31/03/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La Corte costituzionale turca accetta di pronunciarsi sulla richiesta di messa al bando del partito di governo Akp
Richiesta accolta, e la Turchia rischia di tornare ai tempi dell'instabilità politica cronica che pensava di essersi lasciata alle spalle. La Corte Costituzionale di Ankara ha dichiarato oggi “tecnicamente ammissibile” l'istanza avanzata il 14 marzo dal procuratore della Corte di Cassazione, che chiedeva di mettere fuorilegge - perché troppo islamico - il partito di governo Akp, interdicendo per cinque anni da ogni attività politica 71 dei suoi dirigenti, tra cui il premier Recep Tayyip Erdogan e il presidente della repubblica Abdullah Gul. La decisione, per quanto attesa, apre scenari fino a qualche settimana fa solo utopistici, promettendo di pesare sul processo delle riforme necessarie per il Paese.

Il momento dell'annuncio della decisione della CorteLa decisione. Gli 11 giudici della Corte hanno accolto la richiesta all'unanimità, dividendosi invece in sette a favore e quattro contro quando si è trattato di votare sull'inclusione del presidente Gul nella domanda di interdizione. Ora si apre una battaglia legale che durerà almeno sei mesi, e forse fino a un anno. Il Partito di giustizia e sviluppo (Akp) avrà trenta giorni per preparare la sua difesa. Alla fine, affinché la chiusura del partito venga disposta, servirà il voto di sette membri della Corte su 11. Dagli anni Sessanta la Corte costituzionale ha bandito oltre 20 partiti. L'ultima volta, a fine anni Novanta, a essere messo fuorilegge in quanto troppo islamico fu il Partito del benessere, a cui apparteneva anche l'attuale premier Erdogan. Come già fecero gli altri movimenti disciolti, i “profughi” di quel partito si riunirono poi in quello che è l'attuale Akp: un partito “islamico moderato”, che conserva le sue radici ma ha giurato ripetutamente di accettare il sistema laico della repubblica turca, e ha portato il Paese sulla strada dell'ingresso nell'Unione Europea. Una linea premiata dai cittadini, dato che ormai l'Akp è votato da quasi un turco su due. Se il Partito del benessere godeva del 5 percento dei consensi, alle ultime elezioni l'Akp ha conquistato il 46,6 percento delle preferenze.

Sostenitori dell'AkpL'accusa. In un dossier di 162 pagine, il procuratore Abdurrahman Yalcinkaya aveva chiesto la messa al bando dell'Akp e l'interdizione dei dirigenti per “attività antisecolari”. Oltre alla legge che recentemente ha abolito il divieto per le donne di indossare il velo islamico nelle università, l'accusa aveva messo insieme diversi episodi degli ultimi anni con protagonista l'Akp: dal divieto di vendere alcolici in alcune città, alla creazione di spazi per sole donne nei luoghi pubblici, fino alla distribuzione di copie del Corano con il logo del partito islamico. C'è anche l'accusa di avere indirettamente istigato l'attacco al Consiglio di stato del 16 maggio 2006, quando un avvocato islamo-nazionalista uccise un giudice e ne ferì altri quattro, da lui accusati di avere in una sentenza esteso il divieto del velo islamico per le professoresse anche alle vicinanze degli istituti scolastici.

ErdoganLe paure della Ue. La decisione di oggi è arrivata nonostante la presa di posizione dell'Unione Europea, che aveva invitato la Corte a non compromettere il processo di modernizzazione del Paese. “Spero che i giudici considerino gli interessi a lungo termine della Turchia... quello di essere un'importante democrazia europea che rispetti tutti i principi democratici della Ue”, ha detto due giorni fa il commissario per l'Allargamento, Olli Rehn. L'accoglimento della richiesta non è piaciuto al mondo degli affari, dato che la Borsa turca oggi perde il 2,5 percento.

Le contromosse. L'Akp intanto non sta a guardare. Il partito di Erdogan sta già preparando le contromosse, con un piano che prevede tre scenari diversi. Una possibilità è l'introduzione di emendamenti costituzionali che rendano più difficile la chiusura di un partito, un'altra è la riduzione delle immunità dei deputati in modo da poter punire singoli politici, invece di un intero movimento. Il “piano C” è una nuova Costituzione. Ma a quel punto lo scontro istituzionale potrebbe degenerare in scenari impossibili da immaginare.
 

Alessandro Ursic

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