scritto per noi da
Raffaele Coniglio*
Davanti al Grand Hotel a Pristina non
si vedono più le solite facce stanche dei funzionari pubblici
o quelle di anziani intenti a camminare e fumare nervosamente. Liceali con le
classiche uniformi scozzesi o di qualche
scuola internazionale a passo felpato, ma la realtà underground di
Pristina, giovani stundenti e studentesse universitarie, dal look
differente e a tratti appariscente, i figli della guerra che hanno
visto con i loro giovani occhi le chilometriche marce dei loro
connazionali in fuga verso i confini della Macedonia, l’Albania o
il Montenegro, quelli che come Florent, 26 anni, ricordano
nitidamente il viaggio di circa un mese tra campi e casali strapieni
di gente pronta, nel momento più propizio, a raggiungere il
parente in Albania.

Vengono
da tutte le parti del Kosovo, come Ilir, che viene da Peja/Pec, e si
riversano nella nuova capitale per affrontare gli studi. Vivono a
ridosso della cittadella universitaria, alcuni nelle case dello
studente, numerosi in quelle private, vivendo anche in condizioni per
nulla gradevoli. Sono coloro che possono permettersi l’università
pubblica solo con gli sforzi e i sacrifici dei genitori o dei
familiari all’estero. Quelli che snobbano chi frequenta le
tantissime università private, che negli ultimi anni sono
sorte in ogni angolo della città e che, come dice Luljeta,
studentessa al secondo anno di pedagogia, “non fanno mai nulla a
lezione. Pagano tanti soldi per ricevere presto e con un bel voto la
laurea”.

Questa
settimana c’è grande fermento all’Università. Ci
sono le elezioni studentesche. Gli attivisti delle numerose
associazioni degli studenti sono alle prese con il volantinaggio e
l’organizzazione delle ultime conferenze. Il 3 Aprile infatti si
voterà per eleggere i nuovi 17 rappresentanti degli studenti
del Consiglio studentesco. Sono 11 le associazioni che quest’anno
si presenteranno con un sistema elettorale a liste chiuse. È
un sistema elettorale che non piace tanto a Veton Fetahaj, 19 anni di
Istog, studente di Lingua albanese, che tuttavia andrà a
votare perché “solo così posso far valere le mie
idee, votando per un’organizzazione in cui credo. Peccato che non
posso scegliere il candidato” dice. Tra le organizzazioni più
strutturate ed attive ci sono ORS–UP, acronimo di Associazione
degli Studenti – Università di Pristina, così come
VS, ovvero Visione Studentesca. I loro presidenti sono ragazzi
determinati e fiduciosi in un buon risultato che hanno tutto lo
spessore di veri leaders. Burim Balaj di VS, ad esempio, sembra avere
le idee chiare su come risolvere i cronici problemi all’interno
dell’Università e per punti cita quelli
organizzativo-gestionali dell’Università e quelli
infrastrutturali, sottolineando il fatto che “nei primi anni di
corso non è possibile seguire le lezioni, tanto alto è
il numero degli studenti; dagli ultimi posti, senza microfono, non si
sente assolutamente nulla” afferma, enfatizzando il suo discorso
con le mani. Anche Besart Dreshaj, 21 anni della Facoltà di
Economia e Presidente di ORS-UP, ha carisma da vendere. Quanto a
sicurezza di sè ha certo poco da invidiare agli amministratori
locali del Kosovo. Sembra uscito dalla loro scuola.

Tra i punti
principali del suo programma annovera la riorganizzazione
amministrativa, a partire da una maggiore chiarezza del calendario
degli esami e del numero delle sessioni: farà battaglia per
portarle da tre a cinque. C’è poi il miglioramento delle
infrastrutture e dei servizi, con il potenziamento delle case dello
studente, e la decentralizzazione dell’università.
“L’Università di Pristina è cresciuta molto negli
ultimi 5 anni, è tempo di aprire altri poli distaccati anche a
Peja/Pec ed a Prizren” dice, e “di cercare insieme un maggiore
coinvolgimento degli studenti in merito ai problemi dell’università.
Bisogna dare la possibilità agli studenti che vengono da
lontano di poter quantomeno frequentare una sede più vicina a
casa, risparmiando così molti soldi. Una parte importante e
decisiva di queste nostre battaglie, di tutti gli studenti, dovranno
presto avere risalto su tutte le reti locali”, conclude,
sottolineando inoltre il fatto che per troppo tempo notizie di
inefficienza e corruzione negli ambienti universitari sono rimaste
nascoste.
Dei
trentamila iscritti all’Università di Pristina, pochi però
sembra andranno a votare, come del resto avvenuto negli anni passati.
Di sicuro non Enis Xhemaili, 24 anni studente di Legge, che farà
“qualcos’altro di più interessante che andare a votare”
dice, “perchè nulla cambierà dopo le elezioni: anche
miei compagni di corso fanno false promesse per essere eletti ed
intascarsi i soldi”. Ismet non è per niente interessato
all’argomento, tutto impegnato com’è a portare avanti la
sua organizzazione per la promozione del turismo in Kosovo. Le
elezioni passeranno forse inosservate per lui, ma avranno anche ben
poco risalto nell’opinione pubblica. Eppure c’è qualcosa
di importante che rimarrà: lo spirito organizzativo, il
desiderio dei giovani di comunicare, l’idea e la voglia di
irrobustire sempre più questo mondo dell’associazionismo
studentesco.

Ci si augura che presto l’isolamento culturale che i
giovani qui hanno vissuto, fino ad oggi e per molto tempo, rispetto
ai loro coetanei europei possa al più presto avere sbocco in
una serie di scambi e di frequenti contatti con le altre università
europee, di collaborazioni e di lavori accademici congiunti,
realizzando anche il sogno di Besart. Potrebbe essere questo il modo
più sano e duraturo per lo sviluppo del Kosovo, puntare cioè
sulla qualificata formazione dei suoi giovani. Reports di vari
organismi internazionali riportano cifre interessanti.
Il Kosovo ha
la popolazione più giovane dell’Europa con un tasso di
crescita demografica di gran lunga superiore alla media europea. I
dati parlano di 50 percento della popolazione sotto i 20 anni di età
ed il 70 percento sotto i 30 anni. É visibilmente sorprendente
per un italiano, abituato a vedere altro, il numero di persone
giovani che popolano le strade kosovare. Quello che appare un punto
di forza, ancor di più perché i giovani in questione
hanno avuto la possibilità in molti casi di usufruire di
formazione da parte di enti internazionali e per la maggior parte
parlano diverse lingue europee, potrebbe però rivelarsi presto
un punto di debolezza. In un paese in cui il tasso di povertà
è del 37% (World Bank 2005) e quello di disoccupazione è
fermo al 46,2 percento (ILO 2007), l’altissimo numero di giovani
potrebbe, qualora questi poblemi macro-economici non venissero
affrontati nel breve termine, creare una questione sociale e di
sicurezza interna da non sottovalutare.