pubblico: il
Marocco si sta delineando come uno dei migliori alleati degli Stati
Uniti fuori dalla Nato, le risorse naturali (miniere di fosfati, mare
pescosissimo e, non ultimo, petrolio) dei territori occupati sono
ormai nelle mire di diverse potenze mondiali. Tutto questo non aiuta
assolutamente l’affermazione del diritto internazionale che
vorrebbe veder svolgere un referendum per l’autodeterminazione di
questo popolo e quindi la conclusione del lungo processo verso
l’indipendenza dell’ex Sahara Spagnolo.
In
questo quadro tutt’altro che roseo, i saharawi in esilio nei campi
di rifugiati nel deserto algerino dell’hammada continuano a
percorrere convintamente la strada intrapresa 32 anni fa senza
perdere la speranza di poter tornare a vivere nella propria terra.

''Nell’ultima
seduta del Congresso della Repubblica Araba Saharawi Democratica
(Rasd) sono state prese, infatti, decisioni importanti '', racconta
Omar Mih, rappresentante in Italia della Rasd. È stato dato
mandato alla Direzione di continuare a prendere parte alle trattative
bilaterali con il Marocco all’insegna del rispetto delle
risoluzioni finora emanate dal Consiglio di Sicurezza. Inoltre, come
segno evidente della volontà di continuare a percorrere una
via pacifica per la soluzione della questione e come sostegno emotivo
al lungo esilio, è stata presa la decisione di implementare
gli insediamenti già presenti nei territori liberati nelle
zone di Bir Lahlou e Tifariti con infrastrutture e organizzando mezzi
propri di sussistenza dato che il rientro nella striscia di Patria
non occupata comporterebbe il cambiamento di status internazionale da
rifugiato e profugo e, di conseguenza, la sospensione degli aiuti
internazionali come, ad esempio, quelli dell’Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Oltre il 30 percento del territorio
dell’ex Sahara Spagnolo attualmente non è occupato dal
Marocco, purtroppo, però, i saharawi non possono pensare a un
ripopolamento effettivo di tutta l’area dato che lungo il muro che
chiude i territori sotto occupazione marocchina sono dislocate oltre
6milioni di mine e ordigni inesplosi rendendo impossibile la vita là.
Questi
sparuti raggi di speranza riescono a dare un significato alla dura
vita dell’esilio nei campi di Tindouf tanto che negli ultimi mesi
sono proliferate associazioni giovanili che nascono spontaneamente
dall’autorganizzazione dei ragazzi che, magari, dopo esser tornati
degli studi all’estero e non trovando giusti sbocchi alla propria
professionalità acquisita, hanno deciso collettivamente di
rendersi utili alla propria comunità attivandosi per provare a
migliorare la vita nei campi e sostenere la loro causa nazionale.
Lungi
dal vedere una soluzione vicina e immediata per l’autodeterminazione
di questo popolo, i saharawi continuano a percorrere la loro lenta
marcia per l’affermazione dei propri diritti verso la meta
dell’indipendenza.