stampa
invia
Il 19 marzo, soldati dell’esercito thailandese hanno fatto irruzione in casa
di un imam di 56 anni, Yapa Koseng, nel villaggio di Ban Kortor, provincia meridionale
musulmana di Narathiwat. Lo hanno arrestato assieme a suo figlio e ad altri quattro
familiari. Yapa, accusato dai militari di avere legami con i guerriglieri separatisti
islamici malesi, è stato portato in una base dell’esercito e rinchiuso in un camion
usato come cella di detenzione e interrogatorio.
Il pugno di ferro del generale Viroj. Il caso è stato invece denunciato e reso pubblico da Human Rights Watch. “L’esercito sta combattendo una ribellione separatista, ma questo non autorizza
i militari a compiere abusi”, ha dichiarato Brad Adams, direttore della sezione
asiatica di Hrw. “I musulmani del sud vivono nella paura che arrivino i soldati
e si portino via gli uomini per torturarli”.
Leggi speciali e tortura sistematica. In virtù delle leggi speciali thailandesi che prevedono la carcerazione preventiva
senza mandato per 37 giorni, e di un regolamento del generale Viroj che vieta
visite dei familiari per i primi tre giorni di detenzione, migliaia di musulmani,
maschi di tutte le età che hanno l’unica colpa di vivere in zone dove sono attivi
i ribelli, sono stati arrestati e torturati dall’esercito. Secondo Hrw, che ha
raccolto le testimonianze di molti medici e avvocati di ex detenuti, questi vengono
torturati soprattutto nei primi giorni di detenzione nelle basi locali dell’esercito,
ma anche successivamente, quando vengono trasferiti alla prigione militare di
Ingkhayuthboriharn, nella provincia di Pattani. I sistemi di tortura adottati
sono: pestaggi con bastoni e spranghe, elettroshock, strangolamento, affogamento,
soffocamento con buste di plastica, nudità forzata, esposizione a temperature
estreme. Enrico Piovesana
Parole chiave: thailandia, yala, pattani, Narathiwat, pejuang, enrico piovesana