Il governo tende la mano ai piccoli e ai medi agricoltori e ribadisce il pugno duro con in grandi terratenenti
In Argentina, solo il due percento dei
produttori concentra la proprietà del 55 percento della terra,
con una media di 15mila ettari cadauno. D'altro lato, l'85 percento
dei piccoli e medi produttori è proprietario di solo il dieci
per cento della terra. Questo il substrato in cui si sta muovendo il
governo per risolvere la crisi che da 19 giorni sta bloccando il
trasporto dell'intero paese: i lavoratori del campo, grandi e
piccoli, sono insorti per protestare contro l'imposta salatissima
varata sull'esportazione di semi di girasole e soia.
Uno sciopero che ha coinvolto tutti, senza distinzione, sia quel due
percento di straricchi che quella marea di agricoltori che vivono di
piccoli appezzamenti e duro lavoro nel campo. Uno sciopero sui
generis, dunque, che ha costretto la premier, Cristina Kirchner, ad
analizzare la questione con i dovuti distinguo. Da qui, dopo un
braccio di ferro durato giorni, il discorso di ieri in cui la
presidente ha annunciato le misure per salvare da sicura bancarotta i
piccoli, lasciando intatto l'inasprimento dell'imposta ai grandi.
Sei provvedimenti. Si tratta di sei misure annunciate dal
ministro dell'Economia, Martín Lousteau, che prevedono il
reintegro automatico delle imposte aumentate lo scorso 11 marso per
tutti i coltivatori che non superino le cinquecento tonnellate do
soia e semi di girasole. Quindi, un sussidio per circa il 50 percento
del costo del trasporto del raccolto che gli agricoltori del nord
sono costretti ad affrontare fino ai centri di imbarco delle
esportazioni; la riapertura del tegistro delle esportazioni di grano,
l'incremento dei compensi per i produttori di latte, una linea di
credito a tasso fisso per chi aggiunga valore alla catena produttiva
e la creazione della Sottosegreteria dello sviluppo rurale. In tutto
questo, nessun passo indietro da parte del governo verso i grandi
produttori.
Ai lati della strada. “Avete diritto a protestare, ma
fatelo ai lati della strada”, ha rimarcato la presidente nel suo
discorso, chiedendo alle aggregazioni di lavoratori ancora convinti a
mantenere la linea dura, di manifestare sì, ma permettendo al
paese di riprendere a vivere nella normalità, dato che i
camion di alimenti e materie prime sono bloccati da giorni. “Questo
gioco di tassazioni così criticate – ha precisato Crstina
Fernandez – è quello che permette non solo di mantenere
l'equilibrio dei prezzi interni, se non anche di incentivare
determinate coltivazioni, perché questa risoluzione dell'11
marzo per la prima volta in Argentina riduce l'imposta sul mais e sul
grano”. Un discorso dal quale traspare la piena fiducia che queste
sei misure plachino il malcontento.
La resistenza del capitale. “Si tratta di uno sciopero
padronale”, con queste parole il sottosegretario all'Integrazione
economica ha commentato a TeleSur quanto sta avvenendo nel paese del
cono sud. “Si sta producendo una trasformazione molto profonda, che
ha generato resistenza dei settori legati al capitale. Questo è
uno sciopero giostrato dal settore padronale che richiede una
risposta forte dal parte del popolo argentino”, vista la disparità
di concentrazione della terra, in mano a pochissimi ricchi.
Se si prende come unità di
misura la produzione di soia, prodotto che vede una fortissima
concentrazione di ricchezza in mano a pochissimi, la proporzione
parla chiaro: 4mila produttori hanno in mano ben oltre la metà
della produzione nazionale, mentre 62.500, ossia l'80 percento,
producono il 20 percento della soia argentina. “All'inizio di
questa campagna, (i 4mila produttori) avevano la prospettiva di
fatturare 5.800 milioni di dollari, mentre la variazione del prezzo,
pur includendo la nuova tassazione sull'export, ha fatto lievitare
l'incasso di 1000 milioni”, il tutto a discapito della qualità
del suolo e di nuovi posti di lavoro inesistenti. Parola del ministro
dell'Economia.
“Qual era il prezzo della soia quando
i produttori decisero di iniziare a seminarla? 237 dollari a
tonnellata. E oggi, anche consideranto la risoluzione dell'11 marzo?
279 dollari. Quindi, la totalità dei produttori, piccoli,
grandi e medi, anche con la nuova imposta, non hanno perdite”, ha
voluto dunque precisare la presidente.
Azione, reazione. E sono proprio questi ultimi, quelli
dagli incassi milionari, ad aver respinto in blocco tutte le misure.
Eduardo Buzzi, presidente della Federazione Agraria, già prima
di sedersi con i suoi e analizzare la proposta del governo aveva già
deciso di rifiutarla, tanto che la conferenza stampa della dirigenza
rurale era già stata fissata a ridosso del discorso di
Cristina Fernandez, senza prevedere un tempo di discussione interna
per arrivare a una risoluzione comune. A questo è susseguita
la dichiarazione degli agricoltori e dei proprietari terrieri in
strada: “lo sciopero continua”. E intanto, a centinaia si sono riversati nella
storica Plaza de Mayo per manifestare in appoggio a Cristina Fernandez e al suo
governo, in una giornata che è stata definita "el dia peronista".